a ray

Certe storie lasciano il sogno. Su “Il principio della carezza” di Perroni

a ray

Sergio Claudio Perroni presenta Il principio della carezza giovedì 12 maggio al Salone del Libro di Torino, interviene Chiara Valerio (Caffè letterario, ore 19). La recensione che segue è uscita sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo (fonte immagine).

È aerea, celeste, impalpabile la nuova storia di Sergio Claudio Perroni, eppure l’amore che volteggia e prende corpo nelle pagine di Il principio della carezza si può toccare con mano perché «certe storie lasciano il sogno» (La nave di Teseo ed., pagg. 101, euro 15,00). Perroni, traduttore principe dall’inglese e dal francese nonché editor corteggiato e severo, è innanzitutto un gran maestro della lingua italiana, frequentata ormai poco più del sanscrito classico, oppure abusata, «ma non senza qualche raccapriccio» per dirla con Manzoni. E Raccapriccio si intitolano un sito e un libro in cui il Nostro setaccia «orrori, papere e strafalcioni della stampa italiana».

L’autore siciliano con l’impagabile Nel ventre (Bompiani, 2013) rinserrò nel cavallo di Troia il lettore partecipe del destino dei guerrieri achei, fra ansie e visioni arcaiche tuttavia contemporanee. Poi, nel recente Renuntio vobis sempre per i tipi di Bompiani, Perroni ha scandito i tormenti di un pontefice dimissionario (Ratzinger) al cospetto della Voce che lo incalza e lo biasima in un dialogo intessuto esclusivamente di versetti testamentari.

Anche stavolta il racconto è dialogico, nitido, esemplare, quasi teatrale; un breviloquio fascinoso e irresistibile. Alla ribalta di Il principio della carezza affiorano due personaggi in cerca di amore in una città deserta per ferie. Lui è un lavavetri, un «uomo ragno» di quelli che ogni tanto scorgiamo nel paesaggio urbano o nei film americani di solitudine e di grattacieli. È sospeso nel vuoto sulla sua «gondola», come beffardamente è denominato il ponteggio mobile, quando, di là da un vetro, vede lei e ne è subito incantato.

Eccola. È una donna che sembra fuggita da un film di Cassavetes, è sola, bella e delusa. È una drammaturga – scopriamo – intenta a correggere e rileggere a voce alta il «monologo sul futuro» che ha come protagonista Ninfa Avvenire. È una donna in crisi, naturalmente, visto che non riesce a colmare la distanza fra la vita e la scrittura; anzi, neppure prova più a farlo. Ed è impaurita dal senso di vertigine che lui le procura. A separarli v’è soltanto una lastra di cristallo: una trasparenza coriacea che però si stempera fino a incrinarsi.

La coppia per un po’ rimane sospesa in una levità poetica e a tratti ilare, colma di reciproco riguardo, quindi si sblocca grazie alla timida intraprendenza – ossimoro favoloso – di questo operaio «con i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole», come avrebbe detto Flaiano.

D’altronde, il lavavetri è uno «spazzacammino», sì, con due emme. Capta alla sua maniera «i frammenti di un discorso amoroso» e «l’estrema solitudine» dell’eros e, senza aver mai letto Roland Barthes, «ricompone» il mondo per offrirlo alla donna, la quale in fondo aspettava quell’unità, una forza rigenerativa. La svolta? Un picnic in terrazza a base di birra e vino, con panini al pollo e al salame, senza dimenticare quelli al tonno.

Lassù la dimensione «verticale» della vicenda si sovverte nel suo contrario e la vicinanza fuga le residue convenzioni «gerarchiche» tra un’intellettuale single e un proletario solitario, padre di una bimba di quattro anni che non ha più la madre. A tu per tu, mangiando al riparo di un cono d’ombra sul tetto soleggiatissimo, la vita «vera» è un gioco di sguardi. E finalmente coincide con una delle «fantasie» che, in corsivo, punteggiano il testo.

«Gli occhi delle donne hanno dentro due occhi più piccoli, loro non lo sanno ma se guardi bene te ne accorgi, due occhi più piccoli che sembrano più grandi per le cose che ti dicono senza mai aprire bocca, per come ti guardano dritto nell’anima mentre gli occhi principali parlano d’altro […] Occhi magici che pesano tutto quello che dici alla donna che gli sta intorno, e alla fine sono loro a lasciarti entrare, e a farti restare se ci vai d’accordo, perché ci vuole molto a farseli amici, niente a farseli nemici…».

A ben guardare, Il principio della carezza è principalmente un libro sul candore, il tremore e lo stupore della prima volta: «la prima volta che qualcuno ha pensato di domandare qualcosa a un altro», l’esordio del canto, la nascita del vino o l’invenzione della bandiera, la prima volta che qualcuno ha chiuso gli occhi senza riaprirli più e la prima di chi era lì a stupirsene… «Gliene dico un altro paio?». «No. Mi dica solo la più bella». «Per me la più bella è quando l’uomo e la donna si sono dati il primo bacio. Dunque: se li immagini seduti fianco a fianco davanti al fuoco, a un certo punto lui si gi…».

«Certi baci sono morsi al guinzaglio, certi baci sanno già della prossima bocca, certi baci sono merce da memoria, ostaggi da ricordo, certi baci sono i libri che gli lascerai quando te ne andrai, le tue pagine lette da altre, le tue piante annaffiate da altre, la sua vita continuata da altre, certi baci sono già spoglie prima che scoppi la battaglia, certi baci, certi baci sono un modo per fare silenzio, per lasciare in silenzio, lasciarsi in silenzio».

Un piccolo libro di sogni perduti e di desideri ritrovati. Avvincente.

Oscar Iarussi (Foggia, 1959) vive e lavora a Bari. Giornalista professionista, saggista, critico cinematografico e letterario, è responsabile Cultura e Spettacoli della “Gazzetta del Mezzogiorno”, per cui tiene anche il blog “Tu non conosci il Sud”.
È nel comitato esperti della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Ha collaborato con festival a Montréal e a Edimburgo, è stato presidente della Apulia Film Commission, e ha ideato varie iniziative tra cui le rassegne multidisciplinari “Frontiere – La prima volta” e “Tu non conosci il Sud”.
Tra i suoi libri: “Andare per i luoghi del cinema” (il Mulino, 2017), “Ciak si Puglia, cinema di frontiera 1989-2012” (Laterza, 2013),  “Visioni americane. Il cinema “on the road” da John Ford a Spike Lee” (Adda, 2013), “C’era una volta il futuro. L’Italia della Dolce Vita” (il Mulino, 2011), “Psychoanalysis and Management: The Transformation” (con David Gutmann, Karnac Books, 2003). A lungo fra gli autori di “Belfagor”, scrive per le riviste “il Mulino”, “Lettera Internazionale”, “La Rivista del Cinematografo” e “Reset”.
Aggiungi un commento