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In principio era Cleopatra, regina del Nilo (e della negazione)

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Con un gioco di parole difficilmente traducibile in italiano (c’entra l’omofonia, toh), gli anglofoni fanno riferimento a quanto sia facile foderarsi gli occhi di prosciutto e vivere nel rifiuto di qualcosa di manifesto, ma anche quanto — basta il giusto calembour, appunto — sia altrettanto facile salvarsi.

“And either of those options is 100 percent OK”. Ovvero: vale. Tutto. Con quest’espressione (letteralmente: “e entrambe quelle opzioni sono al cento per cento valide”), la gran parte dei pop/indie/culture/lifestyle blog in lingua inglese che passano sul nostro radar — un radar egoriferito, il feed composto delle sole cose che ci gratificano, in un circolo di autoassoluzione continua, a Zuckerberg piacendo — concede la propria benedizione alle posizioni più antipodiche. Tradotto: che si parli di body positivity, di cultural appropriation, di opinioni in merito alla (necessità di) riproduzione, qualsiasi parere è al cento per cento dignitoso e meritevole di tutela purché non lesivo rispetto ai pareri (e ai casi) altrui.

Far filtrare nella cerchia reale delle nostre conoscenze un concetto del genere, o una più indistinta political correctness (per non parlare dell’intersectional feminism), è appena più complicato.

Intersectional feminism for dummies: “not every feminist is white, middle class, cis-gendered and able bodied” (v. qui)

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C’è l’azienda più illuminata evahnella quale, in certi mesi e in certi uffici, mentre si lavora al pc, è possibile ricevere dal male lead un non richiesto massaggio al collo, a patto di aver indossato un top o un vestitazzo che oggettivamente (You’re asking for it, bitch!) scopre le spalle di un paio di centimetri extra rispetto ai colli alti dell’inverno. Poi ci sono gli evergreen amicali, prima o dopo la terza birra: “Io c’ho perfino un collega che è fròscio, mica c’ho problemi io, ma”. E qua è semplice, però: meglio cambiare compagni di sbronza, hun.

Prendiamo un caso a portata di zampa. Prendiamo me, per esempio.

dom1D’oh.

Qualche settimana fa, la Scuola Holden mi ha invitata a presenziare come speaker durante uno dei Lovers Talks del LGBTQI Film Festival torinese, il Lovers FF. Dopo un momento di panico iniziale — a.k.a. la sindrome dell’impostore, e un genuino senso d’inferiorità rispetto agli altri partecipanti al talk, e il fondato sentimento di non essere all’altezza perché portatrice (sana?) di privilegio e binarietà — mi sono dedicata alla preparazione delle slide per l’incontro e ho cercato di mettere insieme due delle parti che, ormai da un po’, credo compongano il mio nucleo:

  1. un ossessivo interesse per le più diverse forme di narrazione, convenzionali o meno (e il sovvertimento delle stesse, va da sé);
  2. un’attenzione insistita sui modi a nostra disposizione per affrontare, oggi, il racconto identitario — tante parole che io condenso, tra le altre, con la gag del buco nel cervello.

È stato piacevole e disperante al tempo stesso, questo stadio di documentazione e massivo riordino dei pensieri: piacevole perché, come qualsiasi fase preliminare rispetto a un tuffo in storie nuove, proprie o altrui, si è dimostrata rigenerante per chi delle storie in questione vive, in more ways than one. E disperante, sì: perché? Perché constatare che la più esaustiva bibliografia di fiabe queer esistente in rete si debba, in Italia, ai siti estremisti di destra (non regaliamogli clic: potete farvene un’idea qui), porta alla mente echi bradburiani e in generale fa sorgere più domande che risposte.

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Perché aspettiamo che il vento del cambiamento cali sempre dall’altissimo? Perché deve arrivare Hulu a rispolverare Il racconto dell’ancella (1985) e suggerirci che la serie può avere parecchio da dire ai “buchi cólla ciccia intorno”? Perché, tornando alla questione di testi che tengano conto dell’anno che corre, non sappiamo a quale libro votarci quando vogliamo spiegare al piccolo Tommi la normalità assoluta dei due padri di Giulia B., delle due madri di Nico F.?

“Ce n’è, ce n’è, ce n’è: di che colore è?”

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Fiabe queer? Non pervenute, o quasi. Se parliamo di titoli rivolti a un target piuttosto ampio, diciamo dai 3 ai 13 anni, in Spagna e in America Latina, così come in Inghilterra e negli Usa, esistono addirittura istituzioni che si adoperano per la promozione di questo tipo di pubblicazione. Da noi le cose stanno diversamente, e anche solo reperire una lista di titoli disponibili in italiano è complicato.

Per i più grandi c’è Syncro, che felicemente raccoglie e sviluppa la collana Highschool della c. ed. Playground: Storie gay dai licei americani, per intenderci. Poi possiamo mettere nello stesso mucchio selvaggio Lettere dal mare di Chris Donner, Gli occhi di Mr Fury e Fenicotteri in orbita di Philip Ridley, Un’amico per sempre di Aidan Chambers, Boy meets boy di David Levithan, Lontano da ogni cosa di Mattia Signorini, Oh, Boy, di Marie-Aude Murail. Le favole non dette di Vladimir Luxuria sono pensate per i grandi, ma. Tu Cher dalle stelle di Matteo B. Bianchi raggiunge cuori collocati a diverse altezze. Ancora: Nei panni di Zaff di Manuela Salvi, Il dono della farfalla di Cinquetti e Cerretti, Salverò la principessa! di Cinquetti e Vignale, la serie del Piccolo Uovo di Francesca Pardi sono dalle parti dei mini-umani; come pure Il libro delle famiglie speciali di Thais Vanderheiden e Il grande grosso libro delle famiglie di Mary Hoffmann, che almeno tengono conto della benedetta pluralità.

Poi ci sarebbe La Regina nel bosco di Neil Gaiman, quella sontuosamente illustrata da Chris Riddell: certo non c’è la solita combo lui-bacia-lei, ma non siamo dalle parti della storia d’amore gay…

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Ecco: Ash di Malinda Lo riscrive una Cenerentola queer (lesbica o bi, a seconda della prospettiva: qui l’autrice al riguardo, con qualche anno di riflessione sulle spalle). Poi, Nel profondo della foresta (di Holly Black), c’è un ragazzo addormentato in una bara di cristallo…

Cosa posso mai dedurre, di documentazione in documentazione, di binge reading in binge watching, assaggiando il minestrone mantecato qui sopra? Che, mentre l’Italia è ancora in balia del periodico polemicotto sulla teoria gender, altrove si tenta di sistematizzare la prevenzione degli stereotipi discriminanti già a scuola (v. la crociata anti-Cappuccetto che ha condotto Najat Vallaud-Belkacem durante l’ultimo suo mandato).

Musa, dammi le parole

Ma di che parliamo, quando parliamo di fiaba? Immaginiamo una narrazione compatta densa di figure mitico-fantastiche: fate, folletti, fantasmi, streghe, troll, giganti, sirene.

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Attraverso un intervento magico, spesso trasformativo, l’arco della narrazione conduce l’eroe all’assassinio o punizione o umiliazione del male di turno — mostro o villain che sia.

È che il gesto nostro è sempre lo stesso, dalla grotta in poi: mantenerci vivi, stretti l’un l’altro contro il tepore di un falò, scambiandoci informazioni vitali o rassicurazioni consolatorie sotto forma di aneddoti. Di storie. Le raccontiamo per questo: dalle pitture rupestri in poi, le illustriamo con espedienti che anelano all’originalità, ma abbiamo lo stesso movente di allora. Sfangarla, il giorno dopo, forti di quello che qualcuno ci ha raccontato a cena.

Perché allora siamo spinti a modificare l’archetipo? If it ain’t broke

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Beh: diceva la buona zia Angela (Carter, obvs) che le fiabe possono essere ricostruite/riformate di continuo da tutti coloro che le raccontano. Ogni volta che affrontiamo una fiaba daccapo, di fatto, ne testiamo la resistenza. Esprimiamo però anche il bisogno di trasformare questi potenti motori culturali affinché rendano giustizia alle nuove possibilità che offre un mondo — spoiler: il nostro — in costante transizione. (Segnalo L’importanza di perdersi nel bosco, pezzone di Giovanna Zoboli da leggere subito dopo questo, via.)

Chi si identifica nella scrittura minoritaria, in particolare, è mosso da un imperativo capitale: se una parte del proprio modo di vedere le cose minaccia la distruzione del tutto perché non collima col resto, ecco arrivare la spinta a una riorganizzazione del materiale narrativo per dare alla storia una nuova, avventurosa forma. Una forma destinata a durare, almeno per un altro po’. L’ambizione? La resurrezione dalle ceneri.

Ora: possiamo probabilmente osservare con un buon margine di sicurezza che, nella pressoché totalità delle cautionary tales, la funzione didascalica serviva a inculcare codici di femminilità convenzionale nella testa delle fanciulle. It is known, direbbero a Vael Dothrak.

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L’eroina della fiaba era spesso relegata al ruolo di trofeo eteropatriarcale (argh!): un oggetto di scambio. In altri casi, come nel fallocentrico Jack e il fagiolo magico, il target erano invece i ragazzi: il ruolo verso il quale indirizzarli diventava dunque quello di essere in vigorosa competizione per le attenzioni femminili e la possibilità di procreare, gestendo contemporaneamente un’economia di scambio, genere, potere.

In un processo cognitivo patriarcale di tipo prettamente binario, tutti gli elementi (narrativi e non) si identificano solo nella misura in cui sono alternativi l’uno all’altro. Ciascuno deve escludere o rigettare l’altro. Il cattivo non può avere lo stesso spazio e la stessa voce dell’eroe. Ecco: il cattivo.

Monstrous sarà lei

Più che la brevità, forse ciò che davvero tipizza la fiaba è il fatto che i suoi personaggi non siano abitualmente reperibili in narrazioni estese; sono gente incredibile, fuori dal comune. Sono outlandishIn quanto storie brevi, le fiabe si affidano ciclicamente allo stravagante, all’insolito e all’inquietante. E chiaramente il queer e l’androgino, il diverso, rientrano pure nella stessa categoria anormale. (In origine, queer sta anche per malato, oltre che strambo: non dimentichiamolo.)

dursWAIT — URSULA & DIVINE — I NEVER NOTICED — FUUU-

Eccolo, allora, l’antagonista delle favole: ecco il Monstrous Queer, una figura chiusa in sé, abietta, stravagante. Ce la spiega bene Dallas Baker. Ha pochi tratti stereotipati. Nella lettura privilegiata ed eterodominante di certe fiabe, appare facilmente come una minaccia alla quiete e alla regola: è il capro espiatorio da distruggere o esiliare per mantenere con violenza l’ordine costituito fino ad arrivare alla fine della storia.

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I soggetti diversi, quindi, o agiscono direttamente contro il protagonista e l’arco narrativo eteronormativo, o sono i destinatari di azioni punitive. Ma non sono sporcizia o malattia a causare in loro l’abiezione: è ciò che disturba l’identità, il sistema, l’ordine. Il rispetto di posizioni, regole, confini. Ciò che sta in mezzo, che è ambiguo e sfaccettato. Chi tradisce, mente, compie crimini e quindi mette in luce la fragilità della legge e dello stato di diritto — incluse le norme sessuali o di genere, quelle associate a un Sé, a un lettore presunto o alla soggettività dominante. L’anormale è radicalmente opposto all’interlocutore/lettore ideale e all’arco eteronormativo.

Di solito a rompere l’autorità arcaica sono donne che non si conformano a norme di genere. Per estensione, consideriamo dunque queer chi supera queste sovrastrutture, questi confini.

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Povera Malefica: quanto le sarebbe convenuto baciarla sul serio, la piccola grande Aurora? Perché imbastire un retelling misandrico con tanto di memorabile metaforone sullo stupro e poi… castrarle entrambe?

dom3Puh-leease.

Ma è con le caratteristiche del mostro delle fiabe, è coi cliché dell’abiezione che si può aspirare a riscrivere e rivalutare il Monstrous Queer.

Riscrittura queer — sul serio.

Partiamo dall’ovvio. Tipicamente, le numerosissime revisioni delle fiabe in chiave femminista gemmano da una cronica insoddisfazione rispetto al peso maschile dominante sulla fiaba tradizionale. (NB: per i triggered, v. questo utile recap delle puntate precedenti.)

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La fiaba femminista ipotizza dunque una visione diversa del mondo, o addirittura restituisce voce a chi l’ha persa (Brave, anyone? La pupa azzoppa il padre per difendere la madre e fugge con lei verso il tramonto. Attagirl!). Analizza il modo in cui i confini vengono mantenuti intatti, riprodotti, oltrepassati o spostati.

Lo stesso possiamo dire/auspicare a proposito delle riscritture queer, che con quelle femministe hanno vasta affinità. L’utilizzo di figure familiari, stereotipi in ambientazioni note, con snodi narrativi o espedienti risaputi ma con un’enfasi riposta altrove e un nuovo valore, può avere una potenza che supera qualsiasi aspettativa.

Costruire una fiaba a partire dalla prospettiva del Monstrous Queer — una fiaba che metta l’accento sulla sua lotta contro l’eteronormatività — può generare un dialogo volto a valorizzare anziché reprimere la differenza.

Le strutture binarie cristallizzate nella nostra società sono tante e arcinote: uomo/donna, umano/animale, attivo/passivo… Se ciò che è normale minaccia di divenire anormale, se l’altro minaccia di diventare uguale anziché restare subordinato, il concetto di binario perde potenza e la soggettività eteropatriarcale si destabilizza, perdendo realtà.

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Immaginiamo allora, suggerisce Baker, Ursula e Ariel perdute in un voluttuoso intreccio di tentacoli, oppure Jack e il gigante a risolversela in un abbraccio, o ancora Capitan Uncino e Peter Pan regnare insieme su una queer-issima Isola che non c’è. Il lupo cattivo e Cappuccetto Rosso a scompisciarsi dalle risate durante una seduta di cross-dressing.

Autori che lo fanno? Emma Donoghue, William Holden, quelli della raccolta Beauty Indeed, and Other Lesbian Fairytales So Fey: Queer Fairy Fiction, per esempio. Anche se non includono tutti figure di mostro, ospitano reietti, abietti, queer messi all’angolo — che, sebbene meno mostruosi di una strega o un troll, sono comunque esclusi dal dibattito della posizione dominante.

Questo tipo di riscrittura ha una potenzialità incredibile, secondo Baker: può filtrare facilmente in ben altre forme di dibattito (accademico, sociale, culturale) e destabilizzare i punti di vista in materia, o moltiplicarli. Introduce il dubbio in merito alla nettezza di alcune posizioni, alla validità di certi comportamenti. Ricostruisce un linguaggio della differenza. È pericolosissimo, quindi, e lo è da almeno tre punti di vista: come movimento estetico, come impegno culturale e sociopolitico, come etica del sé. Come processo di costruzione dell’identità queer. Quindi?

QUINDI.

Sessualità e… testualità dipendono entrambe dal concetto di differenza. La fiaba è terreno di coltura ideale per reclamare un dibattito in merito. Partire da ambientazioni note, familiari, rassicuranti senz’altro agevola la riscrittura. Ma soprattutto, apre la porta a un’ulteriore riscrittura. Quella della storia con la S maiuscola. Nella speranza di poter vivere, prima o poi, tutti — tutti, g***dammit — felici e contenti.

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Codazza: a few notes on real-life (fairy)tales.

C’è Kori Doty, Wonder-genitore canadese dotato di barba e utero, che mette al mondo quel che chiama #QueerSpawn e impedisce allo Stato di etichettarne il sesso sui documenti. Come dicevamo, all’inizio? “100 percent OK”. C’è questo video di Riley J. Dennis, in cui la vlogger (che si definisce trans e lesbica, e che spesso sostiene con dolcezza posizioni controverse in merito al sesso biologico come costrutto: hating garantito, insomma) racconta del suo percorso di transizione dopo un anno di deliberato silenzio sull’argomento. E poi ci sono io; io che ho il dovere di documentarmi,

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io che guardo il video e mentre lo guardo mi metto a frignare. Frigno perché, quando Riley prega community e haters di evitare il misgendering e chiede un po’ di rispetto per chi non “passa per” ragazzo o ragazza, prima o durante (o in assenza di) una transizione, vorrei dirle che capisco, a un qualche livello empatico, cosa sta dicendo. Capisco la disforia. Non la provo: non la banalizzo. La capisco.

Quando svela come e perché è in terapia ormonale da un anno, quando racconta che proprio in questi giorni si sottoporrà alla prima FFS (Facial Feminization Surgery) e che quindi al prossimo vlog potrà apparire gonfia o piena di lividi, vorrei dirle di non preoccuparsi.

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Vorrei dirle, mi sorprendo a pensare in pieno gancio narrativo, che alla fine di questo percorso di trasformazione si vedrà finalmente trasformata in bellissima principessa — altro che Cleopatra, regina della negazione.

Vorrei dirle, vorrei dirle che ai miei occhi una bellissima principessa lo è già. Adesso, pomo d’Adamo e tutto. E sento di volerglielo dire in un modo molto specifico. Sento, a trentadue anni e una serie di fasi di formazione messe in qualche modo in prospettiva, di potermi distinguere dalle adolescenti adoranti che la seguono perché feticizzano un poco il bellissimo ragazzo androgino dalle cui ceneri originariamente, forse, nasce lei. Sento che vorrei essere un’ally. Un’alleata. Fellow human, santamadonna. E questo è il mio modo per dirglielo.

Principessa, la tua storia era nella penna di qualcuno. Hai cominciato a scriverla da te. Complimenti. Noi siamo qui a fare il tifo, impotenti e attoniti, estasiati. In contemplazione del monstrum, che poi non è altro che un capolavoro: la cosa mirabile.

Domitilla Pirro è nata a maggio del 1985 e crede che le parole portino fortuna. È giornalista pubblicista iscritta all’Ordine di Roma e direttrice creatività&sviluppo di Fronte del Borgo della Scuola Holden di Torino. Con Sote’ ha vinto la quinta edizione del concorso letterario 8×8; suoi racconti sono usciti su Repubblica, Linus, abbiamo le prove. Con Francesco Gallo progetta Merende Selvagge e La Fionda Factory, ventaglio di offerte narrative per umani di varie dimensioni. Con Sara Benedetti insegna il Buco Nel Cervello, piano di riprogrammazione di genere.
È docente del laboratorio di scrittura creativa per donne operate organizzato dalla Susan G. Komen Italia e la Scuola Holden.
È in debito eterno verso Marcello Fois, suo docente di Racconto&Romanzo durante il biennio in storytelling, che l’ha assistita nella stesura del primo romanzo. Sarebbe pure laureata in Legge, ma fa finta di no.
Commenti
Un commento a “In principio era Cleopatra, regina del Nilo (e della negazione)”
  1. Vlad scrive:

    i sessi sono due il più delle volte e non c’è nulla di sessista o “eteropatriarcale” in questo, il sesso biologico maschile o femminile non è un costrutto e non è un costrutto essere uomini o donne. Il personaggio di Ursula non è omofobo e Maleficent non è misandrico. (se gli eterosessuali sono numericamente di più, anche le fiction rguderanno per lo più quell’ambito, è inevitabile, questo non impedisce di raccontare le diversità) Un eccesso di politically correct non aiuta la causa.

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