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Privati del Patrimonio

8bÈ in libreria, edito da Einaudi, Privati del Patrimonio di Tomaso Montanari. Ne pubblichiamo un estratto, ringraziando la casa editrice e l’autore. (Nell’immagine, dettaglio dal Bruto di Michelangelo)

di Tomaso Montanari

Il 23 aprile del 2014 la Strozzi Foundation (articolazione americana della fiorentina Fondazione di Palazzo Strozzi) ha consegnato il premio annuale «Uomo rinascimentale» al signor Leonard Lauder, già amministratore delegato e presidente della grande impresa di cosmetici ereditata dai suoi genitori, la Estée Lauder. […] Nel discorso pronunciato a Palazzo Vecchio in occasione del premio, Leonard Lauder ha detto di essersi ispirato al mecenatismo di Lorenzo il Magnifico e ha citato il celeberrimo quadernuccio dei conti di famiglia che questi lasciò, morendo, ai propri figli: in esso era scritto che «si vede somma incredibile perché ascende a fiorini 663.755, tra muraglie, limosine, gravezze senza l’altre spese: di che non voglio dolermi, perché quantunque molti giudicassero averne una parte in borsa, io giudico essere gran lume allo Stato nostro, e paiommi ben collocati, e ne sono molto contento». Un esempio mirabile, senza alcun dubbio: ma non dobbiamo dimenticare che non si trattava di mecenatismo disinteressato come quello che la Fondazione di Palazzo Strozzi vorrebbe ‘vendere’ all’opinione pubblica di oggi.

L’obiettivo delle enormi donazioni dei Medici allo Stato era quello di prendersi lo Stato stesso: cosa che, alla fine, avvenne. Sessant’anni dopo la morte di Lorenzo, Cosimo I de’ Medici costruì il suo potere assoluto seguendo maniacalmente l’esempio di Augusto: la finzione era che il popolo di Firenze offrisse spontaneamente il potere al nuovo, magnifico principe in un pactum subiectionis, un patto di sottomissione. Cosimo cambiò il volto di Firenze e mise in piedi la più incredibile macchina mecenatistica della storia moderna europea: ma fu anche un tiranno sanguinario e inflessibile. Nel 1538, prima di suicidarsi nelle prigioni della Fortezza da Basso (dove oggi ci sono le sfilate di Pitti), il capo della resistenza repubblicana Filippo Strozzi si congedò dal suo mortale nemico Cosimo con una lettera in cui ne denunciava le ambizioni imperiali: «E te, Cesare, prego con ogni reverenza t’informi meglio dei modi della povera città di Firenze, riguardando altrimenti al bene di quella, se già il fine tuo non è di rovinarla»[1]. Per opporsi a quel Cesare, Michelangelo scolpì il Bruto: un’altissima denuncia libertaria e repubblicana, che dovrebbe insinuare più di qualche dubbio nella nostra acritica fede nella storia del mecenatismo. Il più importante storico di questo fenomeno, l’inglese Francis Haskell, ha scritto che i mecenati italiani del Seicento «soffocarono la ribellione con la loro assoluta sicurezza nei valori ereditari»: «l’eterodossia fu uccisa dalla gentilezza»[2].

Oggi la posta in gioco non è la libertà degli artisti: ma la possibilità che il patrimonio culturale giochi dalla parte dei diritti, e non da quella dei privilegi; dalla parte della costruzione dell’uguaglianza, e non da quella della legittimazione dell’enorme, e crescente, disuguaglianza attuale. Perché non è vero che «vogliamo tutti la stessa cosa»: «i ricchi non vogliono le stesse cose che vogliono i poveri. Chi dipende dal posto di lavoro per la propria sussistenza non vuole le stesse cose di chi vive di investimenti e di dividendi»[3]. Io non voglio le stesse cose dell’Uomo Rinascimentale Leonard Lauder: e non trovo giusto che egli possa amplificare il suo punto di vista e i suoi affari anche grazie ad un patrimonio culturale che appartiene anche a me, e che io mantengo con le mie tasse.

Quando consentiamo ad uno stilista di disporre di un ponte di Firenze come di una sala da pranzo, quando accettiamo che una grande banca d’affari faccia sedere i suoi facoltosi clienti a cena in una chiesa medioevale di proprietà pubblica, non stiamo forse firmando il nostro pactum subiectionis con un potere finanziario che già dispone di tutto il resto della nostra vita? E la situazione non è precisamente quella della moneta di Augusto, dove il supposto salvatore sta in piedi e la res publica è inginocchiata? In quella moneta il testo diceva una cosa, ma l’immagine denunciava il contrario: allo stesso modo i comunicati ufficiali di oggi parlano di nuovi mecenati, ma le immagini e i simboli rappresentano nuovi padroni. Quando prendiamo la decisione politica di non finanziare più il patrimonio culturale di tutti con i soldi di tutti (attraverso le tasse), ma di tornare all’epoca in cui pochi mecenati ‘pensavano per tutti’, non mettiamo nel conto un fattore fondamentale: «che cosa succederebbe se, quando calcoliamo la produttività, l’efficienza, il benessere tenessimo conto anche della differenza tra un’umiliante elemosina e un beneficio fornito in quanto diritto? … Quanto siamo disposti a pagare per avere una società giusta?»[4]. Il rivoluzionario articolo 9 della nostra Costituzione ci ha emancipato dal paternalismo peloso dei mecenati: siamo sicuri di voler correre a riabbracciarlo?

 


[1] In G. Spini, Cosimo I e l’indipendenza del principato mediceo, Vallecchi, Fienze 1980, pp. 131-132.

[2] F. Haskell, Mecenati e pittori. L’arte e la società italiana nell’età barocca [1963], Allemandi, Torino 2000, pp. 383-384.

[3] T. Judt, Guasto è il mondo, Laterza, Roma-Bari 2011, cit., p. 122.

[4] Ivi, p. 123.

Commenti
2 Commenti a “Privati del Patrimonio”
  1. Paola Meduri scrive:

    Gentile dott. Montanari, non ho letto tutte i suoi libri, ma sono d’accordo con i suoi “gridi di dolore”. Tuttavia vorrei farle presente anche qualcos’altro. Troppe volte le varie soprintendenze bloccano lavori di pubblica utilità (vivo a Roma) in attesa di valutare se i reperti trovati durante gli scavi siano importanti, si possano rimuovere, che farne, etc. Tutto giustissimo, ma mi chiedo perché queste valutazioni prendano anni e anni e anni. Ma gli archeologi e/o gli esperti avranno pure studiato, sapranno capire anche a prima vista che cosa si è trovato. Le faccio un esempio pedestre. Vicino a me (via portuense) avevano deciso di raddoppiare il passaggio stradale sotto un cavalcavia ferroviario. Un vero budello che provoca ogni giorno file di macchine. I lavori sono bloccati da circa 10 anni perchè si è trovato “qualcosa”. Non so che cosa perché è tutto transennato e chiuso. Noi continuiamo a fare file, Il viadotto costruito con i nostri soldi (che però pagano anche gli stipendi dei soprintendenti o di chi per loro deve decidere qualcosa) si sta irrimediabilmente rovinando. Sono sicura che la spiegazione sarà un rimpallo di responsabilità, ma qualcuno dovrebbe pure far fronte alle sue responsabilità. Non potrebbe occuparsi anche di questo “grido di dolore”? Grazie e cordiali saluti da una vecchia signora che non capisce, Paola Meduri

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