Berlusconi-e-Renzi

Profonda sintonia

Riprendiamo dal blog idadominijanni.com quest’intervento, ringraziando l’autrice.

di Ida Dominijanni

Basta leggere i giornali di centrodestra di oggi, e meglio ancora il ‘mattinale’ di Forza Italia, per fare al volo il conto dei vantaggi e degli svantaggi innescati dall’incontro di ieri fra Renzi e Berlusconi. Fanno sorridere in verità le accorte profezie sulla durata del governo Letta, da ieri ”ancorato” a un programma di riforme istituzionali che dovrebbe tenerlo in vita per almeno un anno. La verità è che d’un balzo i pesi dei giocatori in campo sono stati completamente redistribuiti. Letta (nipote) avrà pure più tempo davanti (e poi chissà, vatti a fidare), ma dipende in tutto e per tutto da Renzi e dal patto di Renzi con Berlusconi (e con Letta zio), non più da Giorgio Napolitano il quale esce a sua volta a dir poco ridimensionato, se non strategicamente sconfitto, dallo storico incontro. Angelino Alfano ha praticamente un cappio alla gola, e se aveva fatto conto, per sopravvivere, su una svolta proporzionalista adesso deve cominciare a meditare i termini di un rientro nella casa bipolare del Capo.  Silvio Berlusconi è di nuovo al centro della scena (qualcuno aveva davvero creduto che ne restasse fuori solo perché giuridicamente decaduto?). Il Pd, che solo domani discuterà la proposta di legge elettorale messa a punto dal suo segretario col Cavaliere, è ridotto a quello cui ha voluto ridursi, un’appendice del leader (ricorda qualcosa?). La legge elettorale infine, posta in gioco solo apparente dello storico incontro, è più che mai in alto mare, perché è tutta da verificare la congruenza fra il disegno di R-B e le indicazioni della Corte costituzionale: e dunque, alla fine, anche il come e il quando delle prossime elezioni è tutto da vedere.

Fine del conto al volo. Il quale spazza via in un batter d’occhio l’isterica caciara formalistica fra antirenziani e antiberlusconiani da un lato e filorenziani e filoberlusconiani dall’altro sull’opportunità o meno dell’incontro che ha tenuto banco nelle quarantotto ore precedenti. Dimostrando l’ovvio, e cioè che se è lecito, e perfino dovuto, consultare sulla legge elettorale il leader (decaduto per frode fiscale) del secondo partito, che quest’ultimo ne esca più o meno rilegittimato dipende dal ”come” della consultazione stessa. E il ”come” non si riduce affatto al luogo dell’incontro, alla soglia simbolica del Nazareno o alle (poche) uova marce lanciate contro il Cavaliere. Il come è sostanza, e sta nelle due paroline magiche che Renzi ha scelto per siglare la serata: ”profonda sintonia”. Una sintonia che non va riferita purtroppo solo al risultato dell’incontro, ma alle sue premesse.

Giova fare in proposito un esercizio – impopolare – di confronto col passato. Non sono pochi coloro, a partire da Marco Travaglio, che oggi derubricano le responsabilità di Renzi riconducendole alle ventennali responsabilità dei leader del Pds-Ds-Pd, in primis Massimo D’Alema, nel ”legittimare” Berlusconi. Il rottamatore non avrebbe fatto altro, in sostanza, che allinearsi con i rottamati. Peccato che il paragone fra Renzi e D’Alema non stia in piedi. Nel ’96, quando prese inizio l’avventura spericolata della Bicamerale che avrebbe dovuto riscrivere con Berlusconi mezza Costituzione, Berlusconi aveva la maggioranza assoluta dei voti: aveva stravinto le elezioni nel ’94, le aveva perse nel 96 ma d’un soffio, e non per un calo di voti. L’impatto revisionista della sua ”nuova destra” – che agitava, va ricordato e non lo si ricorda mai, la minaccia di un’assemblea costituente in cui sarebbe stata maggioranza – era enorme, e il tentativo di ”imbrigliarlo” nella riscrittura delle regole era volto non a legittimarlo, ma a contenerlo. Fu un tentativo perdente, perché il progetto di Berlusconi era un progetto eversivo, irriducibile alla legalità e al galateo costituzionale: e questa è storia del ventennio passato. Ma oggi, Berlusconi non ha la stessa forza elettorale di allora, e il suo progetto eversivo nemmeno: la sua irriducibilità alla legalità, com’è noto, gli si è rivoltata contro, il suo declino è stato sancito giuridicamente, le sue ricette neoliberiste non hanno retto alla prova tragica della crisi degli ultimi anni, la sua riforma della Costituzione, approvata senza l’apporto del centrosinistra, è stata sconfitta dal referendum del 2006. Oggi sì, dunque, richiamarlo in campo significa ri-legittimarlo ben al di là della sua legittimazione effettiva. E significa soprattutto un’altra cosa: che questa rilegittimazione è possibile perché implica una completa interiorizzazione della sua agenda. ”Profonda sintonia”, appunto: non solo – si badi – sulla legge elettorale, ma sulla revisione della Costituzione, della forma di Stato (la riforma del federalismo) e di governo (il combinato disposto far legge elettorale e riforma del bicameralismo).

Il tema dunque va spostato: dalla “resurrezione” di Berlusconi – che per quanto sia stupefacente non è una novità, data la pervicacia del centrosinistra nell’ucciderlo giudiziariamente senza seppellirlo politicamente – all’intronamento a furor di media e di primarie di Matteo Renzi. Spiace per quanti, a partire da Repubblica, avevano salutato nel giovane segretario del Pd l’avvento del tempo nuovo e oggi si ritrovano risospinti improvvisamente nel vecchio: ma per chi avesse occhi per vedere, la “profonda sintonia” fra l’agenda di Renzi e quella di Berlusconi era chiara, chiarissima, ben prima dello storico incontro. Paradossalmente non ha tutti i torti il cinismo dei giovani dirigenti più vicini al segretario, quando dicono che Renzi può ricevere il Cavaliere senza temerne l’impatto personale. In gioco infatti non c’è solo né tanto la rilegittimazione della persona Berlusconi, quanto la legittimazione da sinistra della sua eredità. Ovvero l’ammissione, da sinistra, che tutto sommato aveva ragione lui su tutto, e che basta fare meglio di lui le cose che voleva fare lui per ”cambiare verso” al paese. Questo e non altro è il senso della ”profonda sintonia”.

Commenti
6 Commenti a “Profonda sintonia”
  1. Sfugge sempre un fatto fondamentale: se il centro sinistra vuole vincere le elezioni deve conquistare una parte dell’elettorato del centrodestra.

  2. Regina scrive:

    Bersani e i suoi la loro occasione l’hanno avuta.
    L’hanno sprecata con una campagna elettorale tra le più attendiste e perdenti degli ultimi anni.
    Renzi non è stato votato dalle casalinghe che guardavano Rete4, ma dal popolo di sinistra; dalla maggioranza del popolo di sinistra, che sapeva perfettamente a cosa andava incontro.
    E’ la democrazia, baby (detto da una non renziana, la quale sa bene quanto questa parola facca – ma non da ora, da anni – rima con demagogia, e comunque pur sempre il male minore tra i sistemi di governo di un paese).
    Anche Grillo l’aveva avuta la sua occasione, e l’ha buttata alle ortiche.
    Ora dunque tocca a Renzi. Fallirà facendo la fine di Occhetto, Bersani, Bertinotti e co. Oppure migliorerà la situazione e (per quanto antipatico, o non abbastanza di sinistra) e sarà stato meglio di tanti suoi colleghi.
    Se l’altra sinistra (con Vendola) si rende protagonista di certe spettacolari telefonate con i padroni dell’Ilva, pretendete che a questo giro non stia ferma?

  3. Gianluca scrive:

    E’ ora di svegliarsi, l’antiberlusconismo ha rovinato la sinistra, ha avuto il solo effetto di far perdere elettori per l’incapacità di formulare una idea alternativa di Italia.
    Non c’è nessuna continuità tra Renzi e Berlusconi, si tratta solo di cercare di cambiare la legge elettorale (da soli non si può) e di cominciare a pescare elettori dall’altra parte, un passaggio obbligato se si vuole tornare a governare questo paese.

    P.s. Le ricette neoliberiste di Berlusconi sono rimaste ricette, non sono mai state applicate, magari Renzi ne applicasse qualcuna, una volta al governo.
    L’Italia è un paese immobile che necessita di riforme radicali in tutti i campi, il lavoro in primis.

  4. Lucia Vergano scrive:

    Ferma restando la differenza “antropologica” tra i due lider extra-parlamentari (l’uno, stando alle informazioni di cui dispongo, a parte qualche vicenda non del tutto limpida riferibile al periodo alla presidenza della Regione Toscana, si e’ sempre mantenuto nella legalita’; l’altro, palesemente no, talvolta infrangendo le normative vigenti, talaltra modificandole ad personam), anche ai miei occhi e’ possibile individuare una certa convergenza nelle loro proposte politiche, tanto a livello contenutistico quanto formale.

    A livello contenutistico, sebbene con sfumature differenti, mi pare che entrambi propongano un riassetto istituzionale improntato al ridimensionamento del potere legislativo in favore di un rafforzamento di quello esecutivo: riduzione del numero dei parlamentari, ridefinizione quando non abolizione del Senato, (semi-)presidenzialismo. Le politiche economiche proposte non si differenziano sempre in modo sostanziale; quelle in tema di diritti civili soltanto debolmente.

    A livello formale, riconosco a entrambi una certa insofferenza per le prassi democratiche fondate sul confronto delle opinioni in favore di un decisionismo affrettato e leaderistico.

    Mi chiedo se questa convergenza non sia, almeno parzialmente, imputabile anche al sistema bi-partitico, e alle connesse leggi elettorali. Personalmente, non son affatto convinta che l’assetto istituzionale debba ispirarsi principalmente al criterio di governabilita’. Ne’ che il paese si possa riformare unicamente in chiave liberista. Diversamente dalla maggiroparte dei miei connazionali…

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