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(Pro)Fumo negli occhi

Ospitiamo un intervento di Elisabetta Marino, insegnante di Palermo, uscito su La tecnica della scuola.

di Elisabetta Marino

Non c’è Governo che abbia perso l’occasione di intervenire sulla scuola pubblica, considerata, insieme alla sanità, il bacino naturale a cui attingere risorse in tempi di crisi economica: la disinvoltura con cui viene realizzata quest’operazione dà la misura della scarsa considerazione in cui è tenuta l’istruzione in Italia. Il disegno è chiaro ormai da tempo: smantellare la scuola pubblica con tutti i mezzi possibili, avendo l’accortezza di dissimulare questa intenzione con proclami demagogici che, in tempi di disinformazione e assopimento dello spirito critico, incontrano l’adesione fiduciosa dei più.

Questo l’obiettivo della riforma Gelmini, che ha operato tagli chirurgici alle risorse umane e materiali della scuola pubblica, impoverito l’offerta formativa, radicalizzato il processo di aziendalizzazione della scuola avviato già da tempo.

Inutile aspettarsi dal ministro Profumo un segnale di discontinuità: certo, per la sua storia personale, il “tecnico” Profumo risulta più credibile del “politico” Gelmini nelle vesti di ministro (chi non lo sarebbe?). E poi fa parte del governo dei “professori”, i “saggi” “unti” dal pater patriae Napolitano per salvare l’Italia da sicura rovina. Agitando lo spettro della crisi, Monti e i suoi sono riusciti a fare accettare alle fasce più deboli della popolazione una progressiva perdita di diritti e di garanzie: noi cittadini, declassati a sudditi, dovremmo accettare qualunque provvedimento, anche il più iniquo, come male necessario per evitare un male più grande.

La scuola non poteva essere esclusa da quest’opera di “risanamento”: il ministro Profumo ha agito in continuità con il suo predecessore, mantenendo l’impianto della riforma e le sue conseguenze in termini di tagli, precarizzazione del lavoro, impoverimento dell’offerta formativa, negazione dei diritti degli studenti e dei lavoratori.

Ma perché limitarsi ad essere ricordato come epigono della Gelmini? Perché non osare là dove non si era spinta neppure lei (o chi per lei)? Perché non passare alla storia come il ministro che ha “selezionato” e “svecchiato” la classe docente?

La sfida è allettante perché cavalca due concetti ad alto potenziale propagandistico e demagogico: da una parte sembra soddisfare la sete di “merito” dell’opinione pubblica, che per il resto pare rassegnata ad avere governanti mediocri (e per la sua colpevole rassegnazione dimostra di meritarli!); dall’altra riprende il mito del “giovanilismo”, invocato periodicamente e pretestuosamente dai governi più reazionari che, al grido di “largo ai giovani!”, mettono in atto politiche di segno opposto e stroncano le prospettive di inserimento dei più giovani nel mondo del lavoro, mortificando i loro percorsi di studio e le loro intelligenze.

Quale la formula magica che, secondo il ministro, combinerebbe “giovinezza” e “merito”? Il concorso a cattedra! Un ritorno al passato che non convince per vari motivi, una scelta propagandistica, disonesta negli intenti e nelle strategie di comunicazione usate per dissimulare gli stessi.

La prima, evidente anomalia riguarda i destinatari del concorso: non i giovani laureati, non ancora in possesso di abilitazione, ma i vecchi laureati, in gran parte abilitati tramite Siss. Il gruppo, in realtà, è eterogeneo, perché comprende anche coloro che hanno acquisito l’abilitazione tramite altri canali, in virtù del servizio prestato, nonché i laureati fino al 2001-2002 non ancora in possesso di abilitazione. (Riconosco la partigianeria del distinguo ma, concedetemelo, aver fatto la Siss è un’esperienza che lascia il segno!) Tutti, comunque, accomunati dalla mancanza del requisito anagrafico: non c’è nessun “giovane” tra i candidati al concorso dell’era Profumo. E per “giovane” si intende nessuno sotto i trent’anni. Sì, perché l’esser giovani in questo strano Paese ha parametri variabili, che dipendono dall’ambito, dall’opportunità del momento, dagli interessi in gioco.

Nella fascia di età compresa fra i trenta e i quarant’anni si è “troppo” giovani per pretendere la stabilità del posto fisso, che i colleghi più anziani, dandoci degli sprovveduti e dei pretenziosi, ci rammentano continuamente di aver conquistato dopo una lunga gavetta (sic!); si è “ancora” giovani per dirsi stanchi e rassegnati dopo appena sette (dieci, quindici) anni di precariato; si è giovani e intemperanti quando si osa contraddire un dirigente scolastico; si è giovani e inaffidabili quando ci si reca presso una banca per tentare di ottenere un mutuo. Insomma, la generazione di “mezzo” è giovane quando rivendica il riconoscimento di un percorso, quando avverte come irraggiungibile la meta della stabilità, quando esprime un pensiero divergente, quando aspira ad un minimo di progettualità.

Gli stessi soggetti diventano “vecchi” al confronto con i neolaureati, al punto che nel parlare di svecchiamento della scuola i referenti in negativo sono proprio i “precari storici”. E poco importa che siano serviti finora come bacino di reclutamento per occupare cattedre destinate a rimanere eternamente vacanti per convenienza economica, ma anche per quel disegno politico, ormai fin troppo chiaro, che mira alla precarizzazione del lavoro in ogni campo: i lavoratori sono destinati ad una precarietà ontologica, una condizione irreversibile, da interiorizzare e da accettare come dogma di fede.

Quanto sia pretestuoso, demagogico e in malafede il motivo del merito lo dimostra il fatto che, e qui è d’obbligo il distinguo, chi si è abilitato tramite Siss ha dimostrato di possedere gli stessi requisiti di merito che ora vengono messi in discussione: lo ha fatto superando le prove (scritte e orali) di accesso alla Scuola di specializzazione, sostenendo una ventina di esami in itinere e un esame finale (anch’esso scritto e orale) con valore concorsuale.

Che le parole in questo strano Paese abbiano perso il loro significato?

In realtà, sembrano avere acquistato una polisemia preoccupante, che non è il segno di una naturale evoluzione della lingua, ma è il risultato di una subdola manipolazione, di un uso strumentale e mistificatorio delle parole, di un perverso corto circuito che ha fatto saltare il rapporto tra significanti e significati: in Italia si può affermare impunemente di bandire un concorso dopo 13 anni di vuoto (?) quando, nel frattempo, gli aspiranti insegnanti conseguivano l’abilitazione al termine di un percorso biennale, coronato da un Esame di Stato con valore concorsuale; si può affermare di voler svecchiare la scuola precludendo l’accesso al concorso ai neolaureati e, contraddizione somma, innalzando l’età pensionabile, con il risultato di allungare l’agonia lavorativa di docenti ormai stanchi e demotivati.

Manipolare le parole significa mistificare la realtà. In quest’operazione il governo Monti non è secondo al governo Berlusconi, da cui si distingue solo per una parvenza di serietà e di rigore. Questa volta gli organi di informazione che si sono guadagnati la fama di essere contro il regime berlusconiano conducono una campagna smaccatamente filogovernativa: gli articoli che hanno annunciato il concorso su La Repubblica, Il Corriere della Sera e altri quotidiani sono stati scritti con superficialità, partigianeria, malafede, cognizione scarsa o nulla della situazione della scuola pubblica, nessun rispetto né attenzione per le ragioni di chi protesta. La campagna di disinformazione ha sortito i suoi effetti: chi è esterno al mondo della scuola (e non solo…!) crede alla favola dell’opportunità e stigmatizza i presunti beneficiari del concorso come ingrati.

Il concorso a cattedra è una truffa di Stato! È uno degli innumerevoli esempi della relatività del concetto di regola in Italia: le regole hanno una durata pari a quelle dei governi che le hanno volute o degli interessi che le hanno determinate. Scadute queste condizioni e subentrati nuovi interessi, le regole cambiano, e poco importa se a ciò consegue la negazione di diritti precedentemente acquisiti.

Due cose in questo momento mi riempiono di indignazione. Innanzitutto la deduzione ovvia e offensiva che si può trarre dalla dichiarazione di intenti del ministro: se il concorso porterà (verbo al futuro) in cattedra i giovani e meritevoli, la generazione a cui appartengo non ha, evidentemente, nessuno di questi requisiti. Stiamo invecchiando, è vero, anagraficamente e nella fiducia di vederci riconosciuto ciò che ci siamo guadagnati con anni di studio e di lavoro. Invecchiamo nelle graduatorie ad esaurimento (ormai il significato di questa espressione è inequivocabile!), intenti a collezionare punti che corrispondono ad anni di servizio e di vita. Restiamo lì, bloccati, ma non per nostro demerito!

L’altra cosa che mi fa provare un misto di rabbia e di amarezza è la remissiva accettazione del concorso da parte di molti colleghi che, appena appresa la notizia, l’hanno metabolizzata senza battere ciglio e, all’approssimarsi della pubblicazione del decreto, sono pronti ad alimentare la speculazione dei corsi di preparazione alle prove concorsuali. Certo, ognuno ha il suo modo di reagire ad una notizia che travolge un equilibrio di per sé instabile. Ma ciò che mi fa riflettere è la mancanza di una vocazione “politica” negli insegnanti: siamo “monadi”, non riusciamo a sentirci “corpo docente”, non crediamo nella forza che deriva dall’unione. Noi, gli educatori, siamo delusi e disillusi…

Le iniziative promosse in questi giorni a Palermo per manifestare il dissenso a questo concorso non hanno la pretesa di far cambiare idea ad un ministro che rifiuta ogni confronto. L’obiettivo è quello di fare informazione, di ristabilite la verità, di creare un movimento di opinione che, partendo dal concorso, faccia emergere le contraddizioni della politica scolastica perseguita negli ultimi anni a livello nazionale e locale. Io credo che manifestare il proprio dissenso sia un dovere: lo dobbiamo a noi, alla serietà del nostro percorso, alla passione e alla competenza con cui abbiamo lavorato in questi anni.

La protesta è una forma di rispetto per le nostre professionalità umiliate da questa iniziativa inutile e pretestuosa! È inaccettabile che un’intera generazione sia considerata come il capro espiatorio da sacrificare sull’altare di un merito solo presunto, che sia strumentalizzata e additata come incompetente e restia alla selezione!

La protesta è un atto di amore per la scuola pubblica, che deve essere messa davvero al centro della crescita di questo Paese! Il concorso non è la soluzione ai mali della scuola: non sarà sottoponendo ad un’ennesima selezione migliaia di docenti “precari loro malgrado” che si risolveranno problemi ormai annosi: lo svuotamento delle graduatorie non potrà prescindere dal riconoscimento degli anni di servizio prestati (rimanendo quest’ultimo il criterio più equo per l’immissione in ruolo); si dovrà fare un passo indietro sui tagli criminali dell’era Gelmini, sulle classi-pollaio, sulla diminuzione del monte ore; si dovrà avere il buonsenso di investire sulla messa in sicurezza degli edifici scolastici anziché sugli ultimi gioielli della tecnologia!

Merito, giovani e tecnologia fanno parte di una narrazione mitologica che non contempla le contraddizioni della scuola italiana e che esclude deliberatamente le inadempienze e le responsabilità della classe politica: sono solo (Pro)fumo negli occhi!

Commenti
2 Commenti a “(Pro)Fumo negli occhi”
  1. Simona Santoro scrive:

    Rem tene verba sequentur! Elisabetta Marino Ministro della Pubblica (vilpesa)Istruzione, non scherzo! Che questo a rticolo sia letto in tutte le scuole!

  2. Eva scrive:

    « Ma perché , prof, se il libretto delle assenze serve a voi professori, io devo ritirarlo e pure pagarlo? Perché allora non posso far scrivere la giustifica sul mio diario, così i miei genitori non pagano niente?». È la seconda volta in due giorni che la ferrea logica di una ragazzina mi mette in scacco matto. L’altra è stata il giorno prima, quando un alunno di prima media mi ha chiesto: “Ma perché fare santo Aldo Moro – al quale è intitolata la nostra scuola – e non fare santi anche Paolo Borsellino e Giovanni Falcone?”, ma questa è un’altra storia. La domanda della tredicenne è il punto interrogativo che leggo sulle facce di tutti i suoi compagni. Fino a pochi minuti prima neanche io sapevo che il libretto delle assenze si pagasse. Non so che dirle. Oppure sì, le parole ce le avrei.
    Già. Perché? Dannazione perché continuano a pagare i tuoi genitori? Perché sborsano come pecore i 5 euro obbligatori per l’assicurazione, più i due del libretto, più gli otto di “contributo volontario” più la spesa relativa alla cancelleria, più quella, enorme, dei testi in adozione quando altrove, per esempio in Germania, i libri vengono forniti dalla scuola e restituiti a fine anno? Più…più…più… Perché? Perché non fate scrivere sul vostro diario, invece delle giustifiche, un ben più razionale “Andate tutti a quel paese”, magari decorandolo con quei disegnini di certe parti anatomiche che normalmente si trovano sui muri e sulle pareti delle scuole? Ve lo meritate, allora, di continuare a pagare! Anzi: dato che ci siete pagate pure la prossima rata del mio mutuo e le decine di barattoli di nutella che mando giù per tollerare tutto questo!
    Trattengo in un sospiro il fiume di indignazione che rischio di vomitare addosso alla ragazzina. Temporeggio. Cerco quindi di farle capire che il libretto non serve a noi professori, ma alla scuola, perché “rimanga agli atti” che i genitori sono a conoscenza di eventuali assenze dei propri figli. Penso di essermela cavata bene, che la mia spiegazione ha in parte soddisfatto la domanda. Ma mi vergogno. Dentro di me lo so, lo so che i ragazzi hanno ragione e che il loro discorso non fa una grinza, mentre le “ragioni” della scuola ormai fanno acqua da tutte le parti e mettere una toppa pietosa, come sto cercando di fare in questo momento, è solo un palliativo: presto salterà fuori un nuovo motivo per ricorrere a un’altra pezza, un po’ come quella pubblicità di qualche anno fa, in cui un idraulico rimediava a una perdita tappandola con un rubinetto, ma subito ne arrivava un’altra e lui lì, pronto a sistemare un altro rubinetto e così via…
    Corro a casa. Ce l’ho col dirigente. Voglio farle capire che la sua decisione di far pagare alle famiglie anche il libretto delle assenze, oltre alla pittura per le pareti (un improbabile giallo che non ha nessuna volontà di ricordare il sole, né qualunque altra cosa, a parte un barattolo di senape andata a male, ma che forse era il colore più economico dopo il grigio) è una scelta scriteriata in un Sud che paga un altissimo tributo a questa crisi economica, dove i genitori sono spesso entrambi senza lavoro, dove molti, a 40-50 anni, ricominciano a mettersi in viaggio verso il Nord, come si faceva da ragazzini, quando magari si andava su per “fare esperienza” e qualcuno finiva col rimanerci e metter su famiglia e qualcun altro invece tornava (pochi in verità).
    Faccio ricerche, consulto internet, voglio le prove che far pagare quel libretto è un abuso. Invece finisco con l’essere risucchiata in un vortice di eleganti definizioni del tipo: “tasse scolastiche obbligatorie” (per le scuole superiori e per l’assicurazione), “contributi volontari” (quelli che nessuno può estorcerti, ma che servono a “migliorare la didattica e l’offerta formativa dell’istituto”) e, dulcis in fundo: i cosiddetti “rimborsi” cioè quei contributi richiesti alla famiglie per le spese fatte “in favore degli alunni”, quindi dei loro figli. In questa voce rientrano i libretti delle assenze, ma anche, mi vergogno a dirlo, le “schede di valutazione”, oggi tornate a chiamarsi “pagelle”. Mi sento sconfitta. A confronto delle cifre che scopro in altre scuole, i due euro per quel libretto sono una somma ridicola, l’equivalente diciamo di due merendine al distributore automatico. Ci sono istituti che arrivano a chiedere fino a 50 euro di “contributi volontari” e fino a 10-15 euro per un libretto delle assenze.

    Forse è un incubo. Voglio svegliarmi.

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