Dan-Hillier-Our-Lady-of-the-Everything (1)

Progettare tempeste

Dan-Hillier-Our-Lady-of-the-Everything (1)

di Dario Valentini

E una foresta di mani bianche ghermì l’uomo dentro il palazzo. Ballerini finì di ascoltare la traccia. Le cuffie interrate nelle orecchie. Lo sguardo correva sulla gente della Padova bene che passeggiava davanti al duomo. Medi imprenditori fasciati da doppiopetti dall’indubbio charme destrorso. Insegnanti di filosofia infilati in maglioni austeri che si intonavano bene con i capelli bianchi. Torme di ragazze riccastre senza l’ombra di una paura negli occhi con le loro gonne di tweed. Certo, il paradiso si poteva trovare solo in quel campo che sta all’ombra di mille spade, ma anche la sotto non si scherzava. Scoccò uno sguardo a Boscolo e si domandò se avesse avuto lo stesso pensiero anche lui. Maiale avido. Ballerini era rimasto immobile per tutto il tempo. Imponendosi un’espressione piuttosto neutra. Non aveva concesso né un ticchettio sul tavolo, né un movimento della testa. Sapeva che Boscolo aveva paura di non essere riuscito a impressionarlo affatto. Gliela sentiva addosso. Lo guardò finire il suo spritz in un goffo tentativo di carburare coraggio e poi assumere la posa più composta che poteva. Ti vedo un po’ nervoso.

Inutile girarci attorno. A Boscolo il suo parere interessava. Parecchio. Sapeva di essere l’unica persona di cui aveva davvero bisogno per il suo piano, qualunque fosse stavolta. Si accese una sigaretta. Aveva insistito per sedersi fuori al gelo e poter fumare. Sebbene Boscolo tirasse continuamente su con il naso. Non gli fregava niente. Era condizione necessaria e non sufficiente per iniziare il negoziato.

“Comunque ti vedo proprio bene, figo quel mantellaccio” fece Boscolo.

Ballerini lo ignorò “E quindi ti serve qualcuno abbastanza bravo da suonare questa roba?” chiese.

“Esatto.”

“Sapevo che saresti tornato strisciando” Ballerini si accomodò sulla sedia.

“Non sto affatto tornando” defletté Boscolo. “E comunque io non striscio.”

“Si invece. Non c’è nessuno in tutto il Veneto che saprebbe suonartela. È fottuta e lo sai. Poi con la distorsione così se fai un errore si sente subito.” Ballerini assaporò il momento come un vecchio amante che dopo un tradimento ha una sfacciata, insperata opportunità di pareggiare i conti. “Sei nella merda.” Aveva passato parecchio tempo a sognarlo e talvolta gli dei sorridono a un uomo paziente. “Però te lo concedo” continuò. Un bel bacio prima dell’affondo. “Non avrei mai pensato che saresti stato capace di scrivere una cosa così figa. Quando abbiamo iniziato a suonare insieme non sapevi neanche cos’era il tapping e adesso guardati: Tempi dispari, accordi spaccamano, melodie ricercate e questi riff geometrici e perversi. Ci credo che non sai suonartela da solo” tirò una boccata dalla lucky e schioccò le labbra. “È audace.”

Boscolo sorrise “Ah com’è piena di ragni la mia mente.”

Ballerini sorrise di rimando. Adesso ti voglio vedere sbiancare.

“Certo scriverla su Guitar-Pro, suonarla nota per nota e montarla su Logic aiuta” scoppiò a ridere battendo languidamente le mani. “Non sei un musicista. Sei un programmatore. Davvero un piccolo ragnetto insidioso.”

Boscolo non si scompose. Non sapeva suonarla, ma l’aveva comunque composta lui. Risultato brillante. Processo laborioso. Sicuramente se lo voleva risparmiare in futuro. Quello stronzo. E di certo si era giocato tutte le idee che aveva. Adesso era a secco.

“Allora ci stai?” chiese.

Ti voglio vedere in ginocchio in Piazza dei Signori che mi preghi con le mani sanguinanti e implori perdono dopo che sei venuto scalzo fin qui da Venezia.

“Assolutamente no. Ci hai lasciati di punto in bianco. E adesso mi porti questa offerta di pace e vuoi tornare? Non sono una delle tue squinzie. Non se ne parla.”

“Non hai capito niente. Ho un gruppo mio adesso. E voglio che tu ti unisca.”

“Stai scherzando spero.”

“Sei sprecato con quegli altri e lo sai. Non combinerete mai niente. Chiusi in quella saletta comunale del cazzo senza un’idea decente. A litigare per qualsiasi stronzata.”

“I tuoi musicisti sono dei virtuosi invece.”

“Vieni alle prove e vedi. Siamo compatti, suoniamo a metronomo.” Si stravaccò sullo schienale e scandì. “Come una cosa sola.”

Ballerini storse la bocca. “Il batterista è buono?”

“Un matto.” Boscolo era il campione di queste fughe in diagonale.

“L’altro chitarrista?”

“Non ci serve un altro chitarrista, basti tu. Facciamo come i Napoleon! Lanciamo una traccia di ritmica sotto dal computer e tu suoni la solista.”

Lo stomaco di Ballerini aveva mancato un gradino. Fece uno sforzo per ricomporsi.

“E la saletta?”

“Nostra. C’è tutto. Un drum set buono, testate, casse, impianto voce. Non hai mai suonato con gente così, quelli sono fuori come me e te.”

Ballerini espirò profondamente. Ci pensò un secondo.

“Ma stai sempre con quella?” chiese improvvisamente. Aveva ancora nelle orecchie il ronzio delle sciabole che cozzavano dopo l’ultima frase. Ascoltò il sibilo del vento, il risucchio del colpo successivo. Pausa. Spadaccini che si squadrano.

“Si.”

“Mi stupisce. Non sei mai stato bravo a tenerti né gli amici, né le ragazze.”

“E tu con chi stai adesso?”

“Una nuova. Davvero figa.”

“A me non stupisce. Le tipe hanno sempre fatto a gara per succhiarti l’uccello. Oh Ballerini dai capelli color del grano e dai denti perfetti. Sassi levigati dalle onde smeraldo nella baia di Itaca. Oh splendente Apollo Progressive Metal che esce dal Tito Livio e vi guarda tutte con sufficienza. Non c’è nessuna tra voi che conosce i Save Us From The Archon? Allora smammate! Non sarete benedette dalla sua luminosa spada magica.”

Ballerini rise. Lo stomaco inciampò ancora. Gli erano proprio mancate le stronzate di Boscolo. Era sempre stato bravo con le parole e lo faceva ridere come pochi. Quando non lo faceva incazzare come nessun altro. La verità è che avrebbe voluto parlargli di Luna, confidarsi di come per la prima volta una tipa lo metteva in difficoltà. Oh potersi riposare tra le braccia di un consigliere di guerra stimato, qualcuno che potesse essere il suo scudo e il suo mantello, che fosse armato con la lancia della dedizione e la torcia del perdono. Qualcuno come lui. Gli lanciò un altro sguardo. Ok forse non erano così simili. Ma quantomeno lo reputava al suo livello. Per queste cose. Si accese un’altra sigaretta. Poi parlò. “Sei un coglione. E comunque non se ne parla.”

“E se ti dicessi che stiamo mettendo su anche un’home studio?”

“Ti direi che non mi interessa.”

“Guarda che quello che hai sentito è solo l’inizio, stiamo scrivendo un disco che cambierà le cose.”

Stai scrivendo un disco. Ti conosco, vorrai sempre avere l’ultima parola.”

“Da te accetterei suggerimenti, saresti il mio secondo” rispose Boscolo con un sorriso storto.

Ma davvero le tipe lo trovavano affascinante?

“Prendere o lasciare.”

“Lasciare!” esclamò Ballerini “Io non voglio averci niente a che fare con te, vediamo quanto ci metti a farti odiare anche dai tuoi meravigliosi nuovi amici.”

“Ti mando la traccia.”

“Non la voglio.”

“Io te la mando. Tu pensaci. Questa è la storia della musica che sta accadendo e tu non ci sei, sei da qualche parte a fare chissà cos’altro e te lo perderai!”

Ballerini si alzò dal tavolino, si sistemò il lungo cappotto scuro “Grazie per la bevuta” sbottò.

“Lo sai qual è la differenza tra un mago e uno stregone?” gli gridò alle spalle Boscolo.

Il mago studia la magia sui libri, lo stregone ce l’ha nel sangue. Il pensiero fulminò Ballerini.

“E tu ce l’hai nel sangue! Non provare a resisterle!” gridò ancora Boscolo, tra lo sgomento della gente intorno.

 

Ballerini rientrò in casa trafelato e nervoso. Si svestì ed era sudaticcio. Si rese conto che era corso via. Aveva saltato a due a due i gradini del vecchio palazzo del centro in cui abitava. Si era sbattuto la porta dietro, interrompendo bruscamente l’esecuzione di Satie al pianoforte. Un Kawai senza lode. Utile solo per provare quelle acrobazie con le dita che poi riutilizzava sulla chitarra.

“Ma stai bene?” gli chiese sua madre alzando lo sguardo dai tasti.

“Sì.”

“Lo vuoi un tè?”

Ballerini si affacciò in cucina “Lo vorrei. Ma non mi pare che ci sia.”

“Se aspetti un attimo te lo faccio” provò inutilmente a chiamarlo. Era già corso in laboratorio.

Le pareti di camera sua erano tappezzate di tablature: Animals As Leaders. Periphery. Erra. Istruzioni per progettare tempeste. Polyphia. Intervals. I Built The Sky. Schemi per generare caos calcolato. Il rack reggeva le chitarre. Grimori alieni di legno e metallo. Orientati secondo le loro proprietà elementali. “Un giorno questa roba non la userà più nessuno.” aveva detto Luna passando la mano sulle palette come fossero state le ossa di un mondo morente. “Forse nemmeno tu.” Lui si era tolto la maglia “Hardcore will never die. But you will” aveva canticchiato. “Vieni qui.”

Sul tavolo da lavoro grossi alambicchi ospitavano triangoli di mille colori. Plettri. Schegge di corteccia del drago albero. Corde di vario calibro. Crini di cervi dalle corna folgoranti. Cavi di ogni lunghezza. Radici del continente della nebbia. Pedali di varie forme e dimensioni. Catalizzatori per le reazioni. Boscolo si sbagliava. Non era un mago. E nemmeno uno stregone. Era un alchimista. Di quelli ossessionati dall’onniscienza che trascorrono le notti a compiere esperimenti per trasformare la materia in suono e il suono in qualcos’altro ancora. Un intrigo superiore alla somma delle sue parti. Non aveva paura davanti alle leggi umane o divine. La sua forza nasceva dalla disciplina e dalla crudeltà. Sangue che gocciola dai polpastrelli. Poi diventano duri. Sopportano trasmutazioni più lunghe.

Davanti alla monolitica cassa Marshall nera e cromata, le cui griglie metalliche si intrigavano in fragorosi pentagrammi. Ballerini stava seduto con le gambe accavallate. Il corpo della sua Sterling JP6 “Amica degli Spettri” incastrato tra coscia e braccio. Accarezzò il corno inferiore e il retro del manico in palissandro. Così sottile che la sua mano si poteva chiudere confortevolmente sulla tastiera. Bene così. Quella cisti al polso gli dava parecchio fastidio. Non esagerare. Potresti non riuscire a suonare più come prima. Gli aveva detto il Bagnoli all’ultima visita. Certo. Fanculo. Si aggrappò tracciando i tetragrammi di una geometria violenta. Minore. Accese la testata. Una Peavey 6505 con il riverbero a molle. Spinse il gain a 9, toccò i bassi ma poi li rimise com’erano prima. Aspettò che si scaldassero le valvole. Cagliostro saltò sulla testata, si mise comodo e lo guardò fisso negli occhi. Apri le orecchie stronzetto. Ballerini alzò il volume. Fece schizzare in su la levetta dei pick up. Suonò palm mute pesanti una tonnellata. Poi improvvisò un fraseggio. Scattò sui fili di metallo tesi sopra la tastiera, le dita saltavano senza bisogno di pensarci. Memoria muscolare. Il polso della mano destra faceva rimbalzare furiosamente il plettro scatenando una pioggia torrenziale di note. Gocce di mercurio che si incendiavano e rapprendevano in solidi shrapnel di granata. Si mise a ripassare una traccia del suo gruppo ma si annoiò quasi subito. Perfino il gatto dormiva sopra l’ampli. Si fermò. Portò il pomello del volume a zero. Sbuffò. La mano sinistra annaspava nel mare delle figure disponibili. L’altra fremeva. Stava cercando il primo accordo della canzone di Boscolo. Lo trovò al terzo tentativo. Cambiò strumento. Per questa roba meno Metal serviva più dinamica, un tone più vintage. La sua Tele era un gioiello, letteralmente non le facevano più. Manico in acero. Verniciatura sunburst opaca. Scettro ricavato da una stella nera che bruciava di fuoco perpetuo. Pick up originali sostituiti con dei Bare Knuckle che suonavano come nocche nude sulla bocca. Il rumore di denti che schizzano. Suonò il primo tratto quasi correttamente. Di sicuro gli era rimasta in testa. Circa al sesto ascolto aveva buttato con buona precisione un terzo della traccia. Il riff introduttivo alternava accordi intricati a cluster di note plettrate e tapping fulminanti. Poi faceva una sfuriata in tremolo e impazziva completamente. Licks ultra tecnici. Balzi funambolici. Sweep. Cazzi. Coboldi ed elementali sconosciuti. Niente. Nonostante il suo orecchio buono gli servivano delucidazioni dal bastardo che l’aveva scritta. Sentiva che lui era li, nel buio. E lo guardava. Le braccia incrociate e quel sorriso a serramanico. Nel suo silenzio la solitaria promessa della battaglia. Insieme. Spense tutto.

Come una cosa sola.

Figlio di puttana.

Come cazzo si era trovato a suonare di nuovo con Boscolo non voleva saperlo. Aveva deciso di dare una possibilità a quegli sfigati. Si era fatto passare la tablatura e aveva imparato la sua parte nel minimo dettaglio. Una nota sbagliata e se ne sarebbe andato senza voltarsi indietro. A dire il vero la saletta non era male, piuttosto grande e con una quantità davvero esagerata di gear. Ballerini aveva comunque insistito per portare la sua testata personale. La luce rossastra dei corti pomeriggi invernali filtrava dalle finestre. Quanto a loro non avrebbe saputo esprimersi. Il bassista era un tale Frison con un bel Precision originale Fender color legno e i capelli lunghi piastrati che gli cadevano sulla maglietta dei Misery Signals. L’aveva salutato con un cenno e faceva il sostenuto ma dallo sguardo che aveva capì che avrebbe voluto fargli mille domande. La sua leggenda lo precedeva. Sul batterista, Rampino, magrolino e rasato com’era non avrebbe scommesso un centesimo. Pareva malaticcio. Non gli aveva rivolto parola. Eppure quando lo guardava gli dedicava sempre un sorriso da bambino. Enorme e un po’ fatuo. Il drum set era figo. Gargantuesco. Alcuni piatti neanche sapeva a cosa servivano. Che suono facevano.

“Non glielo toccare. Mai” lo avvertì Frison accennando alla batteria. “Specialmente con le mani sporche. Lui se le lava sempre prima di toccarlo.”

“Sette volte prima. Sette volte dopo” canticchio Rampino con sguardo assente.

Ballerini non rispose. Appoggiò la sua LTD Horizon sulla gamba sinistra leggermente piegata in avanti. Contrapposto.

“Come una statua greca” scandì Boscolo con un sogghigno languido.

Si aggiustò il ciuffò di capelli biondi. Artigliò il manico e fece un cenno con la testa.

“Vediamo cosa sapete fare fioi.”

Boscolo sorrise sotto i baffi. Esageratamente sicuro di sé. I denti luccicavano come una tagliola, accuratamente disposta. Ballerini serrò le labbra. Frison si aggiustò gli occhiali da hipster sul naso e sbuffò. Rampino non ci aveva fatto neanche caso. Guardava da un’altra parte e contava. Si infilò gli auricolari, fece partire la backing track dal computer e batté quattro quarti con le bacchette in aria. Poi successe quello che Ballerini temeva dal profondo del cuore. Distendeva un tessuto ritmico perfetto. Fottutamente preciso. Non usciva di un bpm da quelli stabiliti dal click piantato in cuffia. Metteva un colpo immacolato dietro all’altro. Li costringeva davvero a suonare come una stramaledetta cosa sola. Compatti, tesissimi. Tight as fuck. Ballerini lanciò uno sguardo pugnalata a Frison. Sperò di vederlo sfracellarsi sugli scogli della complessa matematica percussiva che Boscolo aveva composto per il centro della traccia. Era Jazz oscuro. Quei pezzi in 7/4 erano troppo. Non ce l’avrebbe fatta. E invece Frison non mollava un cazzo. Anche nelle parti più toste. E faceva pure headbanging. E infine il maledetto Boscolo. Era scatenato. Saltava come uno stambecco. Urlava, cantava, mischiava i due registri senza mai perdere fiato. “Cosa ci spinge a cercare l’altro?/ Nonostante le delusioni/ nonostante la sofferenza/È forse il bisogno di essere giardini?/ O di essere giardinieri?” Qualche volta era un po’ sporco sulle note alte ma cristo quanto era migliorato. Non sembrava neanche lui. “Quel giorno ho iniziato a scrivere una raccolta di racconti/ Tratti dalle storie che avevo vissuto o che avevano vissuto altri o che ancora non aveva vissuto nessuno.” Ballerini si sorprese a guardare quella fottuta sirena Melodic Hardcore e sentì che la faccia gli tirava. “Forse spinto dal desiderio di non perdermi nessuna di quelle vite/ Immaginarie o reali che fossero/ Era davvero importante?” Soppresse il sorriso e provò a disarcionarli, accelerò e rallentò per quanto gli era concesso. Li mise in difficoltà. Provò a confonderli con un diluvio di note extra. In una parte già complicata inserì uno sweep in scivolata e poi bend al limite della rottura corde. Niente, non li schiodavi. Incatenati a Rampino. Ed erano veramente una tormenta. Una massa di nuvole nere che inghiotte una flotta di navi e poi la torre con il faro sulla costa e poi la costa intera e il fottuto continente, mentre le madri si disperano e i figli sono consumati davanti ai loro occhi, pezzo di carne dopo pezzo di carne e il loro sangue diventa parte della stessa tempesta. Erano grandine scarlatta, fulmini rossi. L’ululato rutilante del vento. Suonavano grossi anche se erano in quattro. Abrasivi come un’ustione chimica. Tragicamente melodici. E quei testi in italiano gli davano un che di autoriale che non capiva del tutto. Eppure gli piaceva. Comprendevano tutto quello che conosceva del Mathcore e lo superavano. Erano un calderone che vomitava gufi con le piume di oricalco ed enormi volpi corazzate con gli occhi truccati. E guerrieri coi cappelli a punta, labbra color orchidea e falci parlanti che recitavano poesie feroci. E serpenti senza scaglie che con i raggi degli occhi, rosicchiavano le notti. E ragni leone che con le zampe centrali stringevano al petto bambini, e li nutrivano come se fossero loro, li tenevano al caldo nella criniera. E mangiavano cristallo. Era Magia Nera. E con loro si sentì davvero il principe degli Alchimisti. Le forme che faceva con le dita erano rune. Ogni accordo un sortilegio. Ballerini sentì la realtà torcersi e schiumare. Gonfiarsi in bolle e piegarsi alla presenza del suo famiglio. Chissà cosa cazzo stavano davvero evocando. Si stava divertendo. E parecchio. Ma era più di questo, molto di più. Ogni colpo sulla batteria lo stava portando anche lui, ogni nota di basso, ogni linea del testo era anche sua. Era il suono che impregnava l’aria. La terra sotto la saletta. Il mare di alberi che si arrampicava sui colli Euganei. Era il bosco predatore. L’antica lupa eternamente gravida che inghiotte gli uomini. Con i denti pianta semi nella loro carne e li vomita a pezzi. Ancora vivi. L’emozione lo riempì fino a traboccare e lo fece tremare. Sentì una morsa allo stomaco. Era come strattonato da due cavalli pazzi. Come quando era precipitato dentro Luna e aveva riso e aveva pianto e aveva la febbre. Come quando la salutava e l’odore dei capelli di lei cominciava a svanire sul vialetto tornando alla macchina. Quel terrore sgomento. Feto di chirottero. Potrebbe sempre essere l’ultima volta. “Senza sacrificio l’uomo non può ottenere nulla. Per ottenere qualcosa è necessario dare in cambio qualcos’altro che abbia il medesimo valore.”

Fece roteare la chitarra. Scalciò e si godette le sfuriate che gli rimanevano. Gli sembrarono perfino troppo poche. Infine lasciò che i ragazzi si bagnassero della sua ombra che montava. “Il suo oscuro prestigio” come l’aveva chiamato Boscolo la prima volta che l’aveva sentito suonare, tre anni prima, nella loro vecchia saletta di merda. Gli altri allora avevano riso, Boscolo no. Chiuse le palpebre e si scatenò. Grappoli di occhi si aprirono nel buio e studiarono la tastiera da ogni angolazione possibile. Sembrava che suonasse con una foresta di mani. Mani che uscivano da strappi nella realtà. Sbocciavano come una selva di fiori bianchi. Panoplia suprema di falangi. Dita che raggiungevano il tasto giusto al momento giustissimo. Perfino durante quella coda che -Boscolo gli confidò poi- aveva scritto giudicando segretamente insuonabile.

Quando la traccia finì Ballerini non riuscì a trattenersi “Porco Dio.”

“Lo prendo come un complimento” Boscolo lo guardava. Era sudato fradicio e sorrideva. Strano a dirsi. Stavolta era pura gioia. Frison aveva gli occhi sgranati ed era pronto a fargli quelle mille domande. Rampino era elettrico, il volto curioso contratto dall’anticipazione.

Sorrideva anche lui. Gli faceva male il polso.

“Ancora” disse.

 

Per Ringil Eskiath. Quinta Gondola.

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