I promessi sposini, Fulvio Abbate

L’amour fou dei promessi sposini

Esiste un mondo parallelo popolato da personaggi improbabili, pappagalli e coleotteri, rinoceronti volanti e dagli imperdibili amici della bella gente, un mondo privo di realtà ma che della realtà prende forma mostrandone l’assurdità e l’ultimo angolo di luce possibile.

I promessi sposini (La Nave di Teseo) è quello che si potrebbe definire un racconto morale, filosofico in cui prendono forma mondi e vite declinanti quanto inappropriate (amori tra pappagalli e rinoceronti), quanto aderenti ad un tono e ad una realtà contemporanea asfissiante e desolante. I promessi sposini diventano così il lato luminoso opposto al lato oscuro dei nostri giorni trascorsi in quartieri popolati da mostri in tuta da ginnastica e ciabatte in plastica.

Fulvio Abbate sceglie la chiave del picaresco quale forma di salvezza sia letteraria che esistenziale: nella frantumazione della messa in scena, nel tradimento del palinsesto Abbate mostra da un lato le miserie di un’Italia ridotta ad un garage manzoniano, ma anche lo spazio di fuga che sta tra gli interstizi che separano il vero dal visibile, l’autentico dalla sua stessa interpretazione. Una salvezza perché trasforma in una baraonda quella che potrebbe essere il triste solitario y final di un Novecento ridotto a pezzi dalla preminenza dei media sulla storia.

Abbate_I-promessi-sposini_coverEd è forse in questo frangente che I promessi sposini si promettono al lettore al loro meglio, nella capacità di preannunciare una storia e di volta in volta smentirla dando così mostra di un tempo improbabile al punto da garantire un’amabile sregolatezza in attesa di tempi migliori che ancor meglio verranno traditi. Un capovolgimento dunque della possibilità libertaria che non si qualifica più nel partecipare alla storia intesa come costruzione ma quale leva per il suo capitombolo. Una storia che si fa valanga sfasciata dentro alla quale la trita e bieca retorica dell’uno vale uno si trasforma in un moltiplicatore perpetuo di hilarotragoedia.

Illustrato da Carla Abbate il romanzo assume un movimento doppio tra le righe in corsa e le immagini fatte di stralci e schizzi di realtà: oggetti, fotografie, scarabocchi, intuizioni grafiche che rilanciano il lettore in una rincorsa che è la lettura di un romanzo veloce eppure meditativo che si disloca nel mondo della letteratura potenziale fino a mischiarsi in un mondo impossibile proprio perché desiderabile. Un mondo malinconicamente inseguito dall’autore alla ricerca non tanto del tempo che fu, ma della nostalgia che è stata e che oggi non può più essere.

Lontanissimo da ogni forma di parodia I promessi sposini regala personaggi da un’ora o forse al massimo due soltanto, un contratto breve da stanza a ore in cui riversare il proprio abbandonato desiderio, la propria libera fantasia in opposizione ad un’autorità da capi scala capace di annichilire anche il più quieto impulso erotico.

Un romanzo che racconta la nostra epoca evitandola, ma che prova al tempo stesso ostinatamente – con l’avvallo icastico di Queneau e Tommaso Landolfi – ad offrire un pungolo, una possibile frattura contro l’insensato morire quotidiano, contro la piccineria beghina di un’Italia ristretta nei suoi desideri quanto nelle sue ambizioni di felicità.

Giacomo Giossi è responsabile editoriale di cheFare. Scrive per quotidiani e riviste.
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