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Promuovere la cultura siamo d’accordo, ma per favore facciamolo in modo sistematico

Quest’articolo è uscito su Pagina 99.

di Christian Raimo

Qualche settimana fa a Bologna si è svolto un convegno organizzato dall’associazione Hamelin sugli adolescenti e la lettura. Per chi non li conosce, gli Hamelin sono un gruppo di Bologna che in questi anni, attraverso una rivista e cento iniziative, sono diventati un riferimento rispetto alla lettura per ragazzi e per l’infanzia. Incredibilmente, a seguire l’incontro c’erano 300 persone (insegnanti, bibliotecari, editori… che avevano pagato 35 euro l’una), il che mi sembrava quanto meno un indizio evidente di un interesse non marginale per questi temi oggi in Italia, oltre a manifestare una domanda enorme di formazione. Ha aperto la giornata Romano Montroni, libraio storico e neo-direttore del Cepell, il Centro per il Libro e la Lettura, e per fortuna ha dato un segno inequivocabilmente diverso rispetto al suo predecessore: se Gian Arturo Ferrari parlava di nuove strategie di mercato per vendere i libri nell’era del passaggio dal cartaceo al digitale, Montroni giustamente se ne frega di questa falsa questione e pone l’accento sugli interventi educativi. Quindi lancia per la fine di ottobre (29, 30, 31) una tre giorni di letture ad alta voce proprio nelle scuole, intitolata Libriamoci.

Si potrebbe applaudire all’iniziativa, se non fosse che per l’ennesima volta, mi sono venute in mente almeno un paio di obiezioni che da vari anni a questa parte chiunque si occupa di politica culturale pone. La prima, che senso hanno queste iniziative sporadiche, una tantum, simboliche, organizzate in modo volontaristico, con il feticcio della cultura come buona azione? La seconda, perché non partire dai modelli di promozione della lettura che già esistono, mapparli, metterli in rete, valutarli e da quelli progettare gli interventi?

Queste obiezioni non sono come si dice di scuola. (Quando vedo che il Tropico del Libro, un sito che si occupa di editoria, lancia Open Atlas sulla lettura per ragazzi, una rete che mappi le varie iniziative che esistono in Italia, dalla rivista Andersen a Biblioragazzi ai Piccoli Maestri, mi viene da dire: ma perché il Cepell arriva sempre dopo e sempre malino?) Ma, se dovessi farle queste osservazioni a voce, tradirebbero un tono un po’ recriminatorio. Da un po’ di anni ormai, c’è un folto numero di persone in Italia che si occupa di politiche culturali e lo fa supplendo a una mancanza o a una fragilità di forze, di competenze, e soprattutto di visione di chi ha un ruolo politico. Assessori imballati, responsabili culturali ingenui, decisori irresoluti, e una quantità nettamente eccessiva di impreparazione in ruoli chiave.

Ora questa funzione suppletiva per me deve finire. Per varie ragioni evidenti. La prioritaria è che il welfare culturale – il sistema dei teatri, dei musei, delle biblioteche, degli archivi… – sta crollando. Nelle ultime settimane solo a Roma ha chiuso il Teatro Eliseo e sono stati licenziati gli orchestrali dell’Opera. La risposta della politica a questa rovina strutturale è la riduzione dell’offerta, l’esternalizzazione, la resa. Mai, dico mai, la reazione è quella di immaginare una politica di sistema sulle leve dell’educazione culturale: introdurre uno studio del teatro o della musica serio nei licei, formare gli insegnanti alla promozione alla lettura (invece di una tre giorni), consentire una cogestione degli spazi pubblici attraverso forme di reale partecipazione e sussidiarietà, che non vogliono dire supplenza, volontariato, ma governo, presa di responsabilità.

Altrimenti, quando ogni anno, commentiamo i tassi crescenti di analfabetismo funzionali e tassi decrescenti di lettori, poi non facciamo finta che un po’ non è anche colpa nostra.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
16 Commenti a “Promuovere la cultura siamo d’accordo, ma per favore facciamolo in modo sistematico”
  1. Dellepiane Battistina scrive:

    Sono titolare di una piccola libreria indipendente e di quartier e condivido pienamente quanto scritto da Christian Raimo. C’è chi ne suo piccolo la promozione della lettura la fa tutto l’anno senza aspettare che i politici o gli intellettuali di turno si inventino iniziative nazionali all’ultimo momento che non risolvono all’origine il problema del nostro analfabetismo culturale
    Battistina Dellepiane – Libreria Libro Più – Genova

  2. Stefano scrive:

    Caro Christian, domanda: tu hai cominciato a leggere dopo aver partecipato a una iniziativa di promozione della lettura? Io no. Io ho cominciato perché mio padre leggeva (e ha la terza media). La lettura non è un’esperienza tipo andare allo stadio.

    Altre domande: se non sbaglio, semmai ditemelo, ogni anno un sacco di libri vanno al macero. Perché non regalarli alle famiglie dei nuovi iscritti al prossimo anno scolastico? Perché le case editrici non chiedono alle scuole di farsi ospitare i propri libri e non aprono una libreria biblioteca in ogni scuola? A modici prezzi e in prestito gratuito? Così ammortizzerebbero pure i costi di magazzino.

  3. Condivido la riflessione di Raimo. Tralascio ogni aggiunta su Cepell e sul suo modus operandi. Solo una nota di meditazione. Senza dubbio il welfare culturale è entrato in crisi. Ma le motivazioni sono molto articolate e siamo di fronte a una tendenza di lungo periodo, di cui ora vediamo semplicemente alcuni effetti. La causa prima di tale debolezza, a mio avviso, va cercata nella pervasività del consumo culturale come sostituto radicale dell’elaborazione culturale. Un unico esempio: l’Auditorium di Roma. Senza dilungarmi troppo, chiunque lo frequenti un po’ non può non constatare in esso la realizzazione più radicale di quella che i francofortesi denunciavano come risoluzione dell’esperienza artistica nell’azione di consumo. Non che la musica non sia buona, intendiamoci. Ma varcarne il portico significa precipitare in un vero e proprio centro commerciale, non tanto per le invadenti caffetterie o la sensuale libreria a vetri, ma soprattutto per l’accesso al “multisala” della musica, in cui l’affamato visitatore può scegliere se ascoltare i Carmina Burana o, nella sala accanto, i tamburi africani o anche, nell’ultimo spazio utilizzabile, un concerto di fisarmonica.
    Lo si può constatare anche leggendo le impietose pagine della “Buona scuola” renziana, in cui i saperi (espressione che non amo), sono declinati in una prospettiva di consumo e commercializzazione a dir poco spietati, specialmente quelli legati alle esperienze artistiche.
    Ma se per un verso questo welfare crolla in conseguenza di uno sbriciolamento dell’impronta sociale della cultura, non nel senso di impegno, o non solo, ma proprio come chiave conoscitiva e sguardo sul mondo, fioriscono le “cazzate-culturali”, che attenuano il senso di colpa.
    Piccolo esempio: gli spazi-libreria per bambini. Sempre pieni di libri truffa, o libri fuffa. Privi di valore formativo, spesso scritti male, spesso vendibili solo in virtù di gadget o pennarelli allegati. Concepiti per far sostare ampiamente le famiglie nei reparti in alternativa al parchetto, nei quali si resiste finché un padre o una madre non si stufa, e va a comprare qualcosa in giro, o per “pagare” la permanenza nei locali lascia un obolo, acquistando un improbabile volumetto di Peppa Pig. Il punto è però che questa straordinaria offerta di letteratura per l’infanzia si traduce in buona parte in spazzatura, che colma un’esigenza di responsabilità sociale percepita dai genitori, ma che muore – ovviamente – superati gli otto anni d’età, quando il bambino deve compiere il passaggio dalla recezione della lettura del libro, alla lettura in prima persona.
    Ecco, diciamo solo che volevo dare un piccolo contributo alla riflessione. Il lavoro da fare, mi pare, sia più robusto di una tre giorni di lettura, o di una semplice esortazione.

  4. jacopo scrive:

    Caro Stefano, una iniziativa di promozione della lettura non è come andare allo stadio. Non sostituisce luoghi importanti come la biblioteca di famiglia, o quella degli amici più grandi e svegli, o quella della scuola (quando ci sono), ma comunque qualcosa fa.

  5. Un imprinting positivo per la lettura non sempre può venire dalla famiglia. C’è chi è meno fortunato e magari nasce in una casa senza libri e senza lettori. In quel caso solo grazie a un’iniziativa esterna potrà scoprire il piacere di leggere. Ben vengano quindi, ma attenzione a non trasformare la lettura in un compito, altrimenti da gioco diventa un esercizio e a quel punto alla prima occasione il piccolo lettore fuggirà via attratto da qualcosa di più divertente.

  6. giulia scrive:

    Reduce da un’esperienza di mia figlia in una scuola media inferiore in un paese anglosassone, e assistendo alla sua transizione alla scuola italiana, noto un’enorme differenza nell’approccio ai libri. Non mi interessa fare valutazioni generali sulla qualita’ della scuola, ma la’ trovavo molto ben gestita la faccenda lettura. Oltre a dedicare spazio alla lettura individuale durante le ore scolastiche, c’era un compito quotidiano di leggere almeno mezz’ora al giorno. Qualunque cosa, scelta completamente libera, compresi quindi i libri delle serie da ragazzini che proprio capolavori non sono ecco. Ma impegno imprescindibile, e fin dalla prima elementare. Sarei contenta di vedere adottato lo stesso metodo da noi. Sarei teoricamente d’accordo di non trasformare la lettura in un compito, peccato che il piacere di leggere si trasmette venendo esposti alla lettura, e se a casa non capita, ci deve pensare qualche altra figura di riferimento secondo me. Magari lasciando liberta’ totale di scelta (questo per salvaguardare il piacere, appunto).

  7. isabella scrive:

    Sono una bibliotecaria di una biblioteca di pubblica lettura e vorrei lanciare un appello a tutti gli insegnanti che non portano i loro studenti in biblioteca. Perché si dovrebbe dare un’opportunitá anche a chi non ha la fortuna di conoscere l’amore per la lettura in famiglia. Investire su realtá permanenti con personale formato, luoghi accoglienti può formare un cittadino consapevole.

  8. anna scrive:

    Titolare un articolo che parla di “lettura” facendo riferimento alla “cultura” (della quale la lettura è tutt’al più uno dei molti strumenti) mi pare francamente una leggerezza, se non una riedizione dell’eterna pretesa di chi opera con le parole di possedere un sapere che vale più di tutti gli altri saperi. Se codesti ragazzi proprio non vogliono leggere, che imparino a comporre una fuga.

  9. Raimo scrive cose piene di buon senso. Sposterei un po’ il fuoco sulle biblioteche pubbliche, sono un bibliotecario in una piccola biblioteca statale del Meridione, dal cui osservatorio potrei anch’io esibire un notevole cahier de doleance. I nostri amministratori fanno proprio schifo, rispetto ad altre regioni in cui (forse) per lo meno un minimo d’interesse c’è. Bisognerebbe inchiodarli alla loro responsabilità, in senso letterale. Bisognerebbe cioè chiedere a un assessore alla cultura (comunale, provinciale, regionale) se sa di cosa si dovrebbe occupare. E, poiché non può essere onnisciente, ciò che non sa da chi pretende di apprenderlo? Da qualcuno che è interno all’aministrazione, se c’è. Se non c’è allora si deve affidare a qualche “volontario” che ha ed esercita altrove le sue competenze. Ma il ruolo di questo volontario deve essere solo consultivo, poi l’assessore deve darsi da fare per trovare le risorse di tutti i tipi all’interno della sua amministrazione e non fidare sui volontari addirittura per tenere aperta una biblioteca (scatenando tra l’altro inevitabili questioni sulla professionalità e sul carico di responsabilità che così si attribuisce loro). Pura teoria. Perché la realtà è fatta di assessori magari animati da buona volontà. ma assolutamente ininfluenti e di sindaci ostaggio di bande del suo partito di provenienza, di imbecilli e di ignoranti nella loro massima espressione che non hanno alcuna vergogna di scaldare le poltrone che hanno occupato e dalle quali non si schiodano. In più una buona dose di perversa burocrazia completa il quadro. Verrebbe da dire che non c’è rimedio, non c’è alcuna possibilità di rendezione, ma noi siamo ottimisti e non ci arrendiamo. Grazie dell’attenzione, Domenico D. De Falco, Avellino

  10. Mi piacerebbe che il Centro per il Libro e la Lettura dicesse alle associazioni più attive nella “supplenza” «ehi, che belle cose che fate, se agissimo insieme avrebbero ancora più forza, vi va di provare?». Questo non accade quasi mai, non solo per quanto riguarda il Cepell, e per due motivi secondo me. Il primo è che non pensiamo in un’ottica solidale e quindi ci si vergogna a proporsi, per paura del rifiuto o di mostrarsi deboli. Il secondo è che il primo pensiero può non essere “bello, lo aiuto” ma “bello, me lo piglio”. Vedo spesso progetti indipendenti di piccole associazioni che vengono clonati, da enti pubblici e non, con immagini standardizzate e dispiego di ufficiostampismo: invece che valorizzare, fare insieme, si preferisce rubicchiare… anche se per rubare ci vorrebbe la capacità di rubare anche l’anima ai progetti, mentre il tipo di pratica a cui mi riferisco è copia sbiadita. Si può fare in modo diverso, proviamoci! Tropico del Libro / Open Culture Atlas nel suo piccolo è una aps aperta a tutti e con tutti aperta a cooperare.
    Ringrazio per la menzione alla nostra iniziativa e la bibliotecaria che chiede agli insegnanti di lettere (perlomeno) di portare i ragazzi in biblioteca (sarebbe il minimo no?). Quanto alle esortazioni dell’articolo, io le porte delle scuole le lascerei sempre aperte, perché la vita è fuori da lì, e portarcela col contagocce non credo possa risolvere il problema dell’alienazione. Ci vorrebbero più laboratori (elasticità) e più maestri (grandezza, esempio), meno scuole (istituzione) e meno insegnanti (imprimere). Cogestione degli spazi, magari.

  11. Purtroppo le mancanze da parte delle istituzioni e della scuola in materia di educazione alla lettura sono talmente profonde e gravi, che ci si accontenta di queste iniziative sporadiche e per nulla risolutive. Con questi “eventi” si rischia di fare tanto rumore per nulla, a mio avviso. La mia personale esperienza di promozione della lettura si basa su un’attività continuativa, svolta tutti i giorni attraverso un sito web e degli incontri di formazione rivolti a genitori, educatori, adulti di riferimento. Lettura come routine, come esperienza condivisa, come divertimento, emozione, scoperta, arricchimento… Mi fa tanta rabbia scoprire quanta indifferenza ci sia ancora nei confronti di queste tematiche, soprattutto da parte di chi dovrebbe avere a cuore il futuro di questa società.

  12. Cartastraccia scrive:

    Salve a tutti. Ci permettiamo di intervenire su questo blog culturale perché a corredo di questo articolo è stata utilizzata una foto tratta dal nostro blog (che si occupa di promozione della lettura a Roma) senza citarlo.
    Dover fare questa precisazione ci dispiace perché, sia ben chiaro, a noi le questioni di etichetta ci interessano poco, né ci interessa in alcun modo promuovere la nostra associazione.

    Ci teniamo però a precisare che il materiale fotografico che pubblichiamo integra i reportage del nostro quotidiano lavoro con i bambini, i libri, le biblioteche ed è una parte preziosa della nostra storia, che siamo felici di condividere, ma secondo i limiti che abbiamo stabilito.
    Siamo VERAMENTE felici di condividere: nella promozione della lettura ogni “furto” di buone pratiche è non solo consentito ma incentivato, purché il fine sia condiviso.

    Immaginiamo la fretta di dover pubblicare un post, e di non star troppo a interrogarsi sulle foto da inserire o verificarne la fonte, il contesto, la storia. Ma questa fretta è per noi specchio di una superficialità da cui vogliamo dissociarci.

    Quindi, per quanto ci riguarda, se un articolo vuole porsi sul terreno della critica (legittima: siamo le prime a combattere QUOTIDIANAMENTE con politiche e istituzioni ottuse!) rivendicando un “modo sistematico” dovrebbe per lo meno prendersi il tempo di capire che cosa rappresenta quella foto, la sua realtà e storia.

    Nella foto dunque, la nostra operatrice che legge alla Biblioteca Centrale Ragazzi, biblioteca che tra l’altro ha un’attività decennale di formazione degli insegnanti della scuola d’infanzia col progetto Leggere che piacere – dieci anni, non un festival-. Praticamente a Roma se entri in una scuola d’infanzia, incontri insegnanti formati almeno per un’annualità da Biblioteche di Roma.

    Più volte ci è capitato di incontrare i piccoli maestri, e di nuovo riscontriamo una grande profusione di analisi, interventi e la pretesa di “fare cultura”.
    Leggiamo banalità trite e ritrite come il “no agli eventi” a favore della continuità (vi assicuriamo che ci sono arrivate anche le istituzioni a questa evidenza, non si è parlato d’altro lunedì con Solimine e Sinibaldi alla Biblioteca di Storia moderna e contemporanea, e ieri con Giorgio Testa alla Biblioteca centrale ragazzi…), e con quella stessa fretta ecco che è facile mettere in uno stesso elenco Piccoli Maestri ed esperienze come Andersen e Biblioragazzi.

    Ci piacerebbe ricordare un episodio che aveva molto colpito la nostra sensibilità tempo fa.
    La Tribù dei ragazzi, iniziativa di promozione della lettura, era partita in maniera splendida. Ovunque per Roma tende di indiani, spazi di letture improvvisate e fantastiche.
    In molti quartieri queste iniziative – certo sporadiche o limitate nel tempo – avevano visto coinvolta la libreria di quartiere (che metteva a disposizione i libri) le associazioni di promozione della lettura (che si offrivano come voci e volti di quei libri), le scuole limitrofe…in molti casi questa amicizia è continuata, tanti bambini e genitori hanno conosciuto la libreria che avevano proprio a due passi e via dicendo.

    L’anno successivo niente più presidi sul territorio, e ci siam tutti trovati al MAXXi, nell’anfiteatro, con tante iniziative per i bambini del quartiere e per operatori del settore. Ovviamente alcune delle quali lodevoli. L’emozione di sentir parlare Rosellina Archinto…
    Poi un piccolo maestro. Diceva che a Roma non c’era NESSUNO che faceva promozione della lettura se non i Piccoli maestri. Un atteggiamento polemico, autocelebrativo, di nuovo: frettoloso.

    Molti di noi non avevano ancora sentito parlare o focalizzato i Piccoli maestri. Qualcuno si è guardato intorno perplesso e nella fila dei bibliotecari di Biblioteche di Roma la cosa è suonata quanto meno bislacca.

    A nostro parere, per parlare di promozione della lettura (che non è la stessa cosa di cultura, leggerezza che qualcuno segnalava nei commenti precedenti) ci vuole quanto meno un minimo di consapevolezza del contesto circostante. Sapere che ci sta in giro. Per lo meno che le biblioteche ESISTONO.

    Crediamo di dover rivendicare rispetto per chi, ogni giorno, mette in gioco il proprio volto (neanche troppo volentieri), la propria passione, il proprio tempo nella costruzione reale e materiale del difficile cammino e del difficile sogno di una cultura attenta alla prospettiva e alle piccole cose di cui lo “sguardo bambino” è capace e intransigente lettore.

    Chiediamo, non per motivi formali ma sostanziali, di non imbatterci nell’uso “virtuale” di immagini che “parlano di noi”, non solo in modo del tutto decontestualizzato, ma in un contesto in cui non ci riconosciamo, non vogliamo riconoscerci, critichiamo ogni giorno non a parole ma col nostro modo di fare le cose.

    Per favore togliete la faccia di Caterina da questo articolo scritto con la fretta della banalità, perché per essere sistematici, alle cose – persino e soprattutto alle più piccole – bisogna dedicare tempo.

    Leyla Vahedi e Cora Presezzi, Associazione Cartastraccia

  13. Beh, cari amici di Cartastraccia, capisco la richiesta che voi avanzate e le vostre precisazioni. Ma forse siete stati troppo duri. Forse è appena appena autoreferenziale il gesto di accusare tutti di leggerezza e superficialità. Ad esempio: voi insistete sulla distinzione netta tra lettura e cultura. Ma siete così certi che siano due concetti tanto distinti? Non vale la pena forse di cercarvi le connessioni piuttosto che le differenze? Non è che in quelle comunanze si può trovare la risposta alla difficoltà nel promuovere la lettura? Ribadisco: non è difficile avvicinare alla lettura i bambini.I dati lo confermano. La complessità si situa nel favorire l’autonomia nella lettura dopo la fanciullezza. E questa, mi spiace sottolinearlo, è una questione culturale.

  14. SoloUnaTraccia scrive:

    “Ho cominciato a leggere perchè dove mi portavano in vacanza non c’era la televisione.”

    Vi regalo il claim da stampare su t-shirt promozionali a piacere.

    E farebbe bene pure riciclare quello più datato di Derek Bok “se pensate che l’Istruzione sia costosa, provate l’ignoranza.”

  15. Teresa D'Errico scrive:

    Promuovere la lettura? Ormai è un obiettivo utopico. Nella scuola si sta diffondendo in modo endemico il sistema del teaching to test: l’obiettivo unico è preparare le classi ad affrontare l’incubo INVALSI, una serie di quiz scollati da ogni programma e da ogni finalità educativa. Leggere insegna a pensare e per questo è un verbo che fa paura.
    La scuola è ormai percepita solo come “fabbrica” di competenze e non più come comunità ermeneutica.

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