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Pronto soccorso per speleologi narrativi: seconda parte di un viaggio da Damanhur

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Pubblichiamo la seconda parte del reportage di Francesco Gallo: qui la prima puntata.

6.

Se prima di venire qui non avessi dato un’occhiata al sito internet della Fondazione, e alle pagine di Wikipedia relative, difficilmente avrei ricavato qualche informazione utile. Tanto per cominciare: la selfica. Si tratta della disciplina che sta alla base degli insegnamenti professati dal fondatore di Damanhur. Secondo Falco Tarassaco il nostro pianeta è attraversato da una rete di linee sincroniche in grado di mettere in contatto tutti quei pianeti popolati da forme di vita intelligenti.

La selfica — un’antica tecnologia conosciuta (riporto dal sito) “nella cultura egizia, etrusca, celtica e nell’antica civiltà minoica. La leggenda dice che fosse utilizzata anche nella mitica Atlantide” — consentirebbe di convogliare questi “fiumi d’energia” con le finalità più differenti. Siccome ogni atomo nell’universo è interconnesso, questi ammennicoli, realizzati tramite l’utilizzo di “metalli, colori, minerali e inchiostri speciali”, permetterebbero di entrare in contatto con le “energie di confine”: il prana (la forza vitale), le entità e i poltergeist (ovvero gli spettri), le emissioni telepatiche (poteri ESP e telecinesi).

Tutto ciò si traduce in un sito di e-commerce (sel-et.com) che mette a disposizione di chiunque desideri acquistarli una imbarazzante quantità di bracciali: bracciali per la timidezza, per l’insonnia, per il benessere fisico, per il recupero di energia vitale durante il sonno, per il sistema immunitario, per l’armonia dei pensieri, per l’integrazione delle personalità, per i dolori cervicali, per bilanciare la sensibilità propria e altrui, per alleviare i dolori mestruali.

C’è inoltre un campionario vastissimo di oggetti, delle dimensioni e dalle forme più bizzarre, sempre stretti da un filo sottile (che a me pare rame), capaci di migliorare l’udito, la vista, i dolori addominali e il ringiovanimento della pelle. Si chiamano Self. Le Self possono portare equilibrio tra le energie dell’ambiente, proteggere dalle radiazioni elettromagnetiche, rendere più sicuri i nostri viaggi in auto. Esistono Self della memoria, per guidare i nostri sogni, per lo sdoppiamento e la meditazione. Ce n’è una, la Self per la scrittura automatica, che “aiuta a riordinare, a dar forma alle idee” e a “ricevere risposte in tutti i campi per sé e per gli altri”. Costa 197 euro.

C’è anche la Self per la vitalità delle piante in vaso. Tra tutte è forse quella meno strana perché fa riferimento a un altro di quegli aspetti di Damanhur che Apatùra Acetosa non menziona affatto: la musica delle piante.
L’U1 è uno macchinario dotato di manopole, spie luminose e pulsanti. Pare un vecchio videoregistratore. Possiede anche, però, una coppia di sensori. Applicati alle radici e alle foglie di una qualsiasi pianta, registrano le differenze del loro potenziale elettrico. Ogni differenza viene letta dall’U1 come un salto tra due note e trasformata in musica. Per ascoltarla, esiste una sorta di iPod, chiamato Bamboo M, che viene venduto assieme a un altoparlante. La combo con l’U1 costa poco meno di mille euro.

7.

«La cosa più concreta che c’è nella vita sono i sogni,» dice Apatùra Acetosa, nel momento in cui varchiamo la soglia del Tempio Aperto.

Nella parte alta c’è un Altare che funge anche da anfiteatro con gradinate e arena; nel mezzo c’è una base realizzata con gradoni che diminuiscono di larghezza man mano che salgono; infine, c’è un ampio plateau rialzato, con la statua di Horus posta a mo’ di guardiano davanti a un portale. Diciotto colonne alte svariati metri fiancheggiano entrambi i lati della struttura. Vista dall’alto, ricorda la forma di un ankh, l’antico simbolo egizio che indica la vita.

È l’ultima parte della visita prima dei Templi dell’Umanità.
Apatùra Acetosa dà le spalle alla tavola liturgica, sopra la quale è posta una grossa pietra. Ha la forma di un diamante grezzo ed emana una intensa luminescenza violacea. Rifulge in maniera così decisa perché, a parte la luna, definita come una piccola goccia di vernice, mancano altre fonti d’illuminazione.
«È qui, nel Tempio Aperto, che si svolge il Rito dell’Oracolo,» spiega Apatùra.
Dev’essere il pezzo forte della visita; parla più lentamente, adesso, accompagnando ogni parola con un movimento ampio delle braccia.

Provo a immaginare quello che racconta: un gruppo di donne che si dispone intorno all’Altare. Indossano delle vesti lunghe, leggere, color lavanda, fiordaliso, eliotropo. Hanno coroncine di fiori intrecciate nei capelli che portano sciolti sopra le spalle. Reggono un calice pieno di un liquido ambrato. I loro volti sono irradiati dalla luce dalla pietra. Una musica armonica, suonata con un sintetizzatore ARP Odyssey, accompagna un mormorio di puro incantamento. Nell’aria si avverte un accenno di resina, incenso e terriccio umido.

«Lo sapete pure voi che quando c’è la luna piena l’essere umano è più ricettivo. C’è anche tutta la faccenda delle maree. Ecco. Con la luna piena anche le Forze dell’Universo sono più ricettive. Immaginatele come un’antenna per la televisione. Il messaggio sta per arrivare e voi lo afferrate. Avendo la pazienza di attendere l’alternanza di un ciclo lunare e l’altro, è possibile ricevere una risposta da parte delle Forze dell’Universo. Scritta su una foglia.»
Qualcuno chiede se bisogna vivere a Damanhur per partecipare al Rito.
«Chiunque di voi può prendere parte al Rito. Se andate sul sito, controllate il calendario per vedere in quale giorno dell’anno cade, vi prenotate, ed è fatta!»
«Va bene anche una mail?»
«Va bene anche una mail,» risponde Apatùra.
Potrei aver sentito qualcuno emettere un sospiro di sollievo.

«Prima di lasciarvi alla seconda parte della vostra visita, quella ai Templi, vi suggerisco per il futuro di andare sul nostro sito. Se vi va. Potete dare una bella occhiata alla sezione “Tempio Aperto”. Adesso non ci potete fate caso, ma da quando l’abbiamo costruito, come dire, un po’ di tempo è passato. C’è bisogno di un piccolo restauro. Ovviamente, vogliamo farlo più bello di prima. E più resistente. Se voi volete, ci potete dare una mano. Con una piccola, piccolissima donazione. Ve lo dico così. Va bene? Grazie. E buon proseguimento.»

Qualche riga più sopra avevo scritto che la noia e la delusione avevano preso il sopravvento sulle parole di Apatùra Acetosa. Le avevano rese opache, inoffensive, superflue.

Mi avevano tolto anche la voglia di fare qualche domanda, diciamo così, provocatoria. “Che cosa accade ai miei soldi se decido di entrare a far parte di questa comunità?”, “Come vi regolate in merito alle normative elettorali?” “Votate in questo Paese, quando c’è da votare?” “Credete davvero nell’esistenza di Atlantide?” “Se vengo a stare qui, e lavoro per voi, mi pagate con una moneta che fuori non è riconosciuta. Secondo voi è giusto?”, “È vero che per sistemare i problemi che ha avuto con il fisco, Airaudi ha venduto diversi immobili nonché l’elicottero che era solito usare quando aveva bisogno di spostarsi senza dare troppo nell’occhio?”
Ma chi sono io per fare capire a un damanhuriano quali sono i limiti che comporta essere un damanhuriano?
Avevo parlato di delusione, anche, perché sulla base di quanto mi è stato detto, il ritratto di Damanhur che viene fuori è, a cercare di essere gentili, approssimativo; un impacciato amalgama di ascetismo e spiritualità new age che cerca di tenere dentro tutto e il contrario di tutto.

Le cose sono due: o a me e a mia moglie è capitata la peggiore guida che ci potesse capitare — da non escludere, tutto sommato. Oppure facciamo parte di un gruppo di persone che a Damanhur non interessa. E anche questo non è da escludere.

8.

Mentre mi lascio alle spalle il Tempio Aperto, assieme alla pietra custodita dallo sguardo ieratico di Horus, intravedo, nello spiazzo dove siamo arrivati con il pullman, i fanali del Ford Transit Custom che sciabolano nel buio. Il gruppo che ci ha preceduto nella visita ai Templi dell’Umanità è tornato.

Apatùra procede rapida. Il resto dei visitatori la insegue tenendo il passo. A chiudere le fila: io e mia moglie. Alcune opere artistiche incontrate all’andata, per esempio l’Altare della Terra accanto alla fontana, oppure la Stufa-Drago con le sue fauci spalancate, ritornano, come personaggi nei finali delle fiabe.

Poi, però, accade qualcosa.

Siccome a Damanhur è vietata la presenza degli animali — degli animali esterni (a farne le spese, la coppia di maltesi che da circa tre anni, oramai, vive con me e mia moglie, e che abbiamo dovuto lasciare a casa) —, lo stupore e la percezione si sdoppiano: o si tratta di un gatto, di un banale, impassibile, enigmatico gatto, oppure la sagoma che mi sta tagliando la strada con sovrumana indifferenza è quella di Bastet, la dea della guerra del Basso Egitto.

Immobile, proietta un’ombra nerissima che si staglia sul pietrisco rischiarato dalla luna, dando vita a un’illusione ottica; cauto, risale il nostro percorso con fare guardingo per poi tornare davanti a un cancello immobile.

Pare voglia farsi annunciare.
C’è un cartello: BOSCHETTO DELLA COSCIENZA.

A una prima occhiata avevo letto: BOSCHETTO DELLA CONOSCENZA. Se ho capito bene è l’unica aerea, qui a Damanhur, riservata agli iniziati e ai cittadini della Federazione. A destra, posto sopra a un piedistallo, c’è un busto di Oberto Airaudi. Sorride, cerca di essere accogliente; purtroppo, però, la scultura lo ritrae con le braccia serrate davanti al petto. Un cancello di ferro, lavorato in modo da ricordare le circonvoluzioni di una Self, blocca l’entrata. Se ne sta inserito in un telaio di marmo nero, segnato, lungo i bordi, dall’ennesimo alfabeto sconosciuto. Mi ricorda la scrittura maya. Al di là di un lucchetto smagliante, la pavimentazione si trasforma in una scalinata, che sale nel preannuncio di una boscaglia. Stando alle indicazioni recuperate su internet, sarebbe popolata dagli Spiriti della Natura.

Le foglioline attaccate ai rami più bassi tremolano assicurando quantomeno la presenza di un alito di vento.
Il gatto se ne sta accucciato accanto alla mia scarpa destra, adesso. Con fare cerimonioso, si lecca le zampe anteriori. Quindi, un attimo prima di sparire, inoltrandosi là dove né io né mia moglie possiamo seguirlo, drizza la testa, come attivato da un richiamo — almeno è così che mi piace pensare — e mi guarda. Nell’oscurità che mi cresce tutt’attorno i suoi occhi sembrano due pianeti.

9.

Nel modo irregolare in cui apprendo le informazioni relative a questo viaggio — mentre lo sto ancora compiendo —, vengo a sapere che il luogo che ho appena visitato, Damji, è la capitale di Damanhur; un territorio vasto un’ottantina di ettari che prende il nome della città egiziana dedicata al dio Horus. (Secondo altri, invece, Damanhur deriverebbe dal ricordo di una lunga, truce battaglia; da Damm, sangue, e Nhur, giorni.)

Finito il giro, diamo il cambio al secondo gruppo. Saliamo a bordo del furgone guidato da Codibugnolo Verbasco e partiamo.

Per pura sfortuna, mia moglie ha occupato l’ultimo posto disponibile dietro. Davanti ci sto io. Di fianco all’autista. Avrà più o meno cinquant’anni; fisico atletico, barba ancora scura e folta. Indossa una camicia a quadrettoni con le maniche scorciate che lasciano intravedere i polsi ricoperti di bracciali. Parla con una voce bassa. «Eravamo una ventina di persone, quando, nel 1977, iniziammo a costruire la “città della luce”, come la chiamavamo allora,» racconta.

Dice: “eravamo”, “chiamavamo”, nel senso che c’era pure lui? È uno degli iniziatori? Qualcuno, dietro di me, glielo chiede. «No, io non c’ero. Sono arrivato dopo. Dico così lo stesso perché la città è nostra… e perché la stiamo ancora costruendo, in fondo. Si tratta di un progetto, questo, che non ha una fine…»
La strada, nonostante preveda il doppio senso di marcia, è bene asfaltata ma stretta; curve a gomito si susseguono senza sosta.

«I lavori veri e propri, quelli per i Templi, sono iniziati nel… ’78, se non ricordo male. Abbiamo iniziato a scavare da soli. Con gli attrezzi. Ma c’è anche chi ha scavato a mani nude.» Codibugnolo stacca le dita dal volante, e, per un attimo, le muove libere. «E non ci siamo più fermati. È un progetto che… ci tiene uniti.»

In base a quanto ho letto in Atlas Obscura, i Templi dell’Umanità affondano nella terra per una settantina di metri, per un’estensione pari a 8.500 metri cubi. Nel 2001, il Guinness World Record gli ha conferito il premio come “tempio sotterraneo più grande del mondo”. «Dovete provare a immaginare un palazzo di quattro piani al contrario,» dice Codibugnolo.

Sulla destra, un baluginio rischiara il cielo nero antracite. Forse ci siamo. Senza diminuire la velocità, il Ford Transit oltrepassa una struttura bassa, a due piani, che mi fa pensare alla facciata di un supermarket. Nonostante l’andatura riesco a vedere l’ingresso, con le porte a vetri, e a decifrare l’insegna colorata: DAMANHUR CREA.

«Quello è il nostro laboratorio,» dice Codibugnolo Verbasco. «È dove teniamo il materiale per la costruzione dei Templi. Ce n’è tanto, eh. Ma è pure dove gestiamo il mercato dei prodotti biologici. Vendiamo le nostre merci. E i nostri oggetti artistici.» DAMANHUR CREA. Creare. Produrre dal nulla. Fornire dell’esistenza. “In principio Dio creò il cielo e la terra, poi nel suo giorno esatto mise i luminari in cielo e al settimo giorno si riposò.”

I damanhuriani creano il mondo.

A mano a mano che mi avvicino ai Templi dell’Umanità, l’impressione di stare visitando un mondo creato effettivamente dal suo fondatore si fa sempre più tangibile. Immagino giacimenti ricchi di materie prime: legno, pietre, vetro; depositi che rigurgitano di attrezzature: martelli, secchi, picconi, vanghe. È un’immagine che mi piace. In fondo, questo luogo è un monumento eretto al bisogno dell’uomo di immaginare cose astratte e alla necessità di realizzarle nel modo più concreto possibile.

Peccato che Codibugnolo a un certo punto aggiunga: «Questo, prima, era uno stabilimento dell’Olivetti. Ivrea dista meno di venti chilometri.»

Creare. Produrre dal nulla. Fornire dell’esistenza.

Penso a Camillo Olivetti, che nel 1893 volò negli Stati Uniti assieme al suo Maestro, Galileo Ferraris, per gettare uno sguardo sulle propaggini più estreme del benessere economico. (Nelle sue Lettere Americane, scrisse: «Il sig. Edison in persona ci venne a ricevere e fece con noi un po’ di conversazione e ci eseguì sul suo fonografo alcuni pezzi di musica.») Penso alla “Ing. Olivetti & C. — Prima Fabbrica Nazionale Di Macchine Per Scrivere”, fondata nel 1908; la “fabbrica in mattoni rossi”, veniva chiamata; in cui i quadri aziendali venivano selezionati direttamente tra gli operai. Penso al figlio di Camillo, Adriano, che impose il nome dell’azienda sui palcoscenici di tutto il mondo, industriali e non. (Nel 1952 la Lettera 22 entrò a far parte della collezione permanente del MOMA di New York.) Penso ai lavori di design di Ettore Sottsass. Penso all’ideazione degli spazi per le fabbriche, uffici e negozi da parte di Carlo Scarpa. Penso a Paolo Volponi che lavorò presso l’Olivetti di Ivrea come direttore dei servizi sociali. Penso al miracolo economico: la trasformazione rapidissima e turbolenta di un Paese agricolo in una potenza economica. Penso agli ultimi successi della gestione affidata a De Benedetti (a Cupertino, in California, l’Olivetti Advanced Technology Center venne costruito al n. 4 di Mariani Avenue; due isolati più avanti c’era la Apple.) Penso agli innumerevoli tentativi di resistere a una crisi economica mondiale generata da una competizione vastissima alla fine degli Anni 80, e penso a una corsa, a una partenza verso il futuro mancata forse per sempre da questo Paese.

10.

Eccomi davanti all’entrata dei Templi dell’Umanità.

Dopo aver smontato dal Ford Transit, abbiamo salutato Codibugnolo Verbasco (verrà a recuperarci tra un’ora esatta) disponendoci in un semicerchio davanti all’ingresso di una palazzina costruita a ridosso di una montagna.

Una donna sulla cinquantina; alta, esile, con lunghi capelli castano chiari, dotata di un voce squillante (tutto un altro piglio rispetto ad Apatùra Acetosa), ci dà il benvenuto: «Ciao a tutte e a tutti. Io mi chiamo Cinciarella Fragola di bosco e sono la vostra guida. È la prima volta qui a Damanhur, per voi? Bene. Come sapete, qui non potete scattare foto, per rispetto alla sacralità di questi luoghi. Vedo che ci siete tutti. Dunque. Direi di non perdere altro tempo. Seguitemi.»

Svoltiamo a destra e ci fermiamo là dove la parete dell’edificio — camuffata con la solita, infantile riproduzione di un angolo di foresta — sfiora la parte più bassa del rilievo montuoso. A sinistra di un cartello biancorosso con sopra scritto: VIETATO FUMARE ci sta una porta, costruita con delle spesse travi di legno nero.
È chiusa.
«Ecco. Adesso ci troviamo nel punto dove abbiamo iniziato a scavare. Quarantuno anni fa, oramai. E questo è… l’ingresso… ai Templi dell’Umanità…»
Cinciarella Fragola apre la porta.
Ora. Lo ripeto: eccomi davanti all’entrata dei Templi dell’Umanità. Cinciarella Fragola ci fa segno di entrare. «Accomodatevi,» dice.

Mentre avanziamo faccio in tempo a notare sul retro della porta, agganciate a una coppia di chiodi: una chiave (con il gambo lunghissimo, arrugginita) e il simbolo egizio dell’ankh (sembra nuovo di zecca). Intravedo la prima sezione dell’ingresso. L’ipotesi di ritrovarmi al cospetto di un varco inter-dimensionale, del ponte Einstein-Rosen, insomma: di uno Stargate, spalancato sulla geografia misteriosa di un mondo altro, non mi attraversa la mente neppure per un istante.
Sarà come assistere all’apertura di un seminterrato, dico. Ci sarà l’oscurità improvvisa che costringe gli occhi a calibrare la dilatazione delle pupille; l’inciampo che mette a repentaglio anche il passo più avveduto, l’alito di aria guasta che sbuffa sul volto lievemente contratto.
E più o meno è così che va.
Più o meno.
È come durante quegli attimi che precedono la morte, in cui si vedono certe scene della propria vita passare davanti agli occhi come immagini di un film: un repertorio vastissimo, apparentemente inesauribile dei luoghi sotterranei nei quali ho vissuto fin da bambino, da adolescente, da adulto, da sempre, mi torna preciso in mente nell’attimo in cui muovo il primo passo.

Francesco Gallo è nato a Napoli nel 1981.
Ha scritto racconti per LINUS e Nuovi Argomenti e articoli per Rivista Studio.
Tiene un blog, corsi di narrazione, e, assieme alla moglie Domitilla Pirro, cura il progetto delle Merende Selvagge.
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