DAMANHUR_03

Pronto soccorso per speleologi narrativi: terza parte di un viaggio da Damanhur

DAMANHUR_03

Pubblichiamo la terza e ultima parte del reportage di Francesco Gallo: qui la prima puntata, qui la seconda.

11.

Quattrocento milioni di anni fa viveva sul nostro pianeta una classe di molluschi chiamata ammoniti; privi di endoscheletro, questi flaccidi, innocui esserini abitavano le profondità dei mari trovando protezione nelle circonvoluzione delle loro conchiglie, simili, nell’aspetto, ai gusci delle lumache. Estinti nel Cretaceo, duecentocinquanta milioni di anni dopo pare non abbiano lasciato discendenti diretti.

Ai giorni nostri, fanno bella mostra di sé nelle teche dei musei, e delle collezioni private, in quanto fossili primi; fondamentali per la datazione delle rocce grazie al loro ciclo vitale, eccezionalmente breve. In parole semplici, se sappiamo qualcosa in merito alla scala dei nostri tempi geologici lo dobbiamo a queste semplici conchiglie.

Si tratta proprio di un’ammonite: inequivocabilmente lo è, quella che sta affrescata su una delle pareti dei Templi dell’Umanità.
Sputa uno sbuffo di vapore biancastro che s’innalza contro uno sfondo blu ceruleo che poi s’addensa in una miriade di sfere colorate. Un essere gigantesco, con le braccia protese in avanti, soffia attraverso questa collezione, diffondendo ovunque i pallini gialli, rossi, verdi, arancioni… Un secondo gigante, con una specie di lancia che gli fuoriesce dall’ombelico, corre intorno a un albero, ostentando un atteggiamento di fiera contesa nei confronti di un terzo essere: muscoloso, con la pelle lattiginosa, e il capo chino in avanti come la testa di un toro che si prepara alla carica, mi fa venire in mente l’extraterrestre che si vede nelle prime scene di Prometheus, il prequel di Alien.
«È così che è nata la vita,» ci spiega Cinciarella Fragola. «Dal Vuoto Primordiale viene fuori il Seme dell’Universo, il quale, spinto dall’Energia, arriva fin sulla Terra. Ecco gli Esseri Umani, quindi, che affrontano la Negatività: la Noia, la Pigrizia, la Testardaggine, l’Egoismo, l’Avidità…»

Comprendere i misteri del cosmo pare sia un gioco da ragazzi, qui a Damanhur. Il fossile è il Vuoto Primordiale; lo spruzzo di vapore: il Seme dell’Universo; il gigante che soffia: l’Energia. L’albero, piantato in un circuito selfico: la Terra — e tutta la Terra è Damanhur. Gli Esseri Umani sono il tizio nudo che corre; la sua lancia possiede una struttura a doppia elica: si tratta del DNA. I sentimenti che ci fanno sentire tristi, oppure irritabili, hanno l’aspetto della Negatività; un gigante forzuto e minaccioso.

Torno a ripeterlo: i misteri del cosmo hanno ben poco di misterioso, qua sotto. Varcata la soglia dei Templi dell’Umanità, la comprensione di fenomeni inspiegabili come la materia oscura, il bosone di Higgs o la forza di gravità, rinuncia tanto all’osservazione scientifica — con telescopi, sonde e quant’altro — quanto alla rappresentazione matematica — con numeri, radici quadrate e parentesi che si dissolvono nell’aria come un plotone di formiche scarmigliate da uno sbuffo di vento. Ciò che resta sono disegni che non sfigurerebbero sulle pagine di pubblicazioni come Il mio primo libro di astronomia, oppure: Pop Up Facts Space.

Mi trovo, adesso, nella Sala della Terra.
È composta da stanze gemelle di forma circolare, chiamate Stanza Superiore e Stanza Inferiore; sono messe in collegamento da una breve scalinata a rappresentare il simbolo dell’infinito: ∞. Collocarsi al centro della Stanza Superiore significa disporsi sopra a un pavimento di marmo nero, lucidissimo, che ospita: il doppio quadrato di Damanhur, due coppie di tori realizzate con la tecnica del mosaico e otto colonne, rivestite di ceramica bianca e alte circa sette metri sistemate nella regione più esterna a mo’ di perimetro. L’elemento della mascolinità — richiamata dai tori che scalpitano, immobili, sotto la suola di gomma delle mie All Stars — è il principio universale preso in considerazione.

Cinciarella Fragola, la quale ci ha già narrato la storia della Creazione e dell’Evoluzione, ci guida nella Stanza Inferiore. Ci stanno quattro porte di dimensioni ridotte, due gong, un’incredibile quantità di statuette di terracotta; stanno posizionate a terra, lungo la base della parete circolare. Un’altra colonna, caratterizzata da una figura a rilievo, s’innalza dal pavimento e si congiunge in perfetta armonia con il soffitto. Pare di osservare il gambo di un fungo che sale e poi con le lamelle colma la parte sottostante della cappella. «La Stanza Inferiore è la nostra arca. Le persone che vedete,» Cinciarella Fragola allude alle statuette, ma senza guardarle; pare abbassare anche la voce, quasi volesse evitare di disturbarle: «sono state realizzate da noi damanhuriani e sistemate qui. Le abbiamo messe al sicuro. Ogni abitante di Damanhur ha realizzato una propria versione. Come potete vedere, ce ne sono di più grandi, di più piccole, alcune assomigliano al loro Creatore, altre no… Altre intendono mostrare l’essenza di se stessi, la parte più profonda.» Si tratta degli stessi simulacri notati durante la visita nella parte esterna, a Damji. Soltanto che qui c’è una luce intensa, cruda, ovviamente artificiale, che mi permette di cogliere nuovi dettagli; gli occhi, per esempio, sono quasi sempre chiusi; quando sono aperti irraggiano un azzurro freddissimo, tipo gemme preziose: lapislazzuli e zaffiri. I piccoli damanhuriani, inoltre, sono sempre nudi, con gli organi genitali impudicamente esposti, e ricoperti con l’ennesima scrittura sconosciuta.

«Allora?» mi chiede mia moglie.

Da quando abbiamo iniziato a percorrere i Templi dell’Umanità, non è rimasta ferma un attimo. Durante i discorsi di Cinciarella Fragola, invece di stare immobile come il resto del gruppo, ha preso a curiosare, a indugiare, a saltabeccare in continuazione, di qua e di là, come un’ape che desideri visitare il maggior numero di fiori per produrre più miele possibile. Io, al contrario, cerco di osservare un dettaglio per volta, tentando di esaurirlo, senza riuscirci.
«Incredibile, eh» mi domanda.

«Lo è, sì. È… è uno dei luoghi più straordinari che io abbia mai visto.»

Sul serio. Questo posto è straordinario.

Mi rendo conto di avere già elaborato dei giudizi, e di avere già espresso delle opinioni, su Damanhur, mentalmente: mentre questo viaggio lo sto ancora compiendo. E continuerò a farlo, mantenendo la coerenza, se pure mia moglie mi chiedesse di esprimere un parere più articolato. Perché? Perché qualsiasi concezione dell’esistenza, semplicistica quanto banale, allettante quanto gretta, gioiosa quanto candida (se non addirittura minorata), nel caso in cui arrivasse a esprimersi attraverso un’opera come questa, come i Templi dell’Umanità, sposterebbe la maggior parte dei suoi difetti sullo sfondo.

12.

Il numero di strettoie, cunicoli, gallerie, condotti e passaggi segreti (ci stanno anche cose simili) è davvero elevato. Parimenti, la loro disposizione segue raramente uno schema prevedibile: se si entra da sinistra tocca uscire da destra, inerpicandosi per una scala a chiocciola; se ci si sporge da una botola, tocca procedere attraverso un corridoio che ha la forma della lettera elle: di taglio, lievemente ingobbiti, in modo da non restare incastrati con le spalle.

Se di tanto in tanto non si aprissero degli squarci di roccia viva nella montagna, cos’altro saprebbe restituirmi l’idea di stare respirando trenta metri al di sotto degli pneumatici del Ford Transit di Codibugnolo Verbasco, parcheggiato sopra la mia testa?

Mi sorprende una ubriacatura vertiginosa: il mio cervello non è in grado di elaborare una qualsivoglia mappatura dei miei spostamenti. Un effetto, questo, raggiunto anche grazie all’impianto di illuminazione: al contrario di quanto accaduto a Damji, qui le luci funzionano perfettamente: omogenee, compatte, eliminano qualsiasi ombreggiatura, tanto che i nostri corpi si stagliano contro le pareti in maniera netta, sagomata, come dei ritagli di cartoncino. Dovessi tornare un giorno, difficilmente una volta entrato sarei in grado di ritrovare l’uscita.

Le Stanze dei Templi dell’Umanità formano un labirinto che agisce su più livelli: A conduce a B, che conduce a C, che conduce a D, ma D conduce sia a F che a C e a B, non ad A. Poi ci sono E e G, che pure sono collegati, ma non si capisce bene come. Non sto esagerando. Nel luglio del 1992, grazie a una missiva anonima (scritta, quasi certamente, da un ex-damanhuriano), l’arma dei Carabinieri fece irruzione a Damanhur. L’obiettivo era quello di rivelare al mondo l’esistenza dei Templi dell’Umanità. Per Airaudi, ovviamente, non se ne parlava. Sotto la minaccia di far esplodere un fianco della montagna, tuttavia, fu costretto ad arrendersi. E a mostrare uno dei suoi ingressi. (A guardare con attenzione certe intercapedini, neppure l’impiego di un sonar avrebbe portato alla scoperta di certe Stanze; prive di maniglie, pulsanti, e prese esterne, vi si può tuttora accedere imprimendo con le mani una leggera pressione.)

Se non ricordo male, la prima Stanza che abbiamo visitato si chiamava: Labirinto. Una passeggiata tra decine di finestre di forma triangolare raffiguranti divinità di origini differenti. Assieme alle famose, Gesù, Budda e Horus, ci stavano anche: Jimmu-Tenno (scintoismo), Sif (mitologia norrena), Tó Neinilii (nativi americani), Ahuramadza (zoroastrismo) e Rozanicy (folclore slavo). «Alle pareti, invece» ci ha spiegato Cinciarella Fragola, «potete osservare il difficile cammino intrapreso dall’umanità al termine della guerra contro Atlantide.»

La Sala dei Metalli, simile per certi versi alla Sala Inferiore della Stanza della Terra, si caratterizzava per un percorso di otto finestre con altrettanti volti che rappresentavano otto passaggi della vita dell’uomo: dall’infanzia fino alla vecchiaia; la quinta (quella della maturità, dai 35 ai 42 anni) ospitava, assieme a una statuetta di Falco (vestito), un ritratto del fondatore. Sui lati si aprivano quattro portali, per i quattro elementi della Terra. Sul pavimento, un enorme mosaico illustrava l’evoluzione del carattere degli esseri umani: un uomo incatenato che provava a divincolarsi era l’egoismo; un uomo che sorrideva reggendo un coltello dietro la schiena: l’ipocrisia. «La colonna al centro, lavorata con dei motivi che somigliano a delle fiamme, ci dice che una conoscenza corretta è in grado di bruciare. E di trasformare gli elementi negativi della nostra psiche in pratiche positive.» Siamo entrati nella Sala delle Sfere — il punto in cui tre linee sincroniche di energia si intreccerebbero — e nel Tempio Azzurro: la prima Stanza in ordine di tempo a essere mai stata scavata. «Qui, per noi di Damanhur, è come un utero. È da questo luogo che nascono tutte le altre Stanze dei Templi,» ha detto Cinciarella Fragola. Ha acceso un interruttore; quindi, schiacciando il tasto di un telecomando, ha messo in azione un ingranaggio che ha fatto apparire una scaletta: è calata nel pavimento emettendo una fastidiosa vibrazione elettrica. Nella Sala degli Specchi, per via di certi lavori in corso (come spiegato nella DICHIARAZIONE DI RESPONSABILITÀ), non c’hanno fatto entrare.
Visitata la Sala della Terra, Cinciarella Fragola ci fa accedere alla Sala dell’Acqua, avendo cura di controllare che nessuno manchi all’appello.
Entrando ho la sensazione di dispormi nella parte cava di una campana. «Che ne dite? Ci sediamo un attimo, se volete. Ci fermiamo. Eh? Che dite? Respiriamo. Ci rilassiamo. Riflettiamo sul percorso che stiamo intraprendendo. E formiamo un cerchio. Bene. Sediamoci… No, lì no. Lì c’è uno dei nostri altari…» Ho provato a sedermi sul secondo gradino di una nicchia. Torno in mezzo agli altri. Mentre il discorso di Cinciarella Fragola prosegue («Questa Sala è dedicata al Principio Femmineo. Ha la forma di un calice rovesciato, perché simboleggia la ricettività dello spirito. Sotto di voi, potete ammirare questo splendido mosaico con sei delfini, che giocano, saltando fuori dal doppio quadrato, simbolo di Damanhur. Ma attenzione: questa Stanza è anche la nostra Biblioteca. I disegni che state osservando sulle pareti sono delle scritture. Dodici codici linguistici, alcuni dei quali devono essere ancora decrittati»), mentre il suo discorso prosegue, dicevo, do un’occhiata: sulle pareti ci sono: linee. Un intrico vastissimo di linee. Di colore nero, prevalentemente, ma anche blu e rosso. Dritte e curve. Compongono centinaia, forse migliaia di circuiti selfici. E segni. Alfabeti. Conosciuti e sconosciuti. Noto anche le parole viste a Damji, sugli omini dei bagni. (Scopro che stanno per: “maschio” e “femmina”, semplicemente.)

È come se qualcuno con dei pennarelli, inchiodato ad una lunghissima, noiosissima conversazione telefonica, avesse iniziato a scarabocchiare ossessivamente su qualunque superficie gli capitasse a tiro. Comprese le pareti.
Una similitudine piuttosto rivelatrice, a dire il vero. Visto che, come Cinciarella Fragola ci informa: «È stato qui, proprio in questa Stanza, che il nostro fondatore, Falco Tarassaco, ha viaggiato nel tempo per la prima volta. Si è recato seicento anni nel futuro, per poi tornare, portando con sé il segreto su come salvare l’umanità.» Ci sarebbe da chiedersi, allora, per quale assurdo motivo questa stanza non sia occupata, ventiquattro ore su ventiquattro, dal miglior team di crittografi al mondo, ma Cinciarella Fragola, come se nulla fosse, prosegue: «Se chiudete gli occhi, adesso, e lasciate lo spirito libero da ogni costrizione, anche voi potrete avvertire un senso di pienezza, di comunione, con un piano della realtà che è altro, rispetto a questo posto. Proviamo tutti assieme. Che ne dite?»
Cinciarella Fragola si accosta a una campana tubolare, sfiora con le dita i lunghi cilindri di alluminio: un tintinnio argentino inizia a diffondersi. L’aria prende a vibrare. Mi accarezza la pelle sulle braccia, mi solletica le palpebre socchiuse, mi lambisce la parte alta della fronte vicino all’attaccatura dei capelli. Ma non credo di stare viaggiando nel futuro. Proprio no.

Sono deluso? È delusione quella che impedisce alla meraviglia di generarsi? È per questo se lo stato d’animo cupo e apatico che mi porto dietro da un po’, oramai, invece di restringersi continua ad allargarsi — pare un abito adatto a tutte le stagioni, adesso. Cos’è, di questa visita, che mi ha proprio deluso? Certo, avrebbe giovato un’organizzazione più efficace — soprattutto nella prima parte. Certo, avrei trovato più interessante un resoconto storico più ampio e accurato. Il Guinness World Records è pur sempre un riconoscimento meritato.

Qualcosa continua a sfuggirmi.

13.

Quando torno a Torino è l’una meno un quarto.

Il pullman, guidato dall’autista estimatore di motori, cacciagione e sagre di paese, mi lascia, così come all’andata, davanti al vecchio ingresso di Porta Susa. Metto piede sul marciapiede — mia moglie, che mi precede, mi porge la mano all’ultimo gradino — mentre la guida, quella che ci ha fornito le DICHIARAZIONI DI RESPONSABILITÀ, ci saluta entrambi. E saluta, assieme a noi, l’intera comitiva di viaggiatori: «Bene, bene. Spero che sia andato tutto… ok, che la visita, insomma: sia piaciuta… E che tornerete presto a usufruire dei servizi della nostra agenzia.»

La perdo di vista immediatamente, in mezzo agli altri passeggeri, che adesso non sono più esterni; non sono più curiosi in visita ai Templi dell’Umanità di Damanhur, ma dei banali passanti.
«Avevi ragione. Serviva, la sciarpa…» Mia moglie cerca qualcosa dentro la borsa: il cellulare. Lo sblocca. Digita un breve messaggio. Forse agli amici, forse ai parenti, per rassicurare tutti che la setta ci ha lasciati andare. Tiro fuori anche il mio cellulare dalla tasca dei pantaloni. Mi accorgo di averlo tenuto acceso — inutilmente — e perciò ora è spento. (Volevo appuntarmi una frase sulla app delle Note, ma pazienza.) Lo rimetto in tasca.
Sì: una sciarpa ci stava proprio.

Tanto più che, fino a casa, c’è un bel tratto da fare a piedi.

È una notte umida e fredda.

L’insegna di una farmacia, assieme a un Caduceo sfarfallante, color verde neon, conferma una temperatura di undici gradi centigradi. Il cielo è uno schermo nero privo di sfumature. Con qualche stella che lo sforacchia, qua e là, fa pensare a una bacheca al termine di una riunione di lavoro: i post it importanti sono già stati portati via: adesso restano solo le puntine da disegno con la capocchia di plastica bianca. Là ce n’è una… eccone un’altra… E un’altra… Il frastuono emesso da un autobus che passa sopra a un tombino basculante mi fa guardare da tutt’altra parte. La stazione è una struttura semicilindrica, in vetro e acciaio, che spalanca verso di me la sua bocca gigantesca. I semafori tracciano con il verde, il giallo e il rosso, alternativamente, la fuga dei binari per i tram. Al di sopra di ogni altra cosa, il grattacielo di Intesa San Paolo resta immobile, ieratico, come l’ectoplasma di un robot giapponese; l’alternanza ritmica delle luci di Segnalazione, disposte lungo i suoi fianchi, fa pensare a un codice misterioso in cerca di un destinatario.
Tagliamo Piazza XVIII dicembre procedendo in diagonale, ruotando attorno alla sfera del “Punt e Mes” di Alessandro Testa collocata al centro della rotatoria. Imbocchiamo Via Cernaia: il chilometrico, apparentemente regolare stradone che all’altezza di Piazza Solferino, però, si biforca come la lingua di un serpente tra Via Santa Teresa e Via Pietro Micca.

È un tragitto che conosco fin troppo bene.

So perfettamente cosa aspettarmi: il lucore proiettato dalle insegne verticali degli hotel che hanno l’ingresso sotto ai portici; la luce delle lampade che piove lungo i marciapiedi in base all’alternanza tra gli archi e le colonne; l’aroma di carne di agnello, insalata e salsa tahina più intenso in corrispondenza dei kebabbari ancora aperti.

L’impressione di fissità, già sperimentata durante il viaggio a Damanhur, torna a farsi sentire: finisco per diventare un’altra volta prigioniero del mio stato d’animo cupo e malinconico. Anche lo zaino che porto sopra le spalle, contenente il volume di Atlas Obscura. Guida alle meraviglie nascoste del mondo, pare essere diventato più pesante.
Mia moglie stringe le braccia e fa per strofinarsi entrambe le spalle. Accidenti: ha freddo sul serio. Mi avvicino e la abbraccio. Ci siamo beccati un bel po’ di umidità.
«Damanhur,» inizio a mormorare infastidito. «Un gruppo di fricchettoni che trent’anni fa inizia a scavare a mani nude dentro a una montagna per creare un sistema di gallerie in cui costruire un Tempio sotterraneo che al mercato mio padre comprò…» A questo punto capisco una cosa. Una cosa fondamentale. Il problema di Damanhur non sta nel fatto che erano degli hippy. Non sta nel fatto che erano gli Anni ’70, non sta nel fatto che hanno scavato a mani nude e non sta nemmeno nel fatto che i Templi dell’Umanità li abbiano costruiti sottoterra. Il problema di Damanhur sta nel fatto che fossero un gruppo. Che fossero pochi, cioè! E che fossero soli, naturalmente, perché non potevano raccontare nulla di quello che stavano facendo. Ecco spiegato perché la qualità artigianale soprattutto dei primi lavori è così approssimativa e scadente; amatoriale, quasi. Puerile. Realizzare qualcosa di veramente valido avrebbe richiesto l’apertura verso l’esterno. Certo: anno dopo anno la Federazione è cresciuta. I damanhuriani sono aumentati. Assieme alle loro competenze. Ma chissà che cosa avrebbero fatto se avessero avuto qualcuno in grado di fargli capire gli errori quando avevano torto.
Questa riflessione, che pare distendersi dentro la mia testa felicemente, termina nel momento in cui sollevo lo sguardo e mi rendo conto che mia moglie è scomparsa.

14.

«Guarda!»

Ah, no: eccola là, mia moglie. Per fortuna. Sta ferma davanti a una aiuola.
Abbiamo raggiunto la sezione finale di Via Pietro Micca. Di fronte alla facciata della Banca del Piemonte si apre, alla nostra sinistra, il Giardino Lamarmora; caratterizzato da una cinquantina di alberi — un faggio, una quercia rossa, alcuni aceri giapponesi, e, affacciati su Via San Dalmazio, degli enormi esemplari di platani centenari — è uno dei tanti squares di Torino progettati nell’800 in previsione della nomina a capitale d’Italia — con l’idea di restare tale. Conosco questo giardino. Il venerdì pomeriggio, quando ci passo davanti con l’auto, noto sempre delle bancarelle; si tratta di un mercatino biologico gestito da Coldiretti.

Non appena raggiungo mia moglie, noto, disteso ai suoi piedi, un arioso tappeto di viole del pensiero. Non solo. C’è qualche altra cosa, lì in mezzo, che all’inizio non capisco bene che cosa sia.
«Ci avevi mai fatto caso?»
«Mi sa proprio di no,» rispondo.
Sto fissando una donna che se ne sta seduta a leggere un libro. Tiene i talloni sollevati da terra e porta i capelli raccolti in una traccia posata sulla spalla. Accanto alla sua sedia ci stanno pure un appendiabiti e un mobiletto, con sopra — qui la mia incredulità fa una completa giravolta — una discreta pila di volumi ancora da leggere. Modellata con migliaia di fili di metallo, si tratta di un simulacro — un’installazione artistica di Rodolfo Marasciuolo — capace di trasmettere un senso di lieve compiutezza; quello che di solito mi pervade quando sprofondo in una storia ben scritta.

«Secondo te chi è? Una che legge e basta?»

«Non vedi che è una fata?»

È vero: prima di prendere posto, questa eterea figura femminile sembra essersi sfilata un paio di ali. Adesso spenzolano rigide dall’appendiabiti, simili al disegno di una ragnatela. Devono essere le sue.
«È che qui davanti passiamo sempre con la macchina… So che ce ne stanno altre. Una sta davanti alla Biblioteca Nazionale,» dice con tono entusiasta. Raccoglie il cellulare della borsa. Il flash, azionato per errore, abbaglia il tenue esoscheletro della statua. Mentre controlla com’è venuta la foto, se ne va incontro al bivio, prendendo la strada di casa.

Francesco Gallo è nato a Napoli nel 1981.
Ha scritto racconti per LINUS e Nuovi Argomenti e articoli per Rivista Studio.
Tiene un blog, corsi di narrazione, e, assieme alla moglie Domitilla Pirro, cura il progetto delle Merende Selvagge.
Commenti
2 Commenti a “Pronto soccorso per speleologi narrativi: terza parte di un viaggio da Damanhur”
  1. NICOLETTA CESARI scrive:

    Conosco bene la Valchiusella per averci, quasi per caso, comprato una porzione di casa tanti anni fa.
    Vado a fare la spesa al supermercato di Damanhur Crea e ho visitato la città e il tempio sotterraneo.
    Faccio fatica a riassumere l’effetto che la visita mi aveva provocato tanto è contraddittorio: ridicolo e stupefacente? affascinante e respingente? non so.
    Comunque ti consiglio un libro molto ma molto interessante che parla dell’esperienza di Damanhur (e di quella degli Elfi del Gran Burrone): “Lo Specchio, La Rosa e Il Loto, Uno Studio Sulla Sacralizzazione Della Natura”.

  2. Francesco Gallo scrive:

    Grazie, Nicoletta!
    L’impressione, quindi, di stare visitando qualcosa di “ridicolo e stupefacente”, come scrivi tu, non l’ho avuta soltanto io… E grazie mille per il consiglio di lettura!

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