Foto Vincenzo Livieri - LaPresse 
30-10-2019 - Roma
Politica
Senato. Discussione sull'istituzione di una Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all'odio e alla violenza. Nella foto Liliana Segre
Photo Vincenzo Livieri - LaPresse 
30-10-2019 Rome
Politics
Senate. Discussion on the establishment of an extraordinary commission to combat intolerance and racism. In the picture Liliana Segre

A proposito della commissione Segre. Un ragionamento sul bisogno di strumenti legislativi efficaci e sulla militanza.

di Christian Raimo

Abbiamo un problema, che l’idea di istituire una commissione come la commissione Segre non risolve ma amplifica.
Il problema è lo sdoganamento di massa del linguaggio razzista, fascista e sessista, e dell’indulgenza diffusa rispetto a comportamenti fascisti, razzisti e sessisti.
Questo non ha a che fare con l’odio.

L’odio è un sentimento alle volte deprecabile, alle volte necessario: odiare gli oppressori, odiare i nemici sociali, odiare i fascisti, per esempio, ha portato alle più importanti lotte di libertà e emancipazione della storia umana.
Una commissione di dieci o venti parlamentari che vigila o discetta in base a parametri ovviamente arbitrari sull’odio politico (come è scritto nel testo della proposta legislativa, tra le forme di odio da sanzionare) rischia di non avere un senso, né la capacità di svolgere un ruolo. Di questa ambiguità ovvia, la destra se ne sta avvantaggiando facendo una battaglia surreale sulla libertà di espressione.
Salvini, Meloni, la libertà di espressione – anche solo nella stessa frase, va da sé quanto sia assurdo.

Però è chiaro che un confine si è superato: il tabù della Resistenza è andato, i partigiani rappresentano in pubblico gli ideali di una minoranza, il 25 aprile una festa di parte, il tabù dell’Olocausto è molto fragile, se Liliana Segre può essere pubblicamente oltraggiata come una che di mestiere fa la deportata o cose simili.

Il problema dunque è duplice.

Da una parte c’è stata una colpevolissima trascuratezza da parte delle forze democratiche nella tutela di una pedagogia antifascista. Al suo posto si è pensato di usare una pedagogia patriottica che mettesse insieme risorgimento, resistenza, ragazzi di Salò, made in Italy, carabinieri, preti, foibe, marò. Da Ciampi a Violante, da Galli Della Loggia a Renzi, la retorica nazionalista democratica è stata un abbaglio storiografico, ma soprattutto l’oceano d’acqua portato al mulino della destra cripto, neo, post, e orto fascista. È difficile replicare, come provano a fare ancora gli storici, i politologi, i sociologi, i liberali e i democratici in buona e cattiva fede, che c’è un altro patriottismo, scusate, a Giorgia Meloni, che urla Non me lo toglierete di essere italiana. È difficile replicare come fa Renzi che l’inno di Mameli ballato al Papeete, è un insulto al nostro inno. È difficile andare in visita i giorni pari a Marzabotto, i dispari a Basovizza.

Dall’altra parte c’è una questione linguistica e giuridica insieme. Non si hanno strumenti giuridici per sanzionare i comportamenti e gli atti linguistici fascisti. Se Salvini dice zingaraccia, se in una trasmissione tv si può liberamente sostenere una balla razzista come il piano Kalergi, o mettere in una dialettica paritaria un fascista e un democratico, a nulla valgono leggi Mancino, Fiano, commissioni Segre. Occorre ragionare da un punto di vista della linguistica pragmatica sul fascismo e sull’antifascismo, sul razzismo e l’antirazzismo, sul sessismo e sull’antisessismo. Ci vogliono studi scientifici di linguistica pragmatica, studi giuridici, che possano valere come materiale per una legislazione efficace.

E poi chiaramente c’è la dimensione di una lotta politica, che sia conflittuale. Il campo del conflitto, che alle volte comprende anche l’odio, alle volte anche la violenza, alle volte persino la guerra, non può essere lasciato ai fascisti, agli oppressori, etc… È giusta la lotta del popolo curdo contro Erdoğan, e le manifestazioni del popolo cileno contro Piñera, o quelle degli studenti di Hong Kong? Nemmeno ovviamente Aldo Capitini, Danilo Dolci, Gandhi, o Alexander Langer, predicavano una politica aconflittuale, il pacifismo non è irenismo, la nonviolenza non è fare i piccoli Pilato, lasciando inalterati i sorrisi di Salvini che contengono un’aggressività permanente, ingiustificata e violentissima.
Ci sono delle armi democratiche, come lo sciopero, le manifestazioni, il boicottaggio, la resistenza, la militanza, che oggi sono viste nel campo della sinistra come forme di estremismo; i decreti sulla sicurezza del governo contengono una quantità inusitata di strumenti per legittimare la violenza di stato e la repressione del dissenso, che chi si definisce democratico dovrebbe domani battersi per abrogare immediatamente, altrimenti – con tutto il luminoso valore di Liliana Segre – non c’è forza della testimonianza che tenga.

Commenti
20 Commenti a “A proposito della commissione Segre. Un ragionamento sul bisogno di strumenti legislativi efficaci e sulla militanza.”
  1. Nicola Campostori scrive:

    Scusate l’ignoranza, cosa si intende per studi scientifici di linguistica pragmatica che potrebbero aiutare a concepire una legislazione antifascista ed antirazzista efficace?

  2. Elena Grammann scrive:

    “È difficile andare in visita i giorni pari a Marzabotto, i dispari a Basovizza.”
    Cosa sia la linguistica pragmatica e le sue eventuali applicazioni antifasciste e antirazziste me lo sono fatta spiegare ma non so se l’ho capito bene. La frase sopra invece mi pare un luminoso esempio di pragmatismo tout court: si riconoscono soltanto le vittime certificate dal regime, chissenefrega di come sono andate le cose, anzi, chissenefrega se le cose sono andate: restiamo pragmatici per favore.
    Siamo proprio sicuri che all’origine dell’attuale diffusa cattiveria e ignoranza – una cattiveria e ignoranza di popolo che sembra privare la democrazia dei suoi stessi presupposti fondanti di origine illuminista – non ci sia anche, oltre a fenomeni planetari difficili da analizzare in due righe, proprio la distinzione fra odio buono e odio cattivo? E la conseguente, pessima pedagogia antifascista degli anni Settanta e Ottanta?

  3. sergio falcone scrive:

    C’è sempre del marcio in Danimarca…

  4. Elena Grammann scrive:

    Piccola precisazione a proposito di irenismo, pacifismo e necessità della lotta: il nemico si combatte, non si odia. Quando si odia il nemico c’è qualcosa che non va.

  5. Federico Gnech scrive:

    La parte tragica: che un intellettuale ritenga a tal punto indifendibile la democrazia in cui viviamo da contestare persino una commissione contro razzismo e antisemitismo, nel timore che questa commissione (e sappiamo quale sia l’assoluto, soverchiante potere delle commissioni parlamentari…) possa andare a toccare il suo giocattolo preferito: l’odio. Ha ragione Elena Grammann, c’è qualcosa che non va.

    La parte comica (e rassicurante): che l’intellettuale di cui sopra sia Christian Raimo.

    P.S. A proposito di “militanza”, non so se le preoccupazioni di Raimo possano riguardare gli stronzi che il 25 aprile strillano quando vedono lo striscione della Brigata Ebraica. Chissà.

  6. db scrive:

    pensavo che il nemico lo si odia, ergo lo si combatte
    invece pare che lo si combatta, ergo non lo si odia…

    (fortuna che c’è il tertium : amare il proprio nemico)

  7. Elena Grammann scrive:

    @ db

    Mi scuso di intervenire sul fine esercizio di logica (fallace, ma mi rendo conto che il senso non è l’esattezza bensì l’effetto).
    L’odio (sfrenato, viscerale, totale) è alla base non tanto delle guerre diciamo “classiche”, quanto delle guerre civili, in particolare delle guerre di religione, ad esempio fra cattolici e protestanti. Cioè di lotte in cui ognuna delle due parti era altrettanto incrollabilmente convinta di avere ragione quanto lo è ora ad esempio Christian Raimo. Nella guerra classica invece si tratta di “fare un punto”, di acquisire un vantaggio; non si tratta affatto di avere o no ragione; e l’odio non c’entra niente.
    Giusto per precisare.

  8. Antonio COPPOLA scrive:

    La capacità di mettere assieme due frasi garantita da una scuola pubblica e obbligatoria ha portato ad una legittimazione della stupidità di massa. Tutti hanno sempre un punto di vista su tutto, una verità da diffondere. Si é persa la capacità di dire le cose e “pesarle”. E’ ovvio che i fascisti e gli antifascisti combattessero una guerra che, entrambi, ritenevano giusta. Solo che una delle due parti aveva torto. E su questo no si può discutere. Allo stesso modo quindi Marzabotto non “vale” quanto gli eccidi partigiani. Non che si neghi il dolore umano per TUTTE le morti ma quelle di Marzabotto pesano di più.
    Non riconoscere questa cosa porta conseguenze, quali il ritorno del fascismo fra noi, nella quotidianità. Interrogatevi sul nome da dare alle frange di tifosi negli stadi che urlano al diverso ed hanno ospitalità sui mezzi di informazione. Pensate al sentire comune che porta a dire all’uomo di strada che siamo invasi da stranieri e quindi “prima gli italiani”…
    Smettiamola di esercitare sempre la capacità retorica che porta a distinguo antistorici, torniamo a quel politically correct convinto che era anche una forma di educazione e una barriera verso cretini travestiti da cinici.

  9. Elena Grammann scrive:

    “Allo stesso modo quindi Marzabotto non “vale” quanto gli eccidi partigiani”.

    Capisco che anche gli eccidi siano quotati in borsa, ma sono dinamiche economiche che non mi interessano.

    Sono un’appassionata della capacità retorica che porta ai distinguo e abbatte la stupidità politically correct di chi alla scuola pubblica ha imparato solo quella.

  10. Antonio COPPOLA scrive:

    Credo che lei abbia capito bene il senso di quanto da me scritto. Che poi scriva bene e che argomenti con ampie capacità retoriche non esclude una spocchia basata sul nulla. Ma visto che scendiamo di un livello, facciamolo pure.
    Chi uccideva i nazi/fascisti lo faceva per difendersi da leggi repressive e criminali. Chi perseguiva i partigiani (e/o deportava essere umani) uccideva per mantenere un potere: le sembrano motivazioni etiche di pari valore? Se si abbiamo un quadro chiaro di cosa pensa veramente.

  11. Elena Grammann scrive:

    Gentile Sig. Coppola,

    – Certo che ho capito benissimo il senso di quanto da lei scritto (mamma mia le costruzioni participiali!), e la mia, nelle intenzioni, era una risposta pertinente. A questo punto mi viene il dubbio che sia lei a non capire il senso di quanto da me scritto.

    – Non riuscirà a farmi dire che sono fascista o fascio-simpatizzante, e questo non perché lo sia e non voglia dirlo per motivi di opportunità, o perché in fondo lo sia e non voglia ammetterlo nemmeno di fronte e me stessa, ma per il semplice motivo che il fascismo era ed è troppo stupido.
    Che poi la stupidità, quando diventa prassi e soprattutto prassi politica, sia estremamente dannosa, questo è certo. E ha la particolarità di essere dannosa (e di irritarmi) indipendentemente dal fatto che, nello schieramento politico, si collochi a destra o a sinistra.
    Ammetto però volentieri che il fascismo è particolarmente e profondamente stupido e ha una stupidità tutta sua che lo distingue e che non è accidentale ma essenziale.

    – Per il resto, nell’alternativa che lei mi pone la risposta è già troppo platealmente predeterminata e preorientata perché la si possa prendere sul serio. E’ come se lei mi chiedesse: sono più buoni i buoni o sono più buoni i cattivi? Che senso ha una domanda del genere?

    Vado a meditare sulla mia spocchia fondata sul nulla e le auguro una buona giornata :-)

  12. Pierluigi Rossi scrive:

    Approfitterò dell’ospitalità estrema di Minimaetmoralia per ragionare sulla sequenza dei commenti a questo post, e partirò, come mi sembra giusto, dal riferimento di Raimo alla “linguistica pragmatica” che accende la curiosità del primo commentatore e che a me fa venire in mente la “Pragmatica della comunicazione umana” di Watzlawick, Beavin e Jackson. (Digressione: continua a dispiacermi molto, ogni volta che si manifesta, la renitenza di Raimo a non entrare nella discussione quando il lettore, come nel caso di Nicola, esprime una legittima curiosità.) A seguire, Elena Gramman non ha incertezze sulla “pessima pedagogia antifascista degli anni Settanta e Ottanta”, oltre che sul significato della “necessità della lotta” (“il nemico si combatte, non si odia”: prego? Per quanto mi consta è l’avversario, cioè il competitore in un “gioco” incruento, che “non” si odia – il nemico si odia eccome, classica o civile che sia la guerra!): io direi che Raimo, sul tema dell’odio e della violenza, pone un problema apertissimo e dolorosissimo. Il duetto tra Gramman e Coppola ( brave persone entrambe, direi), che per ora chiude la sequenza, mi lascia un poco avvilito. Se, da una parte, apprezzo la lingua e la retorica della Gramman, dall’altra, mi convince di più la nettezza ideologica di Coppola (chiedo scusa, ma, nello “splendore” formale della Gramman io ci vedo del narcisismo di troppo).

  13. Pierluigi Rossi scrive:

    Faccio ammenda per aver sbagliato a scrivere il cognome di Elena Grammann (due n”).

  14. Elena Grammann scrive:

    Grazie della correzione, il mio narcisismo avrebbe potuto soffrirne.

    (E quando sdoganiamo così allegramente l’odio per il nemico, teniamo presente che l’odio squalifica. E teniamo anche presente che il punto, originariamente, era se il fine “buono” giustifica la menzogna o l’omissione di verità, e se la menzogna o l’omissione di verità possono veramente essere mezzi efficaci per il raggiungimento di un fine auspicabile.)

  15. Pierluigi Rossi scrive:

    @ Grammann
    Il “punto” che dici non è quello del post ma quello verso cui hai virato tu, concentrandoti sull’affermazione citata nel tuo primo commento, affermazione che è effettivamente inquietante ma che solo Raimo, purtroppo, potrebbe spiegarci.

  16. Elena Grammann scrive:

    @P. Rossi

    Sì, intendevo quello, il punto della discussione sollevata dal mio post.

  17. Elena Grammann scrive:

    volevo dire dal mio commento al post

  18. Pierluigi Rossi scrive:

    Sull’odio che squalifica, problema: una vittima all’ennesima potenza, mettiamo il classico ebreo recluso in un campo di sterminio, è ancora capace d’odio? Facciamo che questo è, si parva licet, un esperimento mentale alla Einstein – be’, a me, sembra che, una vittima siffatta, neanche di odiare è più capace. Per quanto ributtante sia tale sentimento, insomma, esso è comunque indice di una vitalità non completamente sfibrata.

  19. Pierluigi Rossi scrive:

    Ho sbagliato a scrivere “vitalità”, meglio dire: “umanità” non sfibrata.

  20. Elena Grammann scrive:

    Gentile Pierluigi, innanzitutto ti ringrazio dell’attenzione.
    Che l’odio sia nella radice dell’umanità (quindi nel tuo esempio la sua assenza potrebbe indicare un grado prope nihilum della stessa) è cosa abbastanza evidente a chi esamina i fatti senza filtri pietistici o ideologici, ed è ad esempio il punto di partenza (con esisti diversi) di Montaigne e di Hobbes, non a caso due scrittori che hanno fatto l’esperienza delle guerre di religione europee. Però a quel punto non ha più senso parlare di giusto/ingiusto ma bisogna ripiegare su opportuno/inopportuno, legale/illegale.
    Cioè, secondo me, se si ammette l’odio come qualcosa non solo di ineliminabile, ma anzi di adeguato a determinate situazioni, bisogna poi lasciar cadere ogni pretesa di fondamento etico della politica. Che si può tranquillamente fare, non è questo il punto. Solo bisogna averlo chiaro. E’ Raimo che, mi sembra, tiene il piede in due staffe.
    Detto questo, io non sono un filosofo morale né tantomeno politico; queste sono riflessioni (riflessioni, non sparate retoriche) personali a proposito di affermazioni che io giudico quantomeno ambigue. Non ho né la preparazione né le capacità adeguate a scrivere un saggio sull’odio, e sicuramente i commenti a un post non sono la sede giusta. Avendo detto quel che avevo da dire e recepito quello che mi è stato obiettato, personalmente mi fermerei qui.
    Grazie di nuovo per l’attenzione e buona giornata

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