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A proposito della riapertura delle chiese il 18 maggio

di Christian Raimo

Il 18 riaprono le chiese per le messe.
C’era assoluta necessità?
Forse no.
Per tre ragioni.
Provo a ragionarci da cittadino e da cattolico praticante.

La prima è che l’organizzazione degli ambienti è ecclesiastici è certo spesso molto accurata, ma altrettanto spesso è un pasticcio. Molti sacerdoti, molti diaconi, molte delle persone che sono coinvolte nella liturgia non hanno quell’abitudine a un’igiene semiospedaliera che servirà in questi casi.
E basta un piccolo lassismo in uno qualunque di questi ambienti perché una messa sia un piccolo focolaio. Molti dei focolai non solo italiani sono scaturiti da celebrazioni religiose. E spesso chi frequenta le messe è una persona anziana, che ha un rapporto talmente fiduciaro con il clero che non è sempre facile che si responsabilizzi autonomamente.

La seconda ragione è veramente civile. Perché le messe sì e le lezioni universitarie no, perché le messe sì e le biblioteche no, perché le messe sì e i teatri no? Sono interrogativi che diventano davvero difficili da eludere.
E occorre tenere conto, e giustamente, come sia impensabile predisporre un controllo nelle chiese su mascherine, distanziamento, sanificazione, igiene nel dare la comunione. Le chiese vivono di una sorta di legittima dimensione extralegem, per cui inorridiamo quanto entrano dei carabinieri in una chiesa a interrompere una messa.

La terza ragione ha a che fare con lo spirito della liturgia.
Questi giorni di lontananza dalla comunione hanno mostrato una non chiesa? Hanno distrutto lo spirito ecclesiale? No, tutt’altro. In milioni di luoghi, in milioni di occasioni chi ha fede ha potuto sperimentare il senso della testimonianza, della vicinanza al dolore, del valore della preghiera, e anche il senso della mancanza dell’eucarestia che non era sotto le specie del pane e del vino.
L’amore di Cristo è amore incarnato. Tutto l’amore, lo sappiamo, per chi crede e per chi non crede, è anche amore che sperimentiamo attraverso i corpi. E questa pandemia ci ha gettato in una lacerante contraddizione: come posso avere a cuore qualcuno non toccandolo, non vedendolo, non abbracciandolo?
Ma a questo genere di questioni almeno dal concilio in poi si è cominciato a rispondere, soprattutto mostrando che la chiesa non è solo il clero, che la chiesa non è solo quella delle parrocchie, ma è nei movimenti, nelle case, nel dialogo interreligioso, nelle pratiche di misericordia e amore quotidiane. È una chiesa delle donne, sempre di più, è una chiesa dei peccatori.

Ci sono due rischi opposti che vengono paventati rispetto a questo tema. Una messa in discussione della libertà di culto, e il progressivo scivolamento della funzione liturgica in una formule domestiche, private, individuali. C’è il rischio anche per la liturgia di una Chiesa netflix, come per il Netflix dei teatri, il Netflix della scuola, in una specie di piattaforma di consumo permanente, in cui schedulare l’agenda quotidiana.
I dubbi sulla libertà di culto mi sembrano peregrini e pretestuosi. La messa del Papa va in diretta su Rai Uno, il peso della Cei nel dibattito politico è evidentemente eccessivo.
Il rischio mi sembra l’opposto, che non si pensi alle parole del Vangelo come profetiche, ma come utili a occupare un presidio del dibattito pubblico, una quota parte, con diritto di veto, di prelazione, di egemonia.
Il rischio di rendere la liturgia eucaristica un consumo come gli altri esiste invece, ma c’è sempre, pandemia o non pandemia. Tocca a chi lo vive capire come evitare che l’esperienza di fede si riduca a un’esperienza di consumo, di automiglioramento, a un bonus spirituale. Ma questo appunto è un compito politico, da cittadini, da chi crede che non tutta la nostra vita si riduca a un produci consuma crepa.

 

Commenti
2 Commenti a “A proposito della riapertura delle chiese il 18 maggio”
  1. Giuliano scrive:

    Mai stato d’accordo con lei su praticamente nulla, ma in questa occasione condivido parola per parola

  2. Luigi scrive:

    Non vedo perché le chiese debbano essere più infettive dei supermercati o delle edicole, che sono rimasti sempre aperti osservando alcune norme che si possono osservare anche nelle chiese. Segnalo inoltre che le lezioni universitarie, le biblioteche e i teatri restano chiusi anche perché si tratta di luoghi concentrati nelle grandi città, e se si vive altrove per raggiungerli bisogna spostarsi per tragitti spesso lunghi: il problema non si pone per le chiese, perché ognuno ha la sua parrocchia vicino a casa.

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