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A proposito di niente. Woody Allen riavvolge il nastro

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Un dispiacere che l’autobiografia di Woody Allen abbia avuto una storia complicata, rifiutato da Hachette, a rischio macero e poi ripreso fortunatamente da un nuovo editore, Arcade Publishing. Le motivazioni di questo tortuoso percorso sono complesse e abbastanza note, coinvolgono il tempestoso rapporto del regista con la famiglia Farrow, ma la cosa, leggendo questo bel racconto di una vita, perde la sua importanza. Questo circo mediatico è ancor meno interessante proprio perché l’autobiografia A proposito di niente, pubblicata con convinzione da La Nave di Teseo, in ebook e in anteprima mondiale con la traduzione di Alberto Pezzotta (il cartaceo dovrebbe invece uscire il 9 aprile), è un racconto sincero e divertente di un’esistenza fortunata e di successo e i riferimenti ai fatti giudiziari sono, fortunatamente, pochi.

«Spero che non sia questo il motivo per cui avete comprato il libro» chiosa a un certo punto Allen, quando racconta in poche pagine dei suoi amori «anagraficamente corretti», la prima moglie, Diane Keaton e Mia Farrow, quelli usuali prima di conoscere Soon-Yi, figlia adottiva di Mia Farrow in un matrimonio precedente, molto più giovane di lui e con la quale si è sposato una trentina di anni fa. È a questa donna che Allen sembra rivolgere continua riconoscenza in questo libro, a partire dalla dedica («A Soon-Yi, la migliore. Pendeva dalle mie labbra e poi mi ha avuto in pugno»), fino ai continui riferimenti al suo sostegno o alla necessità della sua approvazione nella vita di ogni giorno («Le donne che ammiro di più nella storia? Ce ne sarebbero […]. Ma alla fine dirò Soon-Yi. Non perché, in caso contrario, mi spaccherebbe una rotula con un mattarello, ma perché a cinque anni ha affrontato le strade alla ricerca di una vita migliore che alla fine, malgrado tutti gli ostacoli, è riuscita a trovare»).

Di fortuna si parlava poco sopra e in effetti è alla fortuna che si pensa con maggiore frequenza leggendo queste pagine, riflettendo su una vita come tante che grazie certo alla bravura, all’intelligenza e alla caparbia, ma anche a situazioni favorevoli, si è trasformata pian piano in quello su cui nessuno avrebbe scommesso. Scorrono i ricordi d’infanzia («Come il giovane Holden, non mi va di dilungarmi in tutte quelle stronzate alla David Copperfield, anche se in questo caso i miei genitori magari possono essere un soggetto più interessante del sottoscritto» scrive Allen che trasforma i suoi genitori in ottimi personaggi) e quindi anche le aspirazioni di Allen bambino: collezionista di figurine, giocatore di baseball, prestigiatore, gangster, sono questi i primi futuri che il bambino con il sogno di andare a vivere a Manhattan immagina per se stesso, mentre la madre e il padre in maniera talvolta opposta cercano di farlo crescere nella maniera più sana possibile («Due persone che non c’entravano niente una con l’altra, come il protagonista di Bulli e pupe e Hannah Arendt; non c’era nulla su cui andassero d’accordo, a parte Hitler e le mie pagelle. Eppure, malgrado i massacri verbali, rimasero sposati per settant’anni – giusto per farsi dispetto, immagino»).

Ma poi entra in gioco la fortuna, il caso lo chiama Allen («Considerando la mia carriera, alcuni diranno che non è stata sempre così fortunata, ma non sanno quante volte è stato il caso a decidere»), una cultura conquistata per conto proprio e a fatica («La prima volta che andai a vedere uno spettacolo a Broadway avevo diciassette anni; e scoprii l’arte quando marinavo la scuola e avevo bisogno di stare in un posto caldo») per sé e per poter essere considerato dalle ragazze che leggevano Balzac, Tolstoj ed Eliot, e da lì un’ascesa inarrestabile dalle battute nei cabaret e a teatro, fino agli spettacoli televisivi e al ruolo di attore e di regista, raramente così organicamente sovrapposti.

Fortuna quindi, o caso, si respirano tra queste pagine, ma anche un persistente velo di nostalgia: non tanto quella per i genitori oramai scomparsi o per una New York diversissima da quella moderna, si tratta più di un sentimento agrodolce assimilabile a quello che emerge guardando i suoi film, quindi per un mondo che risponde più alla perfetta creazione cinematografica che al mondo reale, a un mondo perfetto, compiuto, che non è mai esistito ma che Allen ha qualche volta cercato di creare nei suoi film. È un sentimento che viene sintetizzato in alcune battute di Midnight in Paris recitate dello pseudo-intellettuale interpretato da Michael Sheen, Paul, e quindi, considerata l’antipatia del personaggio, interpretabili attraverso un rovesciamento di senso: «Nostalgia è negazione – negazione di un presente doloroso… il nome di questa negazione è il pensare ad un’epoca d’oro – l’erronea nozione che vi è un periodo migliore di quello in cui si vive – è un volo nell’immaginario romantico di coloro che trovano difficile convivere con il presente».

È lo stesso sentimento che innerva il film del 1987 Radio days («In questo caso, come ho detto, volevo fare qualcosa alla Cechov: personaggi che non si muovono da una casa di campagna, conflitti e confusioni emotive»), ambientato nel periodo d’oro della radio, negli anni Trenta: la descrizione dello scoppiettante universo aperto dalla radio è l’occasione per Allen, oltre che per riflettere su come si gira attorno all’informazione e come ci si sia staccati dalla precisione di inizio Novecento, per ricordare con nostalgia l’affetto originario e sincero delle relazioni familiari, che in questo frangente ruotano attorno al piccolo Joe, una delle sue mille proiezioni cinematografiche.

Qui il racconto di Allen si concentra anche sulle mutazioni antropologiche che differenziano l’uomo degli anni Trenta da quello degli anni Novanta: una simile rappresentazione si ritrova anche in Zelig, dove il protagonista Leonard diventa la paradossale rappresentazione di un continuo desiderio di conformità e dell’incapacità di accettarsi così come si è, una spinta che si cristallizza nella malattia di Zelig, un uomo senza identità che prende l’aspetto e la psiche di chi lo circonda in quel momento. «Zelig – scrive Allen –  parlava di come tutti noi vogliamo essere accettati, conformarci, non offendere gli altri; di come spesso offriamo una diversa immagine di noi a diverse persone, sapendo quale può risultare più gradita», notando come, alla fine, questa ossessione e questo desiderio possano portare a pericolose conseguenze (nel film, per esempio, compare anche Hitler).

L’andamento generale di questa autobiografia vive su un passaggio continuo da inaspettate freddure a momenti che sfiorano il lirico. Quest’ultimo aspetto emerge soprattutto quando Allen parla della sua città per eccellenza, New York, di cui in questo libro si può seguire uno sviluppo lungo ottant’anni, filtrato dallo sguardo di un uomo che ne è innamorato e ne racconta decenni di storia e mutamenti. Basta prendere il momento in cui Allen descrive lo scorrere delle stagioni e parla della bellezza dello sbocciare della primavera, dove l’elemento comico e poetico convivono perfettamente: dopo aver citato alcuni versi di William Carlos Williams, Allen scrive che l’aria odora di nostalgia e che «ti viene voglia di ucciderti. Perché? Perché così tanta bellezza è insopportabile; la ghiandola pineale secerne gli ormoni di una melanconia indicibile, non sai dove incanalare tutte le sensazioni che ribollono dentro di te, e spera solo che in quel momento della vita tu non stia soffrendo per amore. Altrimenti prendi una pistola».

Pubblicare un’autobiografia a ottant’anni è certe volte anche un modo per fare i conti con se stesso in maniera ordinata, guardare cosa si è fatto e quello che ancora aspetta. Certo è che in queste pagine il regista si mette a nudo in maniera sincera, portando ancora una volta in scena se stesso e mostrando senza incrinature ciò che lo caratterizza, i pregi che i suoi spettatori hanno imparato a conoscere e ad amare, ma anche quelle pose un po’ narcisistiche, e difettose per qualche osservatore, che talvolta ne hanno offuscato alcune prove.

Nelle pagine finali in particolare Allen si ferma e riflette sulla sua vita, le sue passioni, il suo lavoro, e con la solita simpatia si augura che le cose non peggiorino e che, quantomeno, rimangano così così come sono: «Nel frattempo, continuo la mia vita da borghese. Mi esercito al clarinetto (anche se non c’è più mia madre a lamentarsi del mal di testa che le viene a sentirmi suonare quello che lei chiamava “il piffero”), adoro Soon-Yi, dispenso pezzi da venti alle figlie perché possano andare a vedere film che non valgono quelli che vedevo io per dodici centesimi. Come riassumere la mia vita? Tanti stupidi errori compensati dalla fortuna. Il mio rimpianto più grande? Che ho avuto milioni per fare film in totale libertà, e non ho mai girato un capolavoro.  E davvero non sono interessato a lasciare qualcosa dopo di me? Mi sono già espresso in merito, e la metterò in questo modo: di vivere nel cuore e nella mente del pubblico non mi importa niente, preferisco vivere a casa mia».

Matteo Moca è dottore di ricerca in italianistica e insegnante. Scrive, tra gli altri, per Il Tascabile, Il Foglio, Il Riformista, L’indice dei libri del mese, Blow Up e il blog di Kobo. Ha curato per Quodlibet il romanzo di Giovanni Faldella “Madonna di fuoco e Madonna di neve” e pubblicato la monografia “Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett”.
Commenti
5 Commenti a “A proposito di niente. Woody Allen riavvolge il nastro”
  1. sergio falcone scrive:

    Perché dovremmo pagare un biglietto per vedere sullo schermo le nevrosi di costui? Mi sembra il massimo del narcisismo. In un mondo in cui la gente muore perché la società e’ orribilmente fondata sul darwinismo sociale.

  2. Kelly scrive:

    Il Genio è qualcosa che non tutti possono comprendere… E Sergio ne è la prova lampante… Ma comunque I gusti non si discutono. Woody o lo ami o lo detesti… È sempre stato così. Io lo amo e seppur, come lui è il primo a sostenere, non sia riuscito a fare un solo capolavoro, ogni suo film è qualcosa che non mi ha mai fatto rimpiangere i soldi spesi per il biglietto…

  3. Federico scrive:

    E veramente stupefacente leggere ancora cosi tanto astio nelle persone (Sergio)
    nonostante i tempi critici che tutti noi stiamo vivendo,solo un fesso può criticare un genio
    assoluto come Woody ,gia il fatto di chiamarlo costui ,la dice tutta sulla sua pochezza
    Kelly non sono d’accordo Allen si ama e basta

  4. Florence scrive:

    Woody Allen, sì… Un genio, per un pubblico di classe e colto. I suoi film mi divertono, ma fanno anche riflettere su molte situazioni.

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