1jeff

A proposito di rock. La versione di Jeff Tweedy dei Wilco

1jeff

Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo.

Non è necessario leggere l’edizione completa di un’ipotetica Grande Enciclopedia del Rock per scoprire che gli anni Zero non sono stati l’epoca d’oro del genere. Com’è noto, le lancette vanno spostate più indietro; il che, ovviamente, non annulla la possibilità di eccezioni, anche grandiose. Ad esempio, i Wilco. Album come Yankee Hotel Foxtrot e A Ghost Is Born hanno rischiarato gli ascolti di noialtri orfani – non voglio dire nostalgici – del rock più penetrante, quello che va dritto al cuore dai Velvet Underground in giù.

Per focalizzare meglio, prendete At Least That’s What You Said, proprio da A Ghost Is Born, e fatela suonare a un volume degno; verso il secondo minuto, dopo che Jeff Tweedy avrà intonato una manciata di toccanti versi al pianoforte, vi ritroverete a mimare una chitarra, catturati dalla magia della musica. Poco ma sicuro.

Let’s Go (So We Can Get Back), uscito in Italia per Sur con la traduzione di Lorenzo Medici, è la versione dei fatti di Jeff Tweedy, che dei Wilco è voce, anima, fondatore, autore. Come molte storie rock è una storia americana; più precisamente, all’interno della vasta gamma di paesaggi statunitensi contenuti tra le metropoli sulle due coste, siamo nel Midwest. «Chiunque venga da una città di provincia ha un’idea di cosa parlo», scrive Tweedy, figlio di un ferroviere e di una casalinga, una famiglia numerosa e unita, seppure non priva di lutti; e per l’appunto tra i pregi di questo memoir, onesto fino ai limiti della chiacchierata intima, bisogna dire che è sì il racconto di un artista e di una band – e leggendo si tende inevitabilmente ad ascoltare la musica di cui si parla, e in questo caso è davvero ottima musica, perché sulla bellezza autentica e per certi versi solenne delle canzoni dei Wilco credo ci siano pochi dubbi – ma è anche uno sguardo su una certa America e sui rapporti umani, familiari e relazionali, su più livelli.

Prima la famiglia d’origine, quindi la famiglia d’arrivo – Tweedy è sposato, con due figli – e poi quella che molto spesso si tende a descrivere come una famiglia ulteriore: il gruppo, la band (una raffigurazione su cui a dirla tutta Tweedy non è per niente d’accordo).

Dicevo dei pregi di Let’s Go (So We Can Get Back); tra questi, sicuramente la discreta abilità nel cambiare tono mostrata dall’autore. Generalmente uniformato alla sincerità e alla schiettezza, due doti molto importanti nel mondo del rock alternativo (in opposizione alla grandeur e alla distanza che suscitano le rockstar mondiali: «Gli Who erano delle intoccabili divinità del rock che esibivano un potere monolitico, autoritario e distante», scrive Tweedy con ostentato disprezzo), il leader dei Wilco ha scritto un libro che sa variare su registri ora drammatici ora più scanzonati – si veda la deliziosa introduzione, o i dialoghi con la moglie Susie, dove pure vengono affrontati argomenti decisamente delicati.

A tratti, il piglio è quello di un fratellone ideale che si accinge a raccontarti una storia, come in quel pezzo di Lester Bangs sugli Yardbirds, quando nell’attacco finge di prendere in braccio un nipotino e lo catapulta nella storia psichedelica sui bei tempi andati (e non a caso Tweedy cita Bangs tra i suoi numi tutelari).
Altrove, quando il racconto riguarda la famiglia d’origine, il tono è tenero e penetrante. Tweedy ricorda che da bambino non era per niente affascinato dal mestiere del padre, ma aggiunge che probabilmente è stato proprio il suono dei treni ascoltati dal padre ad avergli trasmesso il senso del ritmo.

E poi, naturalmente, la musica, verso la quale Jeff Tweedy mostra un senso di devozione e di stupore, quello di scrivere una canzone partendo «dal lato della piscina dove non si tocca», nel senso di gettarsi nell’acqua della creazione senza troppi esercizi preliminari, sulle tracce dei Dylan e dei Clash o del catalogo di band più alternative digerite nella stagione dell’adolescenza. Di gruppi, Tweedy ne ha vissuti due: prima dei suoi Wilco ci sono stati gli Uncle Tupelo, rotti dal suo primo vero sodale Jay Farrar. Il destino gli metterà sulla strada un altro Jay, Jay Bennett, membro dei Wilco per diversi anni prima che Tweedy lo allontanasse per le dipendenze che minavano la serenità del gruppo.

Neanche Tweedy è stato estraneo alle dipendenze da farmaci e tranquillanti, fino a sprofondare nei primi anni Duemila in un gorgo di depressione. «Ero convinto che sarei morto lì dentro», scrive Tweedy ricordando il momento in cui iniziò a lavorare per A Ghost Is Born.

Ogni canzone voleva contenere un messaggio per i figli, un messaggio che avrebbero ascoltato con il padre ormai morto. Per fortuna l’autore di quell’album di lancinante bellezza è sopravvissuto alla sua musica, e adesso, oltre a continuare con i Wilco e ad aver scritto questo libro, è preso da un progetto con i suoi ragazzi, quello a cui sembra tenere maggiormente.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
Aggiungi un commento