marcel proust

Proust a vent’anni: i racconti dell’amore corrotto

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Da ragazzi, i genii sono almeno un po’ più umani? Sì, ma è bene non illudersi: sono genii giovani, semplicemente. La tentazione, nel prendere in mano i Racconti di Marcel Proust pubblicati dall’editore fiorentino Clichy nella collana Père Lachaise, dedicata a testi inediti o perduti degli autori più rilevanti della letteratura moderna e contemporanea, è quella di aggirarsi per queste pagine, monocolo sull’occhio, alla ricerca di segni premonitori della Recherche: farlo, però, o limitarsi a farlo, significherebbe non rispettare l’autonomia artistica di queste nouvelles e non sapere apprezzare la loro perfetta conclusività. Il volumetto, curato da Giuseppe Girimonti Greco ed Ezio Sinigaglia, autori anche della Cronologia (1871-1897) e della Nota ai testi, si avvale di una squadra allargata di traduttori, perché ai due si affiancano Ornella Tajani, Federica Di Lella e Mariolina Bertini, della quale si vanno a recuperare due eccellenti e già classiche versioni: il livello della resa italiana è uniforme, complessivamente molto alto, per precisione lessicale e scioltezza del ritmo.

I piccoli capolavori, qua, sono almeno un paio, a parere di chi scrive, ma piuttosto che indicarli ha senso individuare, se c’è, un filo rosso che possa percorrere interamente quest’edizione, per la quale sono stati selezionati cinque racconti che, assieme ad altri, andavano a costituire I piaceri e i giorni, il libro grazie al quale, nel 1896, Proust esordiva sulla scena letteraria, più un sesto, L’indifferente, che era stato escluso dallo stesso scrittore e che fu sorprendentemente ritrovato soltanto una quarantina d’anni fa.

Perché i curatori hanno compilato una cronologia parziale, interrompendola al 1897? Scelta significativa, essendo quello l’anno del duello che lo scrittore ingaggiò con Jean Lorrain, autore su “Le Journal” di una stroncatura del libro e, a detta dei curatori, “ambiguo personaggio del sottobosco mondano-letterario francese fin-de-siècle”: duello vero e proprio, non di penna ma di pistola, fortunatamente conclusosi senza alcun spargimento di sangue, durante il quale Proust si dimostrò all’altezza del proprio avversario, al di fuori dei limiti della pagina scritta, del luogo in cui, da quel momento in poi, avrebbero preso forma e forza le sue vendette, le sue maggiori rivincite, da ottenere utilizzando tutto il tempo che servirà, tutto quel tempo che non sarà perduto, ma impiegato, investito, nello sforzo di risultare migliore di tanti rivali, giunti al redde rationem, sulla bacheca della fine.

“Quasi tutte le nostre sventure nascono dal fatto di non aver saputo restare nella nostra camera”: è immaginabile un Proust che sottoscrivesse la conclusione pascaliana? Riprendendo una vecchia suggestione sciasciana, che allo scrittore parigino era solito contrapporre Stendhal, viene voglia di indugiare nel gioco e di riconoscere in Montaigne il padrino di quest’ultimo, oltre che di tutta una linea alternativa della soggettività francese, anche extra-letteraria, ovvero di una diversa testimonianza del proprio essere al mondo: a Proust,allora, in questi termini, potremmo associare Pascal? Se Montaigne e Stendhal, infatti,sono i campioni di una vita sociale laicamente vissuta, non drammatizzata, virilmente scelta o rifiutata, secondo gli incostanti umori, Pascal e Proust non smettono di sembrare le vittime sofferenti di una mondanità tanto subìta quanto desiderata, sulla cui scena non riuscirono a ricomporsi nelle vesti di personaggi credibili, a proprio agio ed efficaci, così che il primo, saggiate le proprie inadeguatezze, finirà per trovare rifugio presso il monastero giansenista di Port-Royal, entrando nella schiera dei “solitari” di quel luogo d’ascesi; Proust, invece, reagirà a modo suo, pagando con un prezzo creativo le delusioni mondane, scrivendo la Recherche: quanto altre mai, opera del risentimento, cioè di uno dei più collaudati e moderni motori della trasfigurazione artistica, di quella risorsa dall’incomparabile potenziale che, illusoriamente e per un solo attimo, riequilibra, ma un esimio proustologo come Alessandro Piperno, al riguardo, ha detto quanto basta e meglio di noi.

A restare nella propria camera non ci si annoia? In questi racconti, l’inautenticità delle esperienze, il fastidio dell’esserci cresce altrove, in occasione di ricevimenti fastosi, nello spazio sorvegliato ed eminente dei salotti: “andare in società” significa sottoporsi al ricatto delle voci e sottoporre al rischio della corruzione il proprio amore, da valutare nella sua duplice declinazione di amore di sé, come nell’agonia de La morte di Baldassare Silvande, e di amore degli altri, rivolto al proprio prossimo, quello di Violante o la Mondanità. “Ormai Violante amava la bontà solo come una forma d’eleganza”: crudamente, si può essere corrotti e, ciononostante, continuare a fare del bene, al fine di rifornire la fucina del proprio narcisismo e di non sfigurare socialmente; Proust, insomma, questo Proust venticinquenne, quasi rende superflua tanta saggistica a sfondo etico del secolo a seguire?

“Di mattina, a letto, continuava a leggere o a fantasticare, ma con un animo alterato, che ora si fermava alla superficie delle cose e considerava se stesso non già per esplorarsi, ma per ammirarsi in modo voluttuoso e civettuolo come davanti a uno specchio”: questa è Violante, la quale ha acquisito quello sguardo che le era miracolosamente mancato durante una giovinezza incontaminata, lo sguardo sociale, che costringe chi ne sia in possesso a sentire su di sé gli occhi altrui, a guardarsi d’ora in poi dall’esterno, impegnato sul palcoscenico in esibizioni di cui si finisce per essere il solo pubblico. Il mondo, il gran mondo, imbroglia e trasfigura: ne La confessione di una ragazza, questa, “soggiogata dal piacere di piacere”, continua a rimandare “l’unico atto veramente libero: la scelta della solitudine”, insistendo in vani tentativi di riattizzare in sé il piacere di vivere e non riuscendo, nonostante ogni ripugnanza, a fare a meno della “fiamma spenta della mondanità”. “In quel periodo in cui valevo meno che in qualsiasi altro periodo della mia vita, fui apprezzata da tutti come non mai”: successo sociale e disprezzo di sé, in un inestricabile e sfiancante viluppo di abbattimento ed euforia.

Il mondo, il gran mondo, ammalia, ammala: la Malinconica villeggiatura di Madame de Breyves e L’indifferente esprimono la gioia paradossale del dolore, l’ossessione a prima vista irrazionale, ma null’altro che primigenia, antropologica, del desiderio non esaudito, sulla cui struttura triangolare e mimetica, perfettamente intuita, vissuta e rappresentata da Proust, valga l’intera riflessione di René Girard, ma in particolare il suo Menzogna romantica e verità romanzesca.

La storia della vita, di queste vite consumate nel giro di poche pagine, è senza redenzioni, perché invecchiare non redime e, casomai, affossa: quelle della vita sono occasioni offerte a chi non saprà coglierle e crescere equivarrà a restringere, finalmente ad annullare, ogni possibilità. Dopo avere correttamente presenziato, al termine di tante partecipazioni alla crudele girandola della società più illustre, le minute e non amabili figure di questi brevi racconti, alla maniera di quel poeta, “andando in un’aria di vetro”, si rivolgono e non trovano altro che il nulla, dopo avere avuto tanti sguardi addosso: l’aria va intesa anche in senso musicale, della melodia soffusa ma implacabile della prosa proustiana, inconfondibile e mirabilmente modulata fin da questi esordi, che accompagnerà la memoria di tanti altri sconfitti verso l’oblio della letteratura universale.

Sono nato sul crinale che, per fortuna, divide la Valdichiana dalla Val d’Orcia: così, lo scontro di civiltà non degenera in rissa quotidiana. Dottore di ricerca in Filosofia, ma non importa, non ci capivamo: Orwell mi sembrava un filosofo, Heidegger un sofista (per non dire peggio), e nessuno era d’accordo con me. Insomma, ero stufo e mi sono messo a rileggere i libri che mi piacevano da piccino. Sono stato educato alla scuola critica di Carlo Monni: “La poesia è un brivido, tutto il resto è letteratura”. Proprio del resto, però, tocca occuparsi. Secondo me, avrei fatto meglio, in generale, a mettere su una band shoegaze, ma non sapevo né suonare né cantare, e sarei stato perfetto.
Commenti
2 Commenti a “Proust a vent’anni: i racconti dell’amore corrotto”
  1. Claudia Janneth Baquero scrive:

    …potrebbe anche essere che non esistano atti liberi, che la voglia di uscire dalla propria camera ci sia imposta da un disegno superiore dove noi siamo soltanto strumenti che scatenano eventi. Tutto accadrebbe per un motivo, sbagli compresi. Interessante articolo su un sempre controverso Proust 🙂

  2. Sandro De Fazi scrive:

    Proprio in questo periodo – in questi mesi – in cui sto rileggendo la Recherche, necessariamente tra altre letture e dunque la mia rilettura diventa a sua volta una “ricerca”, qualcosa cioè cui inevitabilmente si ritorna nel tempo, mi piace questa visione del capolavoro proustiano come opera del risentimento.

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