Psycho-Analisi

Pubblicato per gentile concessione dell’autrice e Bookforum, dove è stato originariamente pubblicato. Traduzione e cura di Vincenzo Latronico. Le citazioni dal libro sono nella versione italiana a cura di Giuseppe Culicchia.

di Andrea Long Chu

“Non ho mai preteso di essere un esperto di millennial,” scrive Bret Easton Ellis verso la metà di Bianco, e il lettore vorrebbe disperatamente che ciò fosse vero. Ellis deve la propria fama soprattutto ad American Psycho, uscito nel 1991, un romanzo di culto su un serial killer di Wall Street ossessionato dalla propria immagine, uno speculatore psicotico di nome Patrick Bateman; nell’adattamento cinematografico è stato interpretato da Christian Bale.

Dopo vari romanzi via via più metanarrativi e qualche sceneggiatura scadente, White è la prima incursione di Ellis nella nonfiction. Il risultato non è tanto una raccolta, diluita e infiocchettata, di post presi di peso da un blog, quanto una raccolta di post presi di peso da un blog e basta. Più di ogni altra cosa Ellis odia i social media e vorrebbe che i millennial la smettessero di piagnucolare e iniziassero a “comportarsi da adulti” [la formulazione inglese, pull on their big boy pants, ha una sgraziata goffaggine che il traduttore probabilmente ha limato] – è una citazione letterale da questo libro profondamente inutile, la cui esistenza ci sarebbe probabilmente stata risparmiata se solo il fidanzato millennial di Ellis gli avesse mostrato come mettere il mute su Twitter.

Alcune pagine di White sembrano seguire le regole canoniche del memoir: l’infanzia di Ellis, un ragazzino bianco ricco lasciato a sé stesso nella Sherman Oaks degli anni ’70, il che gli ha permesso di coltivare una passione per i film horror più raccapriccianti; il successo folgorante del suo primo romanzo, Meno di zero, che Ellis ha iniziato a scrivere da adolescente e ha pubblicato al terzo anno di college; la tempesta di cocaina in mezzo alla quale, già membro del Brat Pack, Ellis ha scritto American Psycho alla fine degli anni ’80, a Manhattan, fra una festa e l’altra. Questi brani – non mi sento di chiamarli saggi o capitoli – fanno il loro mestiere, e immagino che possano presentare un qualche interesse per i fan interessati a sapere cos’è andato storto nell’adattamento cinematografico di Meno di zero, o cosa si prova a farsi un sacco di droghe.

Ma il vero scopo di Ellis nelle restanti duecento pagine di Bianco, uno sconclusionato pastone di vanagloria e critica culturale, è offendere i giovani lettori di sinistra per permettere a tutti gli altri di crogiolarsi nello spettacolo. Bret Easton Ellis ci tiene a far sapere al mondo che secondo lui “i ragazzi son ragazzi”. Pensa che il #MeToo sia patetico. Pensa che La La Land avrebbe dovuto vincere l’Oscar al posto di Moonlight. Pensa che la HBO avrebbe dovuto produrre quella serie sui Confederati. Pensa che Tyler Clementi, lo studente gay che si è buttato da un ponte dopo che il suo coinquilino lo ha filmato di nascosto mentre limonava, se la sia presa troppo per uno “scherzo piuttosto innocuo da matricola universitaria”. Gli manca Milo Yiannopoulos, e definisce Leslie Jones “una comica di mezza età che non sopportava di essere trollata in modo scorretto eppure caratteristico di Twitter.” Persino il titolo, Bianco, è una provocazione, concepita per anticipare, incitare e sbeffeggiare al contempo ogni accusa di privilegio.

Ellis finge di non sapere nulla di tutto ciò. “Non sono mai stato bravo a capire quali siano le cose che possono offendere,”si schermisce, in maniera per nulla convincente. “Sono stato giudicato e recensito da quando sono diventato un autore edito all’età di ventun anni, e nel corso del tempo mi sono completamente abituato a ricevere commenti positivi e negativi, a essere adorato e detestato.” Questa – come quasi tutto Bianco – è malafede. Chi non si interessa all’opinione degli altri non spreca tempo a ribadirlo ai quattro venti, e di certo non scrive un libro per farlo.

Questo pone un problema per chi, come me, vuole recensirlo: e cioè, se abboccare. Potrei scrivere una recensione furibonda che faccia a pezzi tutte le provocazioni di Bianco, finendo così per dare la sensazione che meritino di essere prese sul serio. Se l’articolo dovesse risultare virale, probabilmente farebbe scattare altre stroncature su siti di cultura pop come Vulture e Vice; magari per un po’ Bret Easton Ellis finirebbe in trending su Twitter, e tutti ci divertiremmo a dargli addosso; e alla fine di tutto questo l’autore tornerebbe a sentirsi importante, e forse finalmente riuscirebbe a scrivere un film che piaccia a qualcuno. Ma perché prendersi la briga? Da anni Bret Easton Ellis viene accusato di essere misogino e razzista, e penso che queste accuse siano vere. Ma come quasi tutte le verità che riguardano Bret Easton Ellis, sono anche molto noiose.

La tesi di Bianco è che la cultura statunitense sia entrata in un periodo di declino profondo, forse irreversibile, e che la colpa sia dei social media e dei millennial. Ovviamente è una tesi ridicola, non perché i social media non abbiano cambiato il mondo enormemente, ma perché posizioni del genere sono immancabilmente radicate in una nostalgia infantile per una forma di comunicazione umana diretta che nei fatti non è mai esistita. È facile immaginare che gli ultimi liberi pensatori dell’antica Mesopotamia si siano stracciati le vesti perché il cuneiforme aveva rovinato la forma del dibattito politico, rimpiangendo i bei tempi in cui bastava lanciarsi sassi in testa.

“A un certo punto nel corso degli ultimissimi anni – e non saprei indicare con esattezza quando – un vago eppure quasi opprimente e irrazionale fastidio ha preso a straziarmi fino a una decina di volte al giorno,” scrive Ellis a pagina uno di Bianco. Naturalmente sta parlando di Twitter, che nella sua mente è governato da una manica di conformisti autoritari che sognano di sopprimere ogni libertà di parola. Questa impressione, a quanto pare, gli deriva dal fatto che qualcuno gli ha scritto delle cattiverie in risposta a dei tweet assolutamente innocui. “Se un gay non può fare una battuta che equipara l’Aids a Grindr (una cosa che io e il mio fidanzato abbiamo usato un mucchio di volte) senza essere disprezzato e considerato uno che odia se stesso, allora ciò è indicativo di un nuovo fascismo,” dichiara Ellis. Ai lettori resta da chiedersi di cosa siano indicativi migliaia di bambini chiusi in gabbia al confine col Messico.

È perfettamente ammissibile prendersela perché alla gente brutta e cattiva non piacciono i tuoi ottimi tweet, ma ci sono dei luoghi specifici in cui lo si può fare, e la redazione di un editore come Alfred A. Knopf [in Italia, Einaudi] non è uno di essi. Speriamo che almeno qualcuno lo inviti in un gruppo WhatsApp. “Twitter tirava fuori il ragazzaccio che è in me,” ammette, il primo uomo a cui sia mai capitato. Eppure se senti di dover spendere pagine e pagine a spiegare cosa intendevi dire quando nel 2012 hai twittato che Kathryn Bigelow, la regista di Zero Dark Thirty, era sopravvalutata perché era “una donna molto figa”, allora non sei solo blandamente sessista, ma sei anche – e questo è molto più rilevante – uno che non ha capito un cazzo di Twitter. Da questo punto di vista, Bianco è semplicemente un caso di analfabetismo. In effetti viene da chiedersi se Ellis, che non riesce a smettere di farsi vanto della negatività della Generation-X, abbia mai studiato con attenzione cosa succede su Twitter, l’istituzione culturale che sprigiona negatività nel modo più creativo che il ventunesimo secolo abbia prodotto, i cui stessi utenti parlano di “sito infernale”.

Ellis chiama i millennial Generazione Inetti, che sembra una battuta da papà [il termine di Ellis, Wuss, significa anche “pappamolle”, “piagnone”, e sembrerebbe più questo il senso che gli interessa]. Questo genere di bullismo fiacco occupa un sacco di spazio in Bianco. I “safe space” appaiono per la prima volta a pagina 9; gli “helicopter parents”, i genitori troppo apprensivi, anche a pagina 9; i premi per la partecipazione a pagina 19. Sono tutti troppo coccolati, frignano tutti come bambini. Ellis compatisce la precarietà economica dei millennial – il suo fidanzato, nonostante la laurea, ha passato un “anno d’inferno” in cerca di lavoro – ma la cruda verità è che la vita è deludente, crudele, e spesso ingiusta. “Certe cose succedono [in inglese: shit happens, più marcato e colloquiale]”, bercia Ellis, come un allenatore di football che vuole solo il meglio per i suoi ragazzi. “Fattene una ragione, piantala di piagnucolare, pigliati un calmante, cresci cazzo.” Cita con approvazione la canzone di accompagnamento della campagna elettorale di Trump, “You Can’t Always Get What You Want.” Viene voglia di dirgli quello che i Rolling Stones hanno detto a Trump: ti prego, smettila.

Questo è l’equivalente di un bue che dà dei cornuti a una generazione di asini. Perché ovviamente è Ellis che non la smette di piagnucolare; è Ellis che chiama ogni critica “oppressione”; è Ellis che, per dire che sui social media le reazioni tendono a essere sproporzionate, parla di una “una diffusa epidemia di allarmismo e catastrofismo.” “Quand’è che la gente ha cominciato a identificarsi in modo così rigido con le vittime, e quand’è che la visione del mondo delle vittime è diventata la lente attraverso cui abbiamo iniziato a guardare ogni cosa?” chiede la vera vittima, un ricco scrittore che vive a Los Angeles. È interessante notare che ogni generazione proietta sulla successiva ciò che più odia di sé. Fa pensare che l’età, invece di renderci più rancorosi, risvegli in noi una nuova fase di ingenuità. Quando i giovani mostrano le sue stesse pecche Ellis diventa irritabile e sprezzante, si offende facilmente – insomma, ritorna bambino.

La prosa di Bianco è informe, confusa, e smaccatamente priva di editing. Si aspetta invano un’immagine che resti impressa. Vari brani riciclano o ripuliscono testi già pubblicati, incluso un inspiegabile articolo uscito su Newsweek nel 2011 sulla differenza fra le celebrità dell’ “Impero” e del “post-Impero” che sembra Marshall McLuhan senza il rigore intellettuale. Per essere uno che va fiero del proprio individualismo piratesco, Ellis usa un linguaggio tanto scopiazzato da risultare ridicolo, un miscuglio di titoli di Breitbart e populismo stranamente apolitico, come uno che ha appena scoperto Nietzsche fra i libri del fratello maggiore. Lamenta “la democratizzazione della cultura”, definisce i social media “orwelliani”, e spara regolarmente espressioni come “pensiero di gregge”, “multinazionale” e l’orrido “status quo”. “Le social-justice warriors non pensano mai come artiste,” dichiara Ellis, come se questa fosse una frase [peraltro, l’impressione che Ellis stia parlando solo di donne è un errore di traduzione. SJW – termine inventato in inglese dalla destra estrema per definire chi fa battaglie per il politically correct – è in inglese un termine neutro, e fra gli scrittori di cui parla Ellis ci sono molti maschi]. Come la sua eroina Joan Didion, Ellis è convinto che lo stile sia tutto; peccato che il libro che ha scritto ne abbia così poco.

Naturalmente è impossibile scrivere un testo privo di stile, come è impossibile cucinare un cibo privo di sapore, eppure Ellis insiste che sia proprio questo che è successo alla cultura statunitense. Il politically correct ha imbavagliato la libertà artistica, e ha risucchiato da Hollywood ogni slancio estetico per farne una marionetta dell’ “ideologia”, che per lui è sinonimo di “i neri”. Da anni Ellis insiste sulla contrapposizione fra ideologia ed estetica ne The Bret Easton Ellis Podcast, in cui si diverte a fare il Cruciani degli intellettuali, parlando di cinema con la voce ispirata e scintillante che hanno gli uomini che non sono costretti a tollerare la scomodità di dover parlare sopra a qualcun altro. La cinefilia, è un dato scientifico, è una malattia cronica per cui non c’è cura, ma Bret Easton Ellis l’ha sposata con gusto.Nell’episodio che ho ascoltato, uscito a febbraio poco prima degli Oscar, Ellis si lamenta per quasi mezz’ora perché Black Panther, a suo parere, è stato nominato solo perché l’Academy, cedendo alla “spinta alla diversità”, ha rimpolpato i suoi ranghi con centinaia di giovani il cui unico merito era essere donne o persone di colore. Dopo l’intermezzo Ellis chiede al suo ospite, il romanziere Dennis Cooper, “una domanda stupida che mi tormenta da qualche anno” – e cioè se il fatto di essere cresciuto fra tutti gli agi, bianco e ricco, nella California meridionale abbia avuto un impatto sull’opera di Ellis. “Anche se, cioè, intendo dire, non so, la classe sociale non si rispecchia necessariamente in ciò che scrivi,” azzarda Ellis, “ma mi chiedo se a volte non sia così.”

Cooper aggira la domanda, ma la risposta la conosciamo tutti. È impossibile non leggere Bianco come un libro che parla di cosa significa essere ricchi e annoiati. Diventa quasi illeggibile quando Ellis arriva finalmente all’ascesa di Donald Trump, che nella sua amoralità sfrenata Ellis si sente di paragonare, positivamente, al Joker interpretato da Heath Ledger in The Dark Knight. Ellis non ha perso tempo a votare; sostiene di non essere né conservatore né liberale. “A un certo punto durante quell’anno e mezzo mi ero reso con- to di essere tante cose diverse,” scrive; su tutte, che è “un romantico.” “Non ho mai creduto sul serio che la politica possa risolvere il cuore di tenebra dei problemi dell’umanità e l’assenza di leggi della nostra sessualità,” sentenzia Ellis, con un acume degno di una tesina di maturità. Ma il suo romanticismo si sgretola dopo le elezioni, quando è costretto a sorbirsi una cena dopo l’altra coi suoi attoniti amici di sinistra. Il loro rifiuto “isterico” di accettare i risultati lo manda su tutte le furie. “la mia prima reazione era: Devi prenderti un sedativo, bello, devi farti vedere da uno bravo, devi piantarla di permettere a quell’«uomo cattivo» di collaborare al processo di autovittimizzazione della tua intera esistenza,” scrive Ellis.

Ellis va a cena alla Polo Lounge di Beverly Hills. Va a cena in un ristorante a West Hollywood. Nell’arco di diciassette pagine Ellis descrive non meno di otto cene con amici, incluso uno scrittore famoso, un regista di pubblicità, e una cinquantenne ebrea di sinistra con un attico su Central Park e dieci milioni di dollari in banca. In un ristorante sul Beverly Boulevard, questa donna “esplode con una furia spastica,” e accusa Ellis di essere un “maschio bianco privilegiato” perché si è azzardato a suggerirle che forse Black Lives Matter ha un problema di PR. “Infine riuscimmo a calmarla,” racconta, “ma la nostra cena ormai era stata rovinata da quella scenata.”Le cene, a quanto pare, sono la prima vittima del fascismo liberale. “Le tue posizioni politiche facevano sì che venissi invitato (o no) a una festa o a una cena,” lamenta Ellis. (La storia di Sarah Huckabee Sanders, l’addetta stampa della Casa Bianca cacciata da un ristorante in Virginia l’estate scorsa, gli ha spezzato il cuore.) Eppure Ellis, un uomo che consiste almeno per il 70% di cene, non sembra neanche considerare l’ipotesi che i suoi amici siano insopportabili non perché sono di sinistra, ma perché come lui sono ricchi, e i ricchi sono sempre orribili.

A un certo punto viene ovvio chiedersi se un uomo che vede 1984 ogni due per tre non sia semplicemente rimasto negli anni ’80. Il paragone fra il serial killer al centro di American Psycho e l’autore del romanzo è un paragone facile. Patrick Bateman e Bret Easton Ellis sono entrambi ricchi. Entrambi vanno a un sacco di cene. Entrambi ammirano Donald Trump. Ellis stesso fa questo paragone verso la fine di Bianco, quando racconta di aver riversato tutta la propria frustrazione “ciò che pareva ci si aspettasse da me e dagli altri componenti maschili della Generazione X, inclusi i milioni di dollari, gli addominali a tartaruga e una fredda amoralità” direttamente in Bateman, “un personaggio di finzione che era la mia peggiore versione di me stesso, l’incubo di me stesso, qualcuno che odiavo ma che allo stesso tempo il più delle volte consideravo, nel suo disperato dibattersi, con compassione.” Per Ellis, che si descrive come un outsider e un freak sin dall’infanzia, la critica sociale di Bateman sembrava “quasi del tutto corretta.”

Come Il giovane Holden, che lo ha preceduto, e Fight Club che lo ha seguito, American Psycho è un libro concepito per convincere dei lettori bianchi, maschi e circondati dagli agi di essere in realtà “outsider, mostri e freak”. La sua diagnosi sociale non era solo che sotto il consumismo vacuo degli anni di Reagan si nascondesse, imprigionata, la rabbia animale dell’individuo represso; era anche che, pure quando questa rabbia fosse stata scatenata – in American Psycho in una serie di omicidi, stupri e atti di cannibalismo e necrofilia – sarebbero stati tutti troppo concentrati su se stessi per accorgersene. Quando Bateman dice a una modella di occuparsi di murders and executions, lei sente mergers and acquisitions. Quando confessa al suo avvocato di aver assassinato un rivale sul lavoro, quello la prende per una battuta. Questa era la “più grande paura” di Bateman, scrive Ellis in White. “E se nessuno se lo fosse filato?” Ellis non si rende conto che anche qui sta parlando di sé, un uomo rabbioso e monotono che ha appena pubblicato un libro che non è altro che una richiesta di attenzione.

Commenti
Un commento a “Psycho-Analisi”
  1. claudio magliozzi scrive:

    Si sta parlando di uno scrittore noioso, prevedibile, in buona sostanza insostenibile.

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