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La strana mafia fantasma del Tavoliere delle Puglie

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: funito@.)

A Foggia non si parla mai di mafia. Non lo si fa mai, come se non esistesse, come se non avesse colpito una vastissima provincia, dal Gargano al Basso Tavoliere, con una lunga scia di sangue. Come se non si fosse fatta – anche qui, come in altre lande – sistema. A lanciare l’allarme è Domenico Seccia, ancora per poco procuratore di Lucera, paesone a Nord di Foggia. Ancora per poco, perché quello di Lucera (sinora competente su una porzione notevole della Puglia settentrionale) è uno dei tribunali che a metà settembre verrà soppresso. In epoca di spending review giudiziaria, non si va per il sottile: tuttavia Seccia è convito che ci sia uno strettissimo legame tra la soppressione, gli effetti nefasti che avrà e la lunga sottovalutazione della mafia garganica.

Domenico Seccia è un magistrato pacato, di quelli che non gridano o lanciano peana, ma continuano a riflettere anche davanti alle costanti intimidazioni e minacce di morte. Da tre anni è procuratore a Lucera, dopo essere stato per un decennio sostituto procuratore presso la Direzione distrettuale antimafia di Bari. Ascoltandolo ragionare, pare quasi un illuminista meridionale d’altri tempi che intorno a sé vede franare un intero mondo, mentre emerge tra le macerie una nuova, silente oligarchia. Più che il tremendismo di molti racconti di mafia, è la metafora del muro di gomma che aiuta a capire ciò che accade da queste parti.

Seccia ha scritto di recente un libro, a metà tra saggio e memoir, per la casa editrice La meridiana di Molfetta, La mafia sociale (con prefazione di Raffaele Cantone), che fa seguito a un altro libro scritto per lo stesso editore nel 2011, La mafia innominabile. Tema di entrambi i volumi è la mafia foggiana (quella del capoluogo, quella del Gargano, quella che ha conquistato la costa adriatica) e il silenzio che la circonda. Nel suo ultimo libro, il  procuratore scrive: “È impressionante il mutismo che regna in città su un tema decisivo come la mafia. Non se ne parla, perché la mafia è altrove. Eppure la mafia da tempo ci è entrata nelle ossa. Non è riconosciuta, non c’è informazione, ma è ormai parte di questa terra. Se sommiamo i tempi della mattanza, le guerre di mafia in città, sono quasi 34 anni che i foggiani assistono ad azioni mafiose.”

Seccia esorta a maneggiare con cura le parole. A lungo, ad esempio, si è adottato il termine ancestrale “faida” per spiegare la guerra tra due clan di Monte Sant’Angelo, sul Gargano: i Li Bergolis da una parte e i Primosa-Alfieri dall’altra. I due gruppi si sono sterminati per un trentennio con omicidi plateali, eseguiti anche in pieno giorno e nelle piazze del paese, e allo stesso tempo chirurgici, poiché in grado di risalire o di ridiscendere con precisione lungo gli alberi genealogici.

Eppure, dice il procuratore, non ci si è posti la domanda più semplice: perché si ammazzano? Il termine “faida” spiega davvero tutto, o rischia di essere una interpretazione tautologica che nasconde altro?

La posta in gioco che ha determinato quella lunga catena di omicidi non è solo l’onore da difendere in modo primitivo, ma il potere sul territorio. Quando ancora si parlava di faida pastorale, di arcadia criminale, i clan di Monte Sant’Angelo e San Nicandro Garganico erano già scesi a valle. Avevano già conquistato Vieste, Rodi, Peschici e i paesi più ricchi di una costa dedita al commercio e al turismo. Avevano giù conquistato Manfredonia e il suo porto.

Lo stesso vale per Foggia, il grande capoluogo della Puglia settentrionale. Ci sono clan che hanno prosperato sulla droga e sull’usura, strutturandosi sullo stesso modello delle ‘ndrine calabresi. Alla mafia dei vecchi boss come Rocco Moretti o Giosuè Rizzi (detto il “papa”) si è sostituita una mafia sempre più integrata nei gangli della società, in grado di farsi imprenditrice. Basta vedere come, in tempi di crisi, questa mafia “mutata” estenda il proprio controllo sulle imprese pulite. Presta soldi a usura alle aziende in difficoltà: poi alza ad arte gli interessi, le fa fallire per insolvenza e le rileva. I frequenti attentati contro gli imprenditori, le gambizzazioni eclatanti, sono solo la punta dell’iceberg di un sommovimento profondo nell’economia del territorio. Eppure non se ne parla a sufficienza. Anche in questo caso l’uso di parole sbagliate ha sminuito il fenomeno: ogni volta che si è parlato di “criminalità” o di “guerra tra bande”, anziché di mafia vera e propria, si è lasciato all’Antistato un ampio margine per prosperare.

In La mafia sociale, come già in La mafia innominabile, non ci sono solo analisi e riflessioni, ma anche storie e ritratti di una provincia generalmente lontana dai riflettori. Ci sono anche le voci fuori dal coro, spesso femminili, in un mondo che sovente usa il peggior maschilismo per cementare vecchi e nuovi poteri. Come quella di Francesca, giovane imprenditrice cui hanno ucciso la madre e incendiato l’azienda del padre alle pendici del Gargano: nonostante tutto ciò, ha avuto la forza di ricominciare “in un’altra parte di d’Italia”. O come la collaboratrice di giustizia Rosa Lidia Di Fiore, che ha avuto il coraggio di testimoniare contro gli uomini del suo clan.

Negli ultimi anni ci sono stati processi e sentenze, eppure – scrive Seccia – molta strada deve essere ancora fatta per descrivere il fenomeno mafioso, per cogliere le sue mutazioni, per comprendere le analogie e le differenze con i modelli siciliani o calabresi. C’è una sfida culturale, ancora una volta dal sapore sciasciano e illuministico, alle spalle dell’azione giudiziaria: “La mafia garganica è un potere presente e vicino, che non puoi sconfiggere, contrastare, sfuggire, batterlo, rovesciare o riformare… Questo è il potere di questa mafia, cui non va attribuita alcuna patina folcloristica, senza alcun alone di suburra, di mielosa analisi.”

Con la soppressione del tribunale di Lucera, Domenico Seccia lascerà la Puglia per raggiungere la procura di Fermo. Un enorme territorio di 7 mila chilometri quadrati rientrerà sotto la competenza del solo Tribunale di Foggia.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
2 Commenti a “La strana mafia fantasma del Tavoliere delle Puglie”
  1. Mariateresa scrive:

    Come a Bari, ci sono queste tremende famiglie che si odiano e si sparano in mezzo alla gente, ci sono rapine con il volto coperto in cui il rapinato al bancomat consegna tremante tutto ciò che ha e non si fa nulla, la città sembra in preda a una violenza irrefrenabile, ma non se ne parla tanto…

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