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In punta di penna: Denis Johnson

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Pubblichiamo, ringraziando l’editore, un estratto dal libro In punta di penna – Riflessioni sull’arte della narrativa. Volume secondo, appena uscito per minimum fax. (fonte immagine)

Agente segreto

di Denis Johnson

Mi ricordo una volta, a Chicago. Nei dintorni di Jefferson Street, qualche strada più giù del Loop. Adesso non ricordo neanche quante, ventuno, ventidue, o ventitré anni dopo. Alle quattro del mattino diventava un quartiere di sbandati e ubriaconi. Gente senz’anima o spirito che dormiva appoggiata ai muri o nei canali di scolo, come li avevano avvisati che sarebbe successo se avessero continuato a bere… e loro avevano continuato.

Quel mattino buio ero andato lì per unirmi alle squadre di operai alla giornata che i tizi del collocamento radunavano nei giorni feriali, ma avevo come la sensazione che sarei finito a vivere lì anch’io, un giorno, e osservavo triste e irrequieto il mio futuro intorno a me, tizi dai volti spenti che annuivano come pupazzi, tormentavano le sdruciture dei vestiti a brandelli e si fregavano le labbra con la lingua.

Poco dopo aprì un locale nelle vicinanze, un gigantesco bar con le vetrine enormi e nessuna insegna – solo un tendone bianco che correva lungo tutto il fianco dell’edificio e sul quale campeggiava la scritta shot e birra a 25¢. Oggi me lo ricordo, quel posto, come un’isola di luce raccapricciante. L’interno era illuminato da neon fluorescenti e stipato di gente che si spostava da una parte all’altra come invasata. Io non entrai. Un barbone accasciato a terra si svegliò, proprio di fianco a me che me ne stavo a guardare dall’altra parte della strada. Si tastò i pantaloni all’altezza della vita e tirò fuori una bottiglia, ancora mezza piena. La inclinò e quella continuò a gorgogliare finché l’uomo non se la fu scolata tutta.

Avevo solo ventiquattro o venticinque anni, ma avrei già potuto dirvi quanto era importante per lui quel sapore. Come avrebbero potuto dirvelo quelli che baciarono i piedi di Cristo. Là nei bassifondi ho visto di tutto, il terrore e la speranza. Trascorsi la mattinata nella fumosa agenzia per i giornalieri con più di un centinaio di uomini che avevano imparato a non muoversi, a rimanere meravigliosamente fermi lasciando che la vita li ferisse, uomini bianchi dai volti smorti e uomini neri dagli occhi giallastri. Per il resto della settimana lavorai in una fabbrica, senza capire cosa effettivamente vi si producesse, e la sera mi sbronzavo, mi rinchiudevo in una cabina telefonica e chiamavo la donna del Minnesota che mi aveva spezzato il cuore. Erano telefonate cariche di risa e sogni perché ero felice di aver trovato lavoro e ancora più felice di essere sbronzo. Lei alla fine si intenerì e disse che mi avrebbe raggiunto a Chicago, per le strade, in riva al lago, nei parchi: era come se questa città fosse stata edificata e avesse aspettato per tutta la sua storia che qualcuno felice quanto lo ero io vi arrivasse, per renderla finalmente viva.

Cosa ne avrei fatto di tutto questo? Dove avrei potuto erigere il monumento alle mie semplici gioie e ai miei contorti dolori? Oggi alla BBC ho sentito un servizio da una nazione africana dilaniata e ho riconosciuto la voce della giornalista – l’avevo incontrata laggiù qualche anno fa. Mentre l’ascoltavo descrivere il precipitare degli eventi in quel contesto inquietante, mi sono ricordato di quanto le piacesse trovarsi al centro dell’azione. Mi è venuto in mente che so come si sta nel suo hotel, perché ci ho alloggiato anch’io. So chi è il suo tassista di fiducia, quello che chiama ogni volta che è in città, e sono stato all’ambasciata americana, che ora lei descrive come crivellata di proiettili. Ne ho viste parecchie di ambasciate americane in quelle condizioni, e in effetti sono andato ad acquattarmi dietro una di esse nel paese poco più a est del luogo nel quale si trova lei, un pomeriggio, durante un attacco dei ribelli, e ho sentito il sibilo dei proiettili che cercavano di crivellarmi la testa.

Ripensando a tutto questo, non posso fare a meno di pensare a quanti fra i sogni più puerili della mia giovinezza si siano realizzati davvero. Volevo diventare una Spia, un Agente Segreto. Andarmene in giro inosservato, affrontare minacce misteriose in mondi esotici e uscirne indenne. Poi sono diventato troppo vecchio per permettermi queste fantasie. Mi sono imposto di dire alla gente che desideravo qualcosa di meno inverosimile. Ho detto di voler fare lo scrittore. E alla fine sono diventato uno scrittore freelance che viaggia in quei luoghi maledetti, pieni di pericoli e caos. Gli altri, i giornalisti veri, quelli che lo fanno di professione, mi scherniscono.

Sono un avventuriero da quattro soldi. Mi ritaglio uno spazio fra la gente che lì deve starci per forza. Ma nella mia storia loro non sono che un branco di pecoroni a cui non importa niente della verità e dei sentimenti, dei paesaggi, dei suoni, dei volti e delle voci – a loro fanno gola solo le immagini di repertorio, le frasi fatte, le notizie che ormai non interessano più a nessuno. Io non sono qui per raccogliere notizie. Io sto costruendo una storia. Cerco di infiltrarmi in qualunque modo possibile e mi ritrovo al centro di una città in fiamme, in tumulto e in estasi, a inalare la polvere di vecchi massacri e la puzza dei cadaveri, non solo per soddisfare l’ingenuo desiderio di avventura della mia infanzia, ma per ottenere una visione più profonda di questo immenso caos prendendovi parte in prima persona, come quei ragazzini folli che distruggono tutto con le armi.

È per questo che sono qui, per essere un personaggio al centro della scena, inerte e colpevole. Tutto quello che devo fare per guadagnarmi l’ingresso in questo mondo è affermare di essere uno scrittore. E non c’è nessun altro da convincere se non me stesso. Non appena ho imparato ad accettare la profonda differenza fra il mio ruolo e il loro, gli altri giornalisti hanno cominciato subito a tollerare la mia presenza e a considerarmi addirittura uno di loro.

Sono qui solo per godermi una grande libertà, quella di non avere altra scelta se non fidarmi del momento e di tutti coloro che ne fanno parte; sono qui per assaporare l’effimera gioia che deriva dal comprendere che ogni altro istante è del tutto inaccessibile e che quello che stiamo vivendo appartiene a sconosciuti che potrebbero salvarti o ucciderti, a guerriglieri del terzo mondo o abitanti della giungla, o a quel personaggio con gli occhiali da sole che somiglia a Peter Lorre e afferma di avere amici potenti nella giunta militare… Sto costruendo una storia. E devo esserci dentro.

Stamattina mi sono fermato a fare colazione all’Home Plate Café di Jean, con un po’ di riluttanza perché l’ultima volta Jean si era lamentata di non vederci più e aveva detto di aver prenotato una biopsia, perché aveva qualcosa all’occhio sinistro. Mi è sempre stata simpatica Jean, teneva ogni volta da parte degli avanzi per il mio cane, Harold, e insisteva per portarglieli di persona fino al mio furgoncino, ma ora, se fosse stata malata davvero, ma parecchio, tipo un cancro allo stadio terminale, la nostra amicizia avrebbe dovuto spingersi ben oltre il suo affetto per Harold e il mio debole per i suoi biscotti e la sua salsa gravy. Così questa mattina sono andato all’Home Plate non solo per fare colazione, ma per superare un leggero timore e salutarla. In cucina però c’era suo figlio, non Jean. «Dov’è Jean?», ho chiesto. «Ci ha lasciati ieri notte», ha risposto.

Non è stato l’occhio sinistro a ucciderla, ma i polmoni. Mi ha raccontato i dettagli. Il tizio accanto a me ha indicato il telefono e il ventilatore che aveva comprato per Jean. Anche io avevo dettagli da raccontare, su come dava da mangiare al mio cane, per esempio. Avevo quasi accantonato l’idea della colazione, ma suo figlio era lì a cucinare in suo onore, e così in suo onore io ho mangiato. Abbiamo parlato della caccia all’alce e di Fort Lewis, vicino a Tacoma, nello Stato di Washington, e di tante altre cose – di tutti quegli universi che vanno avanti mentre uno si spegne. Mi è sembrato strano, ma all’improvviso mi è tornata in mente la mia ragazza che due ore prima si avvolgeva una striscia di nastro adesivo intorno alla mano per tirare via i peli bianchi del cane dal costume da Dracula di suo figlio. È Halloween. Le foglie gialle coprono il selciato mentre guido verso casa per scrivere queste parole. È questo che faccio, nella vita.

Il figlio di Jean è un cuoco. E quindi oggi ha cucinato. I bambini rimarranno bambini, le persone resteranno persone, tutte le cose, anche le più insignificanti, continueranno a essere come sono oggi, dopo la morte di Jean.

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