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Un punto di approdo: intervista a Hisham Matar

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

In che modo si può sopravvivere all’assenza, quando il potere riesce a rendere ancora più labile il confine tra la vita e la morte? Hisham Matar, classe 1970, nato a New York e cresciuto a Tripoli, ha provato a rispondere con l’intensa e splendida autobiografia Il ritorno (Einaudi, traduzione di Anna Nadotti), per la quale è stato insignito del Premio Pulitzer nel 2017.

Lo scrittore intreccia il dolore intimo della sparizione del padre, Jaballa, rapito nel suo appartamento al Cairo e recluso nella prigione libica di Abu Salim dal regime di Gheddafi, di cui era un autorevole oppositore, con gli echi della storia della Libia senza pace.

Matar, che ha partecipato all’ultimo Festivaletteratura di Mantova, ha portato idealmente a compimento il percorso intrapreso con Il ritorno nel nuovo libro Un punto di approdo (Einaudi, 128 pagine, 16 euro, traduzione di Anna Nadotti). Nel 1990, quando il padre scomparve nel nulla, aveva diciannove anni ed era uno studente universitario a Londra già in condizione d’esilio. Lì incontrò la pittura della Scuola senese e ne rimase colpito. Matar in Un punto di approdo tesse con la consueta maestria e umanità le fila tra il passato e il presente, che riguardano tutti.

Che cosa l’affascinò della Scuola senese di pittura?

«Nella mia visione la pittura contiene ed esprime estetica, idee, poesia e filosofia. Un quadro per attirare la mia curiosità, oltre a suscitare piacere, deve coinvolgere il pensiero. Molte opere pittoriche della Scuola senese, resistendo ai loro soggetti e temi spesso limitati, ci riescono meravigliosamente».

Quando e perché ha deciso di raggiungere Siena?

«Nel 2016 quando ero stanco e svuotato. Aveva appena finito di scrivere Il ritorno, che è stato un’esperienza molto intensa: sentivo di averlo scritto con il sangue delle mie vene. Ho completato l’ultima frase e sono partito per Siena per riposare, ma gradualmente mi è apparso chiaro di esserci andato per lottare con il fatto che mio padre fosse morto».

Che cosa significa appartenere a una città o a uno spazio come Piazza del Campo?

«Penso che tutti i luoghi, anche la più modesta fra le stanze, conservino e memorizzino tracce di tutto ciò che è accaduto al loro interno. Forse ho sempre creduto questo, perché la letteratura è interessata agli echi di ciò che è stato detto o compiuto».

Nel libro mostra la ricchezza e la potenza dell’osservazione. Come scrittore, qual è la relazione fra quest’ultima, l’immaginazione e la realtà?

«La poesia vive nello spazio tra noi e la realtà. Per questa ragione ogni volta che siamo sopraffatti da un sentimento forte, quando ci innamoriamo o siamo dominati dal dolore, voltiamo lo sguardo alla poesia per essere aiutati a tradurre, ridurre ed esplorare la distanza che esiste tra noi e il mondo».

Lei trova delle analogie tra la nostra reazione alla pandemia e l’impatto culturale della peste in Europa, nella quale scomparvero anche i fratelli Lorenzetti, fra i pittori più rilevanti del Trecento italiano?

«Assolutamente sì, seppure la scala sia differente. La peste quasi dimezzò la popolazione del mondo medievale noto. Per quanto si stia rivelando devastante, la pandemia attuale da nessuna parte è così severa. Tuttavia, come i luoghi hanno memoria, accade anche alla nostra psiche. La peste nera è radicata in profondità nella memoria collettiva. Ha influito molto sulla percezione della morte, che equivale alla nostra visione della vita. Quella memoria riemerge in superficie, ogni qualvolta torna la minaccia».

Si sofferma sull’Allegoria del Buon governo di Lorenzetti. Il dipinto che cosa ci narra della giustizia?

«La sua definizione è alquanto fondamentale. Un aspetto centrale è che non presuppone la vendetta. La giustizia è parte di un mondo ordinato di virtù. Non sono certo che sia la mia visione della giustizia».

Come ha cercato di rielaborare, anche attraverso l’arte, la perdita violenta di suo padre?

«Forse non è stata una coincidenza che, dinanzi alla tragica e forzata scomparsa di mio padre, dove al suo posto non ho avuto nulla se non l’assenza e il silenzio, mi sia avvicinato all’apparenza e al mondo espressivo e dialettico della pittura. La violenza politica ha sempre l’intenzione e lo scopo di restringere la tua mente. In questi quadri ho trovato l’eloquenza e la generosità. Ma la perdita certamente rimane».

In che modo si sopravvive all’assenza?

«Non possiedo una grammatica per mio padre. È nel passato, nel presente e nel futuro».

La scrittura ha influenzato la sensazione dell’esilio e il ritorno in Libia?

«Ne sono sicuro, ma non so come. Scrivere è una forma di pensare, essere e sentire. È una strada per esserci nel passato e nel presente. Non saprei che cosa altro farci con il mondo».

Tramite l’osservazione del quando Effetti del cattivo governo porta il lettore a Tripoli nell’epoca di Gheddafi. Qual è l’esito principale della sua tirannide?

«Il presente è l’eredità più straziante. La situazione in cui versa la Libia corrisponde più alla logica di Gheddafi che alle aspirazioni della rivoluzione del 2011. Era difficile deporre il dittatore, ma è dimostrato quanto lo sia maggiormente liberare il paese dalla sua mentalità».

Quali sono le principali fonti della violenza che flagella la Libia?

«La situazione è esacerbata dalla mancanza di forze di sicurezza nazionali, e dunque le manovre politiche e le decisioni non sono basate su una legislazione democratica ma su chi detiene più armi. La maggioranza delle potenze straniere aggravano la condizione del paese, supportando una fazione armata contro l’altra, prolungando e intensificando il conflitto».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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