Punto di fuga: un’intervista ad Andrea Zanzotto

È morto ieri all’età di novant’anni il poeta trevigiano Andrea Zanzotto, una voce intensa che con sapiente raffinatezza linguistica, complessa e rarefatta al tempo stesso, si è fatta universale. Noi lo ricordiamo con una breve intervista contenuta in un vecchissimo (il primo) numero della collana Filigrana di minimum fax, dedicata non a caso alla scrittura.

È stato Umberto Eco a proporre l’idea: «Visto che non esiste l’insegnamento ufficiale di poetica perché non istituire una libera Cattedra di poesia?». Maria Luisa Spaziani ha colto il suggerimento ed ecco la Cattedra. Naturalmente queste lezioni sono letture poetiche, non corsi di composizione (che si tengono, invece, nei seminari del Centro Montale) come sottolinea il «docente» di turno Andrea Zanzotto. Che cos’è esattamente, allora, questa Cattedra di poesia? «L’idea di cattedra mi ricorda la scuola, gli scolaretti dice Zanzotto , preferisco pensare ad un incontro tra amici in cui si parla di poesia. In attesa di avere una cattedra universitaria di Retorica e Poetica, queste lezioni possono svolgere una funzione aggregante tra nuovi e vecchi poeti. Vedo due momenti distinti nella poetica, di cui questi incontri ne rappresentano uno».

Il problema, insomma, è più vasto: che cos’è la poesia?
Io personalmente sento la poesia come prospettiva rastrellante che porta in un punto di fuga; qualcosa che spiazza il senso dell’ovvio, del banale e di tutto ciò che è comune. Un punto in più. Il riscatto sulle cose da parte di questa passione per la forma che armonizza al di là delle eventualità note. Appunto, come dicevo, un punto in più. Del resto, tutti i poeti della mia generazione hanno dovuto fare i conti con la filosofia; oggi i filosofi si rivolgono ai poeti in cerca d’ausilio anziché essere loro a definire la poesia. Il rischio, per i poeti in genere, è che la propria esperienza artistica diventi una religione intrisa di narcisismo; anzi, direi che nel momento stesso in cui ci si sente poeti non si ha più nulla da dire. Ma è un fatto, comunque, che oggi poesia e filosofia si compensino a vicenda.

C’è un verso in Vocativo che recita: Io parlo in questa lingua che passerà. Qual’è la lingua mortale, quella del poeta o dell’uomo?
In generale dovrebbe essere la voce dell’uomo che sente nel tempo tramontare la propria lingua. In quel passo, però, mi riferivo all’arcaicità della poesia in quanto i sottocodici letterali vanno sperimentati continuamente. Non ci sono certezze, la poesia è fugace, ed io sentivo, e sento, la perdita della capacità di esprimermi.

Anche rispetto alla tecnologia?
La tecnologia implica la capillarizzazione, la parcellizzazione della conoscenza, il settarismo. In questo stato di cose la poesia diventa o forse rimane una specializzazione per pochi, un esercizio quasi solitario. Nonostante ciò, anche la poesia ha bisogno di mettersi alla prova, altrimenti rischia l’arcaicità: i sottocodici letterali vanno sperimentati di continuo. Del resto, la poesia è la forma più alta di linguaggio che, a sua volta, è il momento più consapevole della vita stessa. Eppure, la poesia non ha mai avuto un grande pubblico ed oggi rischia ancora di più nella società tecnologica: non è una battaglia ad armi pari tra l’immaginario poetico e la razionalità meccanica. Sicuramente ci sarebbe bisogno di un modo nuovo di rapportarsi con la società; con rigore e intenti divulgativi al tempo stesso. Credo, infatti, che il problema delle vendite sia strutturale e non contingente, anche se, in proporzione, la letteratura in prosa riesce ad avere un riscontro di mercato maggiore che in passato.

Lei che ha provato in prima persona il mutamento del linguaggio ermetismo, sperimentazione, dialetto come vede oggi la lingua?
La lingua sta perdendo valore ovunque, anche in campo scientifico. Anche i poeti anglosassoni si rammaricano che l’inglese venga abusato, poiché, io credo, la lingua è il momento più consapevole della vita. La stessa lingua italiana ufficiale non è mai stata la lingua dell’uomo, ma del resto anche i dialetti stanno lentamente scomparendo. Io, ad esempio, penso certe cose in italiano: riflessioni, meditazioni, concetti. Un colore puro lo penso in italiano, ma il colore delle foglie lo penso in dialetto poiché è una cosa concreta, non è l’immagine astratta del colore. Generalizzando potrei dire che l’irrazionalità e lo spirito sono la lingua italiana, ma la razionalità e la carne sono il dialetto.

Cos’è, dunque, un poeta?
All’idea di poeta si riconnette un personaggio bislacco, poco attendibile. Il suo stesso linguaggio fa parte della retorica e in quanto verità può essere dannosa. Oggi più che mai, tutti i poeti della mia generazione hanno dovuto fare i conti con la Filosofia, come ho già detto, i filosofi stessi si rivolgono ai poeti con deferenza. Ma nella poesia non basta l’emozione, condizione necessaria, c’è bisogno della passione pura. Il pericolo che vedo oggi è quello che ci si sieda in una specie di simulacro, finto, come fosse vero, senza la scossa della passione totale. Dopo l’incanto è venuto il disincanto, ma l’incanto tende sempre a riprodursi. Se la poesia conserverà un rapporto con l’incanto, potremo resistere alle strutture dell’lo. Incanto e canto, del resto, sono la stessa cosa; noi stessi diciamo di non avere più miti, ma vediamo una proliferazione di miti. C’è confusione di lingue, teorie e cosmologie; gli stessi poeti, nei loro scritti di poetica, tendono a gettare il velo su quella che è la loro poetica reale. Basti pensare al Dante del De vulgari eloquentia che contraddice la sua stessa poesia.

Commenti
3 Commenti a “Punto di fuga: un’intervista ad Andrea Zanzotto”
  1. Antonella scrive:

    Il dialetto non conosce l’astrazione perché è la lingua della quotidianità, è una lingua “utilitaristica”, pronta all’uso. E’ il linguaggio del “fare”. Eppure è una lingua intrinsecamente metaforica, perché fatta di associazioni di immagini e non di parole. Una lingua che non dobbiamo sottovalutare, perché ci serve a depurarci e ad aprire la mente. Una volta mia nonna mi descrisse una delle tante scene della sua vita di contadina: mi raccontava di “lanzola janchi” (lenzuola bianche) fatte ondeggiare dal vento, al sole, mi raccontò del loro profumo. Stava parlando dei fiori di pesco. Ed era un’associazione naturale, un’immagine non studiata, quotidiana, così scontata per lei che non me la spiegò. Capii di cosa stava parlando solo alla fine del racconto. E capii i limiti del linguaggio che avevo imparato a scuola, i limiti della poesia in un mondo che ha sempre meno contatto con gli oggetti, sempre meno tridimensionale. Ecco perché il dialetto è una scuola di poesia, perché appartiene ad un mondo fatto di “cose” prima tangibili e poi immaginabili.

  2. Antonella scrive:

    p.s. volevo dire “fiori di ciliegio”… ecco la prova della ia lontananza dalle cose:DD

  3. Chiappanuvoli scrive:

    “Ma nella poesia non basta l’emozione, condizione necessaria, c’è bisogno della passione pura.”
    Basta questo per tirare avanti altri e 90 anni. Anche noi che non siamo poeti.

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