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Qabbalah e dintorni: la ricerca musicale di Gabriele Coen

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Gabriele Coen, sassofonista, clarinettista, flautista, compositore e interprete, è tra le figure più versatili e interessanti della scena jazzistica italiana.

Benché abbia esplorato nella sua più che ventennale carriera diversi ambiti con diversi ensemble, il suo nome è legato principalmente alla sua  feconda opera di contaminazione della musica klezmer col jazz, dagli esordi con i Klezroym, passando per le prestigiose collaborazioni con John Zorn fino all’attuale progetto Jewish Experience, in cui rielabora in chiave jazzistica brani anche della tradizione sefardita.

All’interno di questa ricerca si colloca come una tappa importante il disco Sephirot. Qabbalah in Music con il Gabriele Coen Sextet.

Abbiamo affrontato con l’autore alcuni aspetti del nuovo album.

Cosa ti ha indotto dopo tanti di anni di ricerca musicale all’interno della tradizione ebraica ad affrontare un gigante concettuale come la Qabbalah?

L’età che avanza! Credo che con l’età nasca l’esigenza di risposte più complesse, di affrontare un bilancio, chiaramente momenti di passaggio come il diventare genitore ti induce a riflettere sul cambio generazionale, sul significato del tempo. Mi sono avvicinato a temi più profondi come un umile ricercatore, non mi definisco certo un dotto cabalista. Chi mi conosce, sa che vengo da una cultura spuria e laica. Senza dubbio, la Qabbalah è una tematica complessa, criptica, solenne. Ho studiato i sacri testi, ho cercato di orientarmi in un argomento enorme dalle mille sfumature, non solo religiose ma anche psicologiche, di grande interesse anche per un laico, un universo complesso e illuminante.

Al primo ascolto mi ha fatto pensare subito a Bitches Brew, solo dopo ho visto che era tra i riferimenti dichiarati dell’opera…

Buon segno allora! I riferimenti erano certo a Miles Davis e in generale la musica ebraica, nella versione moderna ed elettrica di John Zorn.

Parlando di contaminazioni tra jazz, musica contemporanea e musica tradizionale ebraica non si può non pensare alla grande esperienza del suo progetto musicale dei primi anni ’90, i Masada. John Zorn, del resto, ha espresso grande stima per te nel corso degli anni e tu hai eseguito molti suoi brani in una serie di concerti alcuni anni fa.

Sono riuscito a fare due dischi per la sua etichetta Tzadiq. Attualmente, l’editoria discografica è distrutta dalla crisi,  quindi purtoppo solo un terzo dei progetti previsti dall’etichetta sono stati effettivamente prodotti. Il disco era pronto da tempo, sono finalmente riuscito a pubblicarlo con Parco della Musica, una delle poche etichette che ancora riesce a proporre opere interessanti.

Affrontando la relazione tra musica e Qabbalah, viene spontaneo evocare Station to Station di David Bowie, un nero capolavoro pieno di suggestioni esoteriche.

Quella è stata una grande scoperta, poiché ovviamente approfondendo il tema sono andato a esplorare tutti i riferimenti precedenti e ho scoperto anche l’interesse che nutriva Bowie, con queste foto straordinarie che lo ritraggono mentre disegna l’Albero della Vita.

La Qabbalah è una suggestione che ha colpito molte grandi menti, anche in musica. Del resto, le sfere celesti sono dieci…un numero perfetto per i brani di un album! Ad esempio, l’ultimo brano, Malkuth, è costruito proprio su dieci quarti.

Malkuth, schematizzando con l’accetta, è l’ultima delle sephirot, il Regno, emanazione della Creazione stessa. Questo ti ha indotto a uno stile di composizione più “terreno”?

Sì, infatti, è il brano più “materiale”… del disco, seguendo il percorso cabalistico, si passa dalle sfere celesti fino a quelle terrene, da atmosfere sublimi a colorature più etniche, con ritmiche più ossessive, quasi tribali.

Questo gioco compositivo in cui ogni brano è ispirato a differenti dimensioni spirituali mi ha ricordato la connessione esistente nella musica classica indiana tra i raga e i chakra.

Pensiamo all’Adam Qadmon, che prima di essere usato come nome di un buffo personaggio complottaro su Italia 1, rappresenta proprio l’identità tra macrocosmo e microcosmo, simile alla visione del corpo sottile nello yoga (ne abbiamo parlato qui con Moshe Idel). Credi sia un accostamento forzato?

Assolutamente no. Si tratta di un’altra cosa che ho scoperto in questa ricerca, la musica classica indiana si fonda proprio su questa conoscenza dei centri sottili nevralgici, appunto anche nella Qabbalah ognuna delle sephirot corrisponde a un aspetto del corpo umano, in una visione in cui macrocosmo e microcosmo si rispecchiano.

Dacché da ragazzo ascoltavo gli Einstürzende Neubauten, John Zorn e i Klezroym sono obbligato a chiederti della collaborazione con Teho Teardo e Blixa Bargeld nell’album Nerissimo. Qual è stato il vostro punto di incontro artistico?

Si tratta di collaborazione a cui tengo molto, per la stima che mi lega a Teho. Anche qui galeotto fu John Zorn, la cui collaborazione fu occasione del nostro incontro. Con loro suono il clarinetto basso, uno strumento misterioso, perfetto per inserirsi nelle sonorità legate a Nerissimo. Con Teho abbiamo fondato un rapporto intenso, in cui la ricerca di timbri inusuali mi consente di sperimentare nuovi sentieri, un’intesa fondata anche su molti ascolti comuni.

Blixa è innegabilmente un artista geniale, con il fascino  e il carismo di una vera rockstar.

Più di venti anni fa iniziavi l’esperienza dei Klezroym, che ha senza dubbio lasciato un segno importante nella ricerca musicale italiana. Cosa provi a trovare quelle sonorità in un jingle pubblicitario o in arrangiamenti di brani pop?

In quegli anni era davvero una novità assoluta, ora il klezmer è quasi di moda, un fenomeno stabilizzato, si può serenamente proporre un prodotto culturale incentrato attorno a una musica così particolare.

Un’ondata diffente ma ma affine a quella della musica balcanica negli stessi anni grazie alle colonne sonore dei film di Emir Kusturica a cura di Goran Bregovic, sulla cui diffusione ossessiva in certi ambienti Elio e le storie tese hanno ironizzato nella canzone Complesso del primo maggio…

Certamente, loro peraltro sono dei musicisti preparatissimi.

Domanda ineluttabile: prossimi progetti?

Oltre alla Serata in ricordo di Massimo Coen del 14 Ottobre al Teatro Ruskaja Accademia Nazionale Di Danza di Roma, sto lavorando a un grande omaggio a Leonard Bernstein che andrà scena nei prossimi mesi.

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
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