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Tre quadernetti indiani, una prefazione di Valerio Magrelli

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Photo by Patrick Hendry on Unsplash

Valerio Magrelli, che ha scritto una breve premessa ai Tre quadernetti indiani (postillati ancor più brevemente da Chandra Livia Candiani), offre qui una versione maggiorata della stessa. Il libro esce oggi nelle librerie.

di Valerio Magrelli

Un’estate di quasi mezzo secolo fa due ragazzi italiani si incontrarono per caso al Crown Hotel di Delhi. Reduci entrambi da un altro classico viaggio di iniziazione, negli Stati Uniti, fraternizzano subito, partono insieme per Benares, da lì a tappe raggiungono il Nepal, dove si separano: Pietro Spica torna a Milano, Dario Borso prosegue da solo per Calcutta, dove scopre di avere la malaria, e da lì per Madras, dove ha l’idea di tenere un diario.

Di ritorno, Dario mostra i tre quadernetti a Pietro che li illustra a china, poi i quadernetti si infilano chissà dove per rispuntare solo adesso, che i loro autori sono diventati rispettivamente uno storico della filosofia gran traduttore e un notissimo pittore-illustratore.

La prima cosa da notare, ad apertura di pagina, è il costante richiamo all’Italia, un’Italia rappresentata dalla provincia d’origine di Borso: “Madras, 1 ottobre. Oggi riaprono le scuole. A Bassano il primo ottobre coincide con la festa del patrono e la fiera del bestiame”. Dietro i più esotici paesaggi indiani, possiamo dunque scorgere il profilo del Veneto (magari via Goffredo Parise). E d’altronde, anche nel cuore del subcontinente, “gli altoparlanti in strada […] trasmettono a tutto volume come al cinema parrocchiale nelle domeniche d’estate…”

Siamo di fronte a un tratto stilistico tenace, che punta a riportare il nuovo al familiare, l’esotico al consueto, o addirittura, come nelle righe che seguono, il naturale all’umano. Infatti, anche davanti a un commovente tramonto, l’autore confessa la sensazione di quando, finito lo spettacolo, “la vecchia Zelinda si sfilava i burattini dalle mani. L’incanto svanisce, le cose tornano al loro posto, e viene quasi fame”.

C’è tuttavia almeno un brano in cui questa capacità associativa viene riportata a una legge più generale: “Ancora sugli scalini dell’ashram, con tutte le luci sotto. Dico che mi ricordano San Francisco dal ponte,anche Bassano (gli alpini); dico che più una cosa è indistinta, più me ne ricorda altre”. Qui tocchiamo con mano il meccanismo che fa scattare l’analogia, ossia il percorso India-California-Veneto. In ogni caso, la tappa finale delle equivalenze rimane sempre quella della patria, o se si vuole, della madre-patria linguistica – dunque (e qui il pensiero va a Luigi Meneghello), della lingua madre.

Borso_COP.qxp_Layout 1 Primi anni Settanta, India: inevitabile parlare di stupefacenti. Oltretutto, il grande poeta belga delle droghe, Henri Michaux, dedicò a quel paese uno dei suoi memorabili diario di viaggio: Un barbaro in Asia. Borso traccia così una piccola ma acuta fenomenologia delle distorsioni cognitive, attraverso una serie di appunti estremamente perspicui. Questo è il primo in cui ci imbattiamo: “Io so che con l’hashish i miei pensieri sono più alti del normale: se infatti li trascrivo, passato l’effetto fatico a capirli e devo procedere in salita”. Ecco invece uno scorcio più svagato, ma non meno sottile: “Nel buio più nero si vedono due lucine. Sono identiche, ma si comportano diversamente.  O è morta, o si è addormentata. (Io so chi sono queste due lucine: la prima è lo zampirone che sta sullo spigolo della testiera, la seconda il joint che ho appena fumato da steso)”.

Certo è, però, che considerazioni simili non avrebbero un interesse particolare, se non si congiungessero con alcune note di carattere specificamente letterario, e dunque legate all’essenza stessa del testo. “Succede con l’hashish di cadere vittima delle parole. Si sta seguendo un filo, si formula una frase, ed ecco che una parola qualsiasi, anche un avverbio, anche una particella, sale sul palco e chiama altre sorelle a improvvisare. La mente, adusa a camminare sul sicuro,impara così a sue spese quanto labili, quanto sdrucciole e assassine siano le parole, e precipita e supplica: basta, prometto, non vi trascurerò più!”

Succede con l’hashish di cadere vittima delle parole… è vero, ma succede anche con la poesia, con quella poesia che più tardi, tornato dal Nepal e dall’India, Borso si troverà a versare in italiano.

Così il progetto di scrittura prende forma poco a poco facendosi sempre più attento ai dettagli del mondo circostante. Le osservazioni si dipanano senza un filo preciso, ma accomunate da un notevole acume figurativo: ora vediamo un letto circondato da fiammiferi e mozziconi che fanno pensare a “strane dighe di castoro”; ora un uomo intento a schioccare una frusta compiendo movimenti “illuminati dalla solenne indifferenza con cui li eseguiva”.

Un bel giorno si scopre che la banda di ragazzacci che saltellano fradici di pioggia, “passandosi a turno una scatola nera di legno laccato”,sta in realtà celebrando il funerale di un neonato;in un’altra occasione, viceversa, l’attenzione è attratta piuttosto dalla compostezza di alcuni bassorilievi, “più belli quando mantengono zone di pietra viva. Così sospesi rivelano fatica e rispetto, più fede”.E poi, via via, spigolando: “La corriera tenta di fuggire l’alba spingendo al massimo, povero topino a molla, dove credi di andare!”, oppure: “Un asino spettinato sta ritto dietro il muro, le orecchie appena sotto il bordo. La posizione tesa è la stessa di chi gioca a nascondino. Speriamo che non lo scoprano”, e ancora: “L’albergo ha un nome lungo quanto i corridoi”.

Sarebbero ancora molti i passi da segnalare, a partire dalle toccanti considerazioni sul contrasto fra il silenzio del padre e la loquacità della madre. Bella ad esempio l’idea che il divano occidentale-orientale di Goethe sia in verità trapunto di chiodi, e bella la visione della corriera che, senza vetri e con due lunghi teloni di protezione, si gonfia di vento come una barca a vela. Strana comunque, almeno per noi cattolici, l’apparizione di una madonna dipinta con due infanti in braccio, “meno vergine del solito…” – bilanciata, per fortuna, da quella di un venditore le cui variopinte mollette da bucato, appese alle sue spalle, formano quasi l’aureola di un santo. Ad ogni modo, se dovessi scegliere un cameo, indicherei senz’altro la pagina dove l’autore osserva come i biscotti a forma di cuore che teneva nello zaino gli girino in corpo alla stregua di “pianeti orbitanti control’azzurro del sacco a pelo”.

Per terminare, però, mette conto sottolineare due precise linee direttrici che, in una congerie di dettagli slegati, attraversano tutto il diario. Mi riferisco all’interesse con cui Borso si dedica al problema della luce.

Si comincia con “un cielo impossibile,artificiale [..] raddoppiato in due metà, una di un grigio fosforescente elettrico, l’altra blu inchiostro accesa a intermittenza da lampi”; si prosegue con l’irruzione del sole, il quale, prima di morire, ha incendiato la nuvola che aveva tentato di oscurarlo (“Così impara”); si passa poi a descrivere “sciabolate di luce”, una lucciola caduta sul letto, o la luna piena, sola contro gli attacchi di cumuli neri, grigi, violacei, “e non può neanche fuggire […] Ora la stanno soffocando, pare proprio spacciata – ma no! ce la fa, reagisce, e infine li infilza!” Insomma, non sembra eccessivo sostenere che questo diario vive di bagliori, riverberi, tenebre: “Lo specchio grande del barbiere è un lago di luce”, leggiamo, e poco dopo: “Si viene abbagliati a tratti dal luccichio delle acque”. Ma ovunque la realtà sembra mostrarsi solo sub specie optica, tanto negli interni (“La chiesa è tutta illuminata”), quanto negli esterni (“Le foglie rare dei banani a metà collina, di un verde tenue, trasparente, hanno catturato tutta la luce e adesso gongolando se ne beano, in barba alle vicine che incupite tremano”).

E se scie di luce “si rincorrono, si tagliano, si disperdono”, se il viaggiatore scorge ”una lucente sfera rossa”, se “tutti attendono che il sole proprio ora atterrato s’inabissi”, se quattro grandi riflettori, insieme a molte lampade da fotografo, a miriadi di candeline e minuscoli neon a stella, a mezzaluna, a sfera sospesi per aria tempestano di luci lo specchio abbagliante del laghetto – in breve, se la realtà si tramuta in luna-park, come non darne adeguata testimonianza?

Arriviamo così ad una scena di rara intensità. Borso ha appena narrato di come il mare depositi sulla sabbia grandi masse di plancton, ragion per cui, toccando la rena, ne  sprizzano fuori improvvisi riflessi argentati. Da qui la sua sorniona deduzione: “Quelli che di notte camminano sulla risacca lasciandosi dietro una scia luminosa, devono appartenere a qualche razza superiore”. Così, per una volta, il brutto termine può rivelarsi plausibile, legandosi a un segreto inestimabile. Eccolo, infine, l’unico requisito per accedere allo status di superuomo: la razza superiore esiste, è vero, ma è quella a cui appartiene chi, a vent’anni, al buio, abbandonato il proprio mondo, produce luce mentre va passeggiando sul bagnasciuga indiano.

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