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I quaderni giapponesi di Igort

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Pubblichiamo un estratto dal testo introduttivo per la mostra su Igort che si è tenuta a Torino nei giorni scorsi, in occasione della ventunesima edizione di Cartoons on the Bay (fonte immagine).

Tra tutte le opere di Igort, per alcuni versi i Quaderni Giapponesi potrebbe essere definita quella dal fascino più peculiare e ipnotico.
Ciò che colpisce della narrazione non è soltanto il dono di racconti preziosi, aneddoti illuminanti, una serie di “incontri con uomini straordinari”, come direbbe Gurdjieff: incontri sia fisici, come con Tanaka e Miyazaki, che interiori, come con Mishima, Hokusai e Tanizaki.

Sarebbe un peccato d’imperdonabile superficialità svilire i Quaderni Giapponesi ad elegante confezione di meri appunti biografici: la vera bellezza del libro (oltre che nel valore estetico innegabile di molte tavole e nella comprovata sapienza narrativa) si rivela nello sguardo colmo di stupore e ricerca nei confronti di un immenso patrimonio culturale.

Come un viandante gnostico, Igort esplora, con la lanterna della sua sensibilità intellettuale, l’oceano misterioso della filosofia orientale, cogliendo scintille di verità nella contemplazione estatica come nelle storie più turpi, spingendo la sua ricerca artistica e spirituale oltre i recinti illusori dei dogmi e delle ideologie.

Solo un artista consapevole può spaziare, con una solida coerenza formale, dal punk allo zen, dalla New Wave al Wabi Sabi (ovvero il principio zen che induce a scoprire la bellezza nell’imperfezione).

Proprio l’asistematicità della narrazione consente al libro di assumere la forma libera di “catene di immagini lampeggianti” (come disse Ginsberg dei testi di Dylan) che lo rende una lettura straordinaria: una serie di epifanie illuminanti, al di là delle vane barriere mentali che dividono culture e popoli, al di là delle sovrastrutture stantìe che dividono artificialmente in Bene e Male la complessità filosofica dell’esperienza umana.
Nei Quaderni Giapponesi il fumetto diviene non solo arte, ma ricerca, fonte di conoscenza, meditazione.

In quest’opera Igort si rivela autore sensibile non solo alle immediate suggestioni estetiche ma ai significati più profondi, alle meraviglie più nascoste e illuminanti della riflessione orientale.
Ed in questa prospettiva filosofica parlare di coincidenze casuali non ha molto senso, lo stesso sguardo contemplativo induce a svelare la sottile, sotterranea unità degli eventi, al di là dello strepito illusorio che conosciamo superficialmente sotto l’apparenza di quotidianità.

Dunque, il fatto che Quaderni Giapponesi sia di fatto l’ultima opera di Igort pubblicata per la Coconino Press, casa editrice da lui fondata e guidata per più di tre lustri, non ci appare una mera casualità.
Non alludiamo scioccamente a strategie premeditate, ci riferiamo più seriamente al compimento, solo apparentemente casuale, di un destino d’artista: testimoniare un’autentica iniziazione estetico-filosofica, immortalare lo splendore e la fatica, l’ebbrezza e lo strazio di anni cruciali per la propria formazione in un’opera destinata a divenire il commiato dalla creatura editoriale, nata dopo quella stessa folgorante esperienza artistica ed esistenziale.

L’arte di Igort assume diversi volti, forme, stili, mescola sacro e profano, abbatte paletti culturali e gioca con amabilmente con le convenzioni; esalta la sensualità ed insieme testimonia il raggiungimento di vette interiori, non dispregia la goliardia ma più spesso predilige toni elevati, sfiora altezze mistiche e scende nelle atmosfere più torbide, crea nel calderone della propria vulcanica ispirazione un pantheon eretico in cui gli scranni sono occupati da Andrej Tarkovskij come dai Devo, da David Bowie come da Pier Paolo Pasolini, dai Talking Heads come da J.D.Salinger.

Eppure, tutto ciò avviene senza vezzi tipicamente postmoderni, senza compiacimenti nozionistici, c’è una calma consapevolezza a conferire ordine, una sottile capacità di svuotare la propria mente per divenire strumento vuoto della propria ispirazione.
Tanto è istrionico, eccessivo, traboccante l’Igort “personaggio”, tanto l’Igort “autore” può compiere l’incantesimo delle proprie opere solo liberandosi del fardello del proprio ego.

Questa è la grande lezione dell’arte orientale, questa la dialettica interiore di un artista in grado di far convivere in sé lo sberleffo oltraggioso dei Sex Pistols con lo sguardo spirituale di Pavel Florenskij, il genio che descrisse le icone sacre come “porte regali” verso l’Assoluto, al “confine fra il mondo visibile e invisibile”.
Il cerchio si è chiuso, per riaprirsi in chissà quali meravigliose forme.

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
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