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Qualcuno è incazzato a Ebbing, Missouri

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C’è una signora incazzata a Ebbing, Missouri. Indossa una tuta da operaio, ha la falcata da cowboy consumato e tira giù una parolaccia ogni tre parole. Mildred Haynes sette mesi prima ha perso sua figlia, una sera non è tornata a casa. L’hanno trovata morta bruciata il giorno dopo. Angela Haynes è stata stuprata e uccisa, o forse, è stata “violentata mentre moriva”, come indica uno dei Tre manifesti a Ebbing, Missouri. E Mildred non può farsene una ragione, deve trovare il colpevole che quella notte ha strappato via sua figlia dalla faccia della terra nel peggiore dei modi.

E allora manda a quel paese il prete, che tenta di convertirla a più miti modi e rimedi. Manda a quel paese il poliziotto, la giornalista e anche il nano. Ma soprattutto, tormenta lo sceriffo perché sia dia una mossa. Lo sanno tutti, in città, che non è un buon momento per spronare lo sceriffo a fare il suo lavoro, ma quei tre cartelli fuori Ebbing, Missouri che rammentano la tragedia e intimano la polizia ad aprire gli occhi, a riaprire l’indagine, Mildred deve alzarli oggi, perché qualcuno là fuori potrebbe fare del male di nuovo, potrebbe farlo stanotte.

I tre manifesti presi a noleggio sono il grido di Mildred. Un grido di aiuto lanciato alla comunità; un grido di dolore rivolto alla vita depredata – ancor prima che alla morte, alla vita privata di dignità.  Sono anche l’unica lapide tollerabile su cui nutrire la propria vendetta, un succedaneo del conforto, un monumento all’amarezza a cui una madre può rimandare maledizioni, lacrime e tormenti.

Ma i tre manifesti vanno anche negoziati, vanno pagati, difesi, accuditi, vanno rispettati e interpretati come la vita vera. Non sono persone, ma per Mildred è come se lo fossero. E nel familiarizzare con tutta questa faccenda, con questa storia, si resta un poco confusi e molto conquistati, perché tanto è il dolore che racconta, ma altrettanto è il senso del ridicolo che con quel dolore va a rincorrersi, a scompigliarsi, a confondersi.

C’è una signora incazzata a Ebbing, Missouri. Questa donna è interpretata da una attrice strepitosa. Il suo personaggio vorremmo diventasse una di quelle statuine che riproducono i miti del cinema, un oggetto di merchandising da comprare in fumetteria. Se succedesse, Mildred si troverebbe senz’altro vicino al Grande Lebowsky. Su quello scaffale là, tra Uma “Black Mamba” Thurman, Sharon Basic Instinct Stone e Edward mani di Forbice, troverebbe un posto anche lei, Frances McDormand, e il suo personaggio-mondo, Mildred Haynes.

La rabbia di Mildred è viva. È tanto viva quanto è tenero il sorriso quando osserva agli animaletti di coccio nella vetrina del negozio. La rabbia di Mildred è vera, quanto è giocosamente colpevole il suo sguardo dopo aver fiondato i cereali sulla faccia del figlio a colazione; La rabbia di Mildred è tangibile, quanto lo shock scolpito sul suo viso alla fine dell’interrogatorio con lo sceriffo Bill Willoughby (Woody Harrelson) alla centrale di polizia. Quando un dialogo al vetriolo, un botta e risposta epico e al contempo singolare, si chiude con un risvolto drammatico inaspettato e a Mildred parte quel «I know, baby» che ci attraversa il cuore e dà la misura di come in Tre manifesti a Ebbing, Missouri i personaggi non siano ciò che sembrano a prima vista.

E in questa miscela di registri tonali che contiene rabbia e grottesco, follia e umanità, lavorati in punta di penna, senza che l’invenzione scavalchi o indebolisca l’urgenza narrativa autentica, Martin McDonaugh, lo sceneggiatore e regista di In Bruges e i 7 psicopatici, gioca con acume, con consapevolezza; con una scioltezza che si adopera in favore dello spettatore, senza mancare mai di adesione e affetto per i personaggi che racconta.

Allora, poco importa se nella realizzazione di questo piccolo film in stato di grazia, si senta qualche volta il ticchettio dei ferri del mestiere, l’operosità dell’artigiano intento ad allestire una sceneggiatura inattaccabile, premiata al Festival di Venezia e poi ai Golden Globes. Quando alle parole struggenti depositate su carta dallo sceriffo, si passa, senza soluzione di continuità, agli Abba ascoltati in cuffia sulla faccia da schiantato dello straordinario Sam Rockwell, allora ti seguo Martin McDonaugh, sono dalla tua parte, hai vinto.

Ti seguiamo, nel lavoro di smantellamento dei cliché, mentre impasti il nostro sguardo di umorismo e malinconia. Ti seguiamo, lungo la strada, ovunque deciderai di portarci, anche fosse un posto a pochi metri da qui, magari su quell’altalena in cima alla collina. Là dove soffia il vento, le fronde degli alberi chiudono un pezzo di cielo, e i manifesti si vedono da dietro.

Antonia Conti è nata a Livorno nel 1980. Si è laureata in Storia e critica del cinema all’Università di Pisa con una tesi sull’adattamento cinematografico di opere letterarie. Dal 2010 vive a Roma, dove lavora in ambito editoriale.
Commenti
Un commento a “Qualcuno è incazzato a Ebbing, Missouri”
  1. Michele scrive:

    Bellissimo film come anche questa recensione. Scrivi benissimo. Complimenti 😉

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