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Quale futuro per l’università?

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di Silvia Grasso

Che fine hanno fatto gli studenti nel dibattito sull’università nell’era della pandemia?

Sono molte le riflessioni collettive che si stanno sviluppando in queste settimane di inizio fase due relative al prossimo futuro, ma quelle che riguardano il futuro dell’Università sono timide e tutte interne all’accademia come se l’argomento non investisse direttamente l’intero tessuto sociale.

E anche laddove si verifica il dibattito, sembrano inascoltate le voci di quella categoria apparentemente inesistente che, insieme al corpo docente, costituisce il cuore, l’anima e il corpo della Università: ovvero la comunità studentesca. Chi pensa agli studenti?

All’inizio della fase di ripartenza economica, così necessaria,sono state diverse le questioni discusse e dibattute, e tante sono state le questioni ignorate o, per lo meno, lasciate per ora irrisolte. Le più importanti: salute, scuola e università. Un paese che vuole e, certamente, deve ripartire economicamente non può non occuparsi della tutela della salute e della garanzia della formazione. Eppure formazione e salute, nonostante gli sforzi apparenti, risultano essere ancora clamorosamente indietro.Ripartire economicamente poi, pare non conciliarsi facilmente con il distanziamento sociale che per molti mesi è diventato pratica comune per cercare di fronteggiare l’urgenza prodotta dal virus.

Ma la pratica emergenziale comune non è la soluzione.

Il rischio che sembra prospettarsi è quello del distanziamento sociale permanente in assenza di un piano progettuale pronto a gestire la crisi la cui programmazione, mi preme ricordare, non consiste nell’avere una soluzione univoca (questo sarebbe impossibile) ma nell’essere capaci di una flessibilità di azione e di pensiero, una capacità di gestione e mutamento, in altri termini nella costruzione di una cultura del rischio, che è soprattutto un progetto politico.

Se è vero che per la scuola,la quale pure deve fronteggiare problematiche eterogenee ereditate da una situazione gravissima che – governo dopo governo – ha condannato il mondo della scuola ad un girone dell’inferno eterno, si prevede un necessario ritorno fisico alle lezioni seppur con tutte le precauzioni del caso (si spera) garantite,è anche vero che per quanto riguarda l’Università sembra, al contrario, prospettarsi una conversione totalmente virtuale e digitalizzata per il prossimo futuro, in cui il distanziamento sociale e il potenziamento tecnologico diventano, da risorse da sfruttare, soluzioni definitive.

Sembra essere evidente, nella narrazione generale, che la tecnologia sia l’unica soluzione possibile per il mondo che sarà post-covid e in particolare per l’Università,ed è su questo punto che si aprono i dibattiti il cui registro non è sempre sufficientemente approfondito, soprattutto tra i non addetti ai lavori ma, al contrario, mantiene un tenore spesso superficiale. Apocalittici e integrati, conservatori e innovatori, vecchio e nuovo, natura e cultura, tutte le le fazioni in campo sembrano scontrarsi sulla questione se adottare o no  una tecnologia permanente ai fini di una realtà accademica virtuale. Ma la tecnologia non è certo il vero problema, non lo è mai stato; lo è, semmai, l’impreparazione del contesto culturale, politico ed economico, in cui lo sviluppo tecnologico si inserisce e agisce.

Il primo ostacolo interno da superare per poter discutere proficuamente della questione è che la realtà è complessa e complicata ed è necessario un cambiamento radicale che deve incominciare dalla presa di coscienza dei problemi, delle responsabilità e degli errori. Il secondo punto da chiarire è che nessuno è veramente contrario all’utilizzo della tecnologia come risorsa, nemmeno i più conservatori,e il ricorso alle molteplici piattaforme virtuali in piena epidemia (tra l’altro, alcune già utilizzate da molti atenei inpre-covid) non è stata certo una pratica di assoggettamento ad alcuno stato fascista ma, semmai, una garanzia del diritto allo studio, almeno laddove ha funzionato. Diritto allo studio che potrebbe essere messo seriamente in discussione con l’aumentare delle discriminazioni sociali e con la sottrazione di quella possibilità di riscatto che è (o sarebbe) normalmente prodotta dalla mobilità sociale determinata dall’accesso allo studio.

Dunque lo scenario in cui ci stiamo trovando o rischiamo di ritrovarci è una prospettiva in cui, continuando a non richiedere le condizioni precauzionali sanitarie che dovrebbero essere di importanza prioritaria, sono possibili ritrovi fisici di diversa natura (ricordiamo che l’economia deve sempre naturalmente andare avanti), ma persiste l’impossibilità di poter rientrare nelle nostre aule e ritornare alla normalità accademica dietro l’illusione di una ben trovata soluzione che addirittura porterebbe a una maggiore produzione di risultati.

Del resto, quella che pure è stata trasformata in una grande industria universitaria del sapere, da una parte non è percepita dalla società come una attività produttiva (a cosa serve andare all’università?), dall’altra però è stata ridotta proprio a sistema perfetto di produzione i cui operai confezionano prodotti perfetti da vendere ai loro selezionati clienti (gli studenti) destinati a loro volta a trasformarsi in esecutori da inserire al momento opportuno nel sistema produttivo. L’offerta formativa diventa un ricco catalogo la cui scelta dovrebbe determinare futuri brillanti e gli operai del sapere diventano ripetitori automatici della ricetta perfetta per i loro atenei di eccellenza.

Certo, il terreno fertile l’università lo aveva già preparato da anni. Nel nostro paese cultura, formazione, università, risentono da decenni di un clima ostile di disapprovazione sociale che si traduce praticamente in politiche cieche di tagli di fondi,  di stipendio bloccati, di riduzioni della spesa e per ultimo di piani di reinvenzione lavorativa con i vari accordi stipulati tra università e  aziende che, se in teoria potrebbero funzionare, in pratica svelano l’utopia del collocamento in un paese il cui problema principale è il lavoro.

Soprattutto v è un equivoco di fondo che sostiene che le università debbano esclusivamente preparare a dei lavori pratici. Equivoco che subisce evidentemente le conseguenze della scarsa considerazione per la cultura nel nostro paese.

Una minaccia ulteriore è costituita dalla volontà di voler seguire il modello anglosassone/americano, tutt’altro che perfetto.L’università di Cambridge ha dichiarato di trasportare le proprie attività online fino al 2021, affermando al contempo l’opportunità di cambiare idea e tornare indietro nel caso in cui il governo dovesse modificare la sua posizione riguardo al distanziamento sociale facendo pagare regolarmente le tasse agli studenti.

In America, mentre il governatore dello stato di New York Andrew Cuomo annunciava una collaborazione con la Billand Melinda Gates Foundation per sviluppare lo smart education system, un sistema di istruzione digitale che va sempre più nella direzione dell’abolizione delle realtà fisiche, l’ex Ceo di Google Eric Schmidt riassumeva le priorità future con i punti “telemedicina, apprendimento a distanza e banda larga”. Progetti futuri che oltre che economici, si presentano come vere e proprie questioni politiche, tanto da aver ispirato la giornalista e attivista Naomi Klein, famosa per i suoi neologismi, a parlare di un vero e proprio Screen New Deal.

Nel frattempo, in Europa, saltano gli accordi di scambi studenteschi tra Italia e Regno Unito e la motivazione del Covid potrebbe essere una scusa per accelerare gli effetti inevitabili dovuti alla Brexit. Nuovi accordi potrebbero essere presi utilizzando le nuove tecnologie,a quali condizioni?

E dove si collocano gli studenti? Ovvero, cosa pensano i clienti senza cui non esisterebbe alcuna azienda di produzione accademica?

Ho provato a chiedere direttamente ai diretti interessati frequentanti i diversi atenei italiani che cosa ne pensassero e una percentuale sorprendente rispetto al campione intervistato affermava che, se si dovesse prospettare l’intero anno accademico prossimo in modalità esclusivamente online, abbandonerebbero i loro studi magistrali. Una affermazione non priva di significato se si considera che il nostro paese registra già un numero di laureati considerevolmente basso rispetto alla media europea, ed anche particolarmente rilevante in relazione al fatto che, come dovrebbe risultare ovvio (ma evidentemente non lo è), l’Università non  può essere ridotta a mero scambio di merce ma è semmai scambio di corpi. Corpi vivi, sociali, la cui formazione passa principalmente dal confronto, dal paragone, dallo scambio, anche dalla competizione, dalla relazione in continuo mutamento: dall’esperienza.

E l’esperienza la fa un corpo agente in un mondo i cui spazi e luoghi sono ancora da conoscere ed esplorare. La realtà virtuale, certamente immersiva, non offre un tale tipo di esperienza corporea e, soprattutto, non offre il superamento di quei confini geografici che la mia generazione (e quella successiva) conosce come idea di confini aperti: potremo studiare nelle università più prestigiose rimanendo seduti nelle nostre case e questo non costituirà la stessa esperienza di andarci fisicamente; non sarà una occasione ma una privazione.

Anche il superamento dei limiti personali attraversa le tappe tipiche di passaggio: dall’ansia di alzare la mano in aula e prendere la parola ovvero alla frustrazione di non averlo fatto, alla instaurazione di quella relazione straordinaria (oppure anche difficile) con i docenti. Quegli stessi docenti che potrebbero subire inevitabili ripercussioni davanti a una diminuzione della domanda di istruzione, i cui sforzi, studi e performance saranno destinate ad essere le stesse di quelle di automi ripetenti.

Potrebbe essere il lato oscuro, tutt’altro che immersivo, dello schermo.

Commenti
Un commento a “Quale futuro per l’università?”
  1. LUCA PARESCH scrive:

    Ciao, bell’articolo. Condivido il tema generale, ma credo tu debba distinguere ateneo per ateneo. Io conosco i casi di ca’ Foscari e Bologna: in entrambi i casi si va verso una didattica che chiamano “blended” (lo so, gli anglicismi sono terribili, ma sto usando termini che propone l’ateneo): in sostanza il docente sta in classe, con parte della classe, mentre chi non può/non vuole andare a lezione segue in streaming. Aula + PC. E’ una soluzione che non mi piace, perchè rischi di mettere insieme il peggio dell’on-line (seguire uno schermo, i problemi di connessione) senza permettere i pregi della didattica in presenza: quando faccio lezione mi muovo, coinvolgo, mi alzo… Stare fermo davanti a un computer, beh, ecco. Però capisco il senso della proposta: ci sono studenti che non potranno andare in aula: magari vengono dall’estero, magari da altre parti d’Italia, e non è detto che ci si possa muovere, e non li si vuole penalizzare. D’altra parte, la didattica a distanza non è sostitutiva di quella in presenza, quindi capisco il voler provare. Ci sono altre soluzioni, proposte, ma non ti tedio oltre.
    Invece, gli studenti. Ho visto emergere una narrazione studenti vs università, che è disfunzionale per tutti. Ho visto università prendere scelte sulla base del giudizio popolare, facendo scelte discutibili. Dall’altro lato, però, ho visto pure studenti non mettersi nel panno dei docenti, comportandosi anche come clienti che, siccome pagano l’iscrizione, hanno diritto a tutto, con un comportamento molto adatto a un sistema anglosassone-neo-liberale. Credo che la contrapposizione non serva a nessuno

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