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Quando Goethe in Italia scoprì la pazza gioia

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Pubblichiamo un articolo uscito sul Venerdì, ringraziando la testata.

“Sono partito da Karlsbad alle tre del mattino, all’insaputa di tutti, altrimenti non mi avrebbero lasciato andar via”. È la notte del tre settembre 1786. Johan Wolfgang Goethe è in vacanza in Boemia, lontano da Weimar dove ha passato un decennio di impegno letterario e politico. Ha festeggiato pochi giorni prima il suo trentasettesimo compleanno.

L’editore Göschen di Berlino sta pubblicando la prima edizione delle sue opere complete in otto volumi. L’intellettuale è stimato, riverito, ascoltato. E tuttavia ha già deciso. È tempo di partire. Sotto falso nome (Jean Philippe Möller), dopo aver ottenuto dal duca di Weimar di essere sollevato a tempo indeterminato dagli incarichi pubblici, Goethe s’infila in una carrozza postale con un portamantelli e una valigetta. È l’inizio di un viaggio di rinascita e iniziazione. Al punto che solo trent’anni dopo, ossia esattamente duecento anni fa, Goethe si deciderà a mettere insieme appunti, diari, lettere, articoli per sfornare una delle testimonianze più alte del Grand Tour settecentesco.

La necessità di partire per l’Italia, Goethe, l’aveva sentita fin dalla fanciullezza. Suo padre, colto giurista, era sceso fino a Roma, portando indietro dal suo viaggio ricordi indelebili, stampe romane da appendere alle pareti di casa e una gondola in miniatura per il figlio. Ma soprattutto aveva portato indietro un’idea, molto comune fra i grand-tourists del tempo, ossia che fosse necessario visitare l’Italia per avviarsi sulla strada di un rigoroso percorso formativo.

È l’idea che spinge Goethe a svincolarsi da tutti quegli amici che gli hanno sempre assicurato di voler venire e che invece continuano soltanto a procrastinare poiché sono in realtà “incatenati anima e corpo nel Nord”. Goethe quelle catene vuole reciderle. Due settimane dopo aver lasciato casa, scrive: “Io parto in questo viaggio meraviglioso non per ingannare me stesso ma per imparare a conoscere me stesso”. Imparare a conoscere se stesso attraverso ciò che vede. E quel che Goethe vuol vedere è l’antico, la natura in cui quell’antico si sviluppò e la natura dei popoli che quell’antico crearono. Tuttavia, ciò che lo colpisce, mentre cerca l’origine della nostra civiltà, è altro.

Come sempre accade durante un viaggio in cui ci si mette in gioco anima e corpo, ciò che ci tocca è l’inatteso, il sorprendente, qualcosa che non avevamo messo in conto e che finisce per trasformarci. In questo caso è la “vita spensierata” che si trova a contemplare, appena superati i confini linguistici di Rovereto, a Torbole, il 12 settembre 1786. Si tratta di una delle prime pagine famose di questo capolavoro, quella in cui compare una definizione dell’Italia destinata a un grande futuro: “dove fioriscono i limoni” (questo peraltro è il titolo del programma curato da Diego Marras che Radio Tre sta dedicando ai duecento anni dalla pubblicazione dell’opera).

Non è una notazione isolata. Più Goethe scende verso sud e più il carattere degli italiani lo sorprende. Ammira il loro modo di vivere la sera, di contare le ore, di passare il tempo libero e coltivare il piacere.

E proprio sull’idea del piacere, Goethe finisce per trasformarsi davvero. All’inizio infatti è solo il dovere a dominarlo. Egli sente di dover vedere il Paese che gli offrirà la possibilità di completare la propria formazione, sente di dover vedere Venezia e le sue gondole, sente soprattutto di dover vedere Roma. E infatti fino a Roma Goethe resta spettatore del suo viaggio. L’immagine più eloquente è quella che dipinge il suo amico Wilhelm Tischbein. Non il famoso ritratto del poeta nell’Agro Romano, però. Ma l’uomo in abito da camera, ritratto di spalle, affacciato alla sua stanza di via del Corso. Qui Goethe osserva. Partecipa da fuori. Quel che cioè ha fatto finora, frequentando teatri, incontrando e divertendosi, ma come se fosse sempre un’idea di dovere a spingerlo.

Finché non arriva a Napoli. Dove tutto cambia. Fin dal terzo giorno napoletano Goethe infatti assume tutt’altro atteggiamento. Per dire quel che è andato a vedere non scrive più pagine di straordinario acume ma a volte professorali. Scrive invece cose di questo genere: “oggi mi sono dato alla pazza gioia, dedicando tutto il mio tempo a queste incomparabili bellezze”. Spiega che Roma in confronto a Napoli è “come un vecchio monastero mal situato”. Ammira il “temperamento felice” di chi vive il momento, sopporta i mali passeggeri, evita pensieri eccessivi. E comincia a prender parte a questo modo di vivere. Al punto che nei momenti in cui fa i conti con se stesso si rimprovera: “vedo meno di quel che dovrei”. Riecco il dovere attraverso la coscienza che si affaccia spingendolo a dar la colpa a un “paese che ispira la poltroneria”.

Ma poi la felicità prevale e il piacere di fare quel che vuole e non quel che deve vince su tutto: “Napoli è un paradiso” scrive il 16 marzo. “Tutti vivono in una specie di ebbrezza e di oblio di se stessi. A me accade lo stesso. Non mi riconosco quasi più, mi sembra di essere un altro uomo. Ieri mi dicevo: o sei stato folle fin qui, o lo sei adesso”.

Forse è proprio questo entusiasmo a spingere Goethe nella decisione più importante del suo viaggio: prendere una nave, affrontare i pericoli del mare e navigare alla volta di Palermo. È primavera. E quel che capita in Sicilia svela tutto insieme il senso della grande trasformazione. “Se un uomo non s’è visto circondato dal mare, non può aver un’idea del mondo e della sua posizione rispetto al mondo”. Goethe sta ormai trovando se stesso.

Gli eccessi napoletani si temperano nell’esperienza siciliana, giorni in cui continua a vivere il tempo libero, perdendosi nella lussureggiante natura che fiorisce ovunque, vivendo esperienze estatiche nel giardino comunale, tra “oleandri sempre verdi, spalliere di agrumi, aiuole di ranuncoli e anemoni” dove sogna l’isola dei Feaci che accoglie Odisseo sulla via del ritorno a casa, si immagina come un novello Odisseo e inizia a pensare una tragedia intitolata Nausicaa di cui scrive poche scene che rimarranno per sempre incompiute. “Senza vedere la Sicilia non ci si può fare un’idea dell’Italia. È in Sicilia ch si trova la chiave di tutto”. La chiave di tutto per Goethe è anche la chiave di se stesso. Il viaggio di formazione è diventato un viaggio iniziatico. In Sicilia Goethe capisce finalmente il senso dell’architettura greca vivendo sulla propria pelle la sua inestricabilità dalla natura in cui è stata progettata e dalla natura degli uomini da cui è nata.

Si tratta di una rivelazione che stravolge definitivamente l’uomo. È la libertà dai doveri e dalle necessità ciò che rende davvero possibile la contemplazione. Solo il piacere rende lo studio autentico e produttivo. Concetti scontati per chi conosce gli antichi greci e legge Platone e Aristotele, ma estremamente lontani da usi e costumi del nord Europa di allora, come di oggi. Goethe ne è perfettamente consapevole.

Quando farà ritorno a Napoli, dopo aver rischiato di naufragare contro gli scogli di Capri, è metà maggio, ma tutto ormai è definitivamente cambiato. Al punto che si dedica a scrivere pagine per il Teutscher Merkur; pagine notissime e molto attuali ancora oggi, come ancora oggi tutto questo viaggio straordinario ci racconta di noi e della nostra natura di italiani e di uomini in generale. Sono pagine dedicate ai “lazzaroni”, ovvero i presunti “fannulloni” che riempiono le strade di Napoli e che sarebbero il segno della decadenza di un certo Meridione. Poiché è pregiudizio del Nord liquidare come “oziosi tutti quelli che non s’arrabattano a lavorare per l’intero santo giorno”, Goethe spiega puntigliosamente quanto in realtà essi siano impegnati a vivere, a vivere bene e a lavorare con piacere.

“Noi giudichiamo troppo severamente le popolazioni del sud, alle quali il cielo sorride tanto benigno. (…) Il cosiddetto “lazzarone” tutto sommato non è per nulla più ozioso che il suo simile delle altre classi. Tutti, a modo loro, non lavorano soltanto per vivere ma per godere e tutti badano a ricrearsi persino nel lavoro della vita”. Quando tornerà a casa, dopo altri mesi passati a Roma, il dolore del ritorno lo divorerà più di Odisseo a Itaca. Goethe, come l’eroe omerico, scoprirà di non essere più l’uomo che era partito. Scoprirà che tornare a casa è impossibile perché siamo noi e i nostri occhi a essere cambiati per sempre. Troverà amici freddi che lo guardano con sospetto. Nulla, da lì in avanti, sarebbe mai più stato lo stesso.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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Un commento a “Quando Goethe in Italia scoprì la pazza gioia”
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  1. […] Sicilia in particolarissimo. È anche questo è un bel racconto di un luogo (talmente letterario che la geografia non lo ha compreso più da molti secoli a questa parte…) che abitiamo senza magari […]



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