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Quando il cinema sfida l’impossibile

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di Evelina Santangelo

87 ore è il titolo del nuovo film documentario di Costanza Quatriglio, in cui la regista si misura in modo coraggioso con una vicenda che sarebbe inverosimile se non fosse accaduta realmente nel nostro paese nella terra del Cilento, in un tempo a noi vicinissimo, tra il 31 luglio e il 4 agosto del 2009, quando un uomo è stato prelevato dalla spiaggia di San Mauro dalle forze dell’ordine, è stato caricato senza fare alcuna resistenza su un’ambulanza, ricoverato, sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio all’ospedale di Vallo della Lucania e infine «contenuto» in modo «illecito, improprio, antigiuridico», come recita la sentenza di primo grado.

Così, mentre segui il percorso di quell’ambulanza fino a destinazione, poco sapendo di una vicenda che non ha fatto scalpore, non ha lasciato tracce nel sentire collettivo, ti chiedi cosa effettivamente accadrà a quell’uomo di cui sai pochissimo.

Ti aspetti di assistere a un film di denuncia su un abuso raccontato da uno sguardo esterno che evoca e giudica una vicenda da una prospettiva umana, a suo modo rassicurante, e invece, dopo quella corsa su una statale deserta che si srotola davanti ai tuoi occhi, ti ritrovi calato bruscamente in una dimensione straniante, un’allucinazione spazio-temporale: la materializzazione di una realtà parallela fatta di porte oscurate, muri impenetrabili, creature bidimensionali (pazienti, infermieri, medici, portantini) che si muovono simili ad autonomi. Uno di quei non-luoghi sospesi e sorvegliati da entità insondabili che solo Kafka ha saputo immaginare e restituire nella logica disincarnata e inesorabile che li governa.

Da questo momento in poi, infatti, per 70 minuti implacabili, scanditi in cinque atti che suonano provocatori quanto fedeli nel ratificare in modo letterale quel che è accaduto nel suo aspetto procedurale (L’accettazione. L’osservazione. Il mantenimento. La visita. Le dimissioni), il tuo sguardo su quel corpo lasciato seminudo, sempre più inerme, legato inspiegabilmente a un letto di contenzione, ignorato dallo sguardo umano, coinciderà con l’occhio robotico delle telecamere di sorveglianza dell’ospedale.

«La contenzione si vede nel video», diranno gli infermieri interrogati. Un dato di fatto mai annotato nella cartella clinica dove la parola scritta di proprio pugno avrebbe implicato un atto di umana responsabilità, una valutazione, un giudizio. Ed è la coerenza glaciale di questo assunto fino all’esito inesorabile che Costanza Quatriglio mette in scena, costringendo lo spettatore ad assumere quella prospettiva impossibile, preumana, scansionata dai monitor.

La stessa prospettiva che ha dettato il comportamento di medici e infermieri: ogni responsabilità delegata al monitoraggio delle telecamere, ogni decisione rimessa alla procedura prevista nel trattamento sanitario obbligatorio, alla sua «obbligatorietà» burocratica, agli effetti collaterali provocati dai farmaci… «Ho pensato a questo, signor giudice, di liberarlo. In effetti io, – dirà un infermiere – se dipendeva da me, lo avrei fatto». E il motivo per cui non lo ha fatto è più aberrante di quell’ammissione: sostanzialmente per via degli effetti collaterali di una terapia somministrata arbitrariamente.

Dichiarazioni che, pronunciate come sottotesto alle immagini irragionevoli scansionate dai monitor, evocano l’aporia del bipensiero orwelliano, la capacità di sostenere un’idea e il suo opposto con la stessa convinzione, fuori da ogni coscienza. Dichiarazioni che si avvitano in una tautologia dove le conclusioni sono del tutto indifferenti alla realtà, all’esperienza, all’orizzonte umano di un uomo agonizzante, come è accaduto nel peggiore degli incubi della Storia del Novecento, quando le coscienze di uomini e donne ordinarie (divenute carnefici) «furono sgravate da ogni peso grazie all’organizzazione burocratica dei loro atti», e l’assassinio sistematico divenne l’aberrante effetto collaterale dello svolgimento di mansioni assegnate. Perché è questa la logica implacabile in cui precipiti inchiodato dietro allo sguardo delle telecamere di sorveglianza, mentre ascolti parole che suonano come le prime testimonianze dai campi di sterminio («Avete ucciso delle persone nel campo?» «Sì». «Lei personalmente ha ucciso delle persone». «Assolutamente no. Ero solo l’ufficiale pagatore…»).

Sarebbe un errore, dunque, un travisamento, ridurre 87 ore a un film di denuncia su un fatto di cronaca. L’atto d’accusa che la Quatriglio inocula nella coscienza dello spettatore costretto in quella posizione scomoda di occhio che ratifica un arbitrio, che testimonia l’inspiegabile, ha a che vedere con la peggiore delle follie, la più ordinaria, la meno eclatante, la più subdola: l’abisso in cui precipitiamo ogni qualvolta abdichiamo alla coscienza e alla responsabilità individuale. Il coraggio della regista sta nella capacità di restituire, senza retorica, senza facili consolazioni (neanche quella della denuncia dichiarata), la portata di un male insostenibile quando ordinario, cercando di trovare la forma esatta per rappresentarlo nella sua logica ferrea, tanto più ferrea quanto più arbitraria.

Nulla di disumano è alieno da me. Questo pensi alla fine dinanzi alla stanza nuda dell’ospedale, dopo che la fisionomia della persona ridotta a un cadavere irriconoscibile (il professore Francesco Mastrogiovanni, «il maestro più alto del mondo», come scandiscono i disegni dei suoi bambini, l’uomo riservato e insofferente del potere) ti si è piantata davanti all’improvviso, inaspettata come uno schiaffo, come un risveglio brusco da uno stato ipnotico.

Ed è a questo punto che comprendi come l’unico senso possibile in quella spirale d’insensatezza, l’unica salvezza, stia proprio in quella forma di rappresentazione che, assumendo lo sguardo stesso di quel male ottuso, ha sottratto i lacerti di immagini dei monitor al loro osceno isolamento e li ha intrecciati infine con la vita vera dell’uomo, trasformandoli nell’unica narrazione in grado di fare di quel male ordinario e sempre incombente esperienza condivisa, coscienza collettiva, monito.

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