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Quando il tuffo in piscina è un capolavoro

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Fonte immagine)

Se ne stanno all’aperto così come nei seminterrati, nelle polisportive o nelle ville nascoste da muri di cinta. Sono depressioni scavate nella terra e foderate di cemento, oppure prefabbricate e sopraelevate, catini di poliestere e metallo collocati nel cortile posteriore di una casetta a schiera. Rettangolari, ovali, a forma di quadrifoglio o di pianoforte, di chitarra o di piede; addirittura, generando un cortocircuito tra morfologia e funzione, di goccia. Nella maggior parte dei casi, se il sole splende o se l’illuminazione indoor è adeguata, generano una tonalità cromatica – un turchese in cui oscillano i pallori del celeste e il vigore intenso dell’azzurro – che non ha equivalenti in natura. È un colore artificiale che si declina in tremolii e in riverberi, in una costellazione di gore disseminate lungo la piastrellatura a quadratini. È lo spettacolo della trasparenza, la liquefazione di un cristallo. Davanti a quel colore magnetico ci rendiamo conto che, per la sua natura di superficie abissale, una piscina è uno spazio di desiderio. In quanto tale convoca percezioni, sollecita racconto.

In I nuotatori (Codice Edizioni, traduzione di Paola Tomasinelli) lo scrittore spagnolo Joaquín Pérez Azaústre lavora sul contrasto tra la rarefazione di una città che si va progressivamente svuotando e un unico spazio superstite – una paradossale isola d’acqua – che coincide con la piscina olimpionica dove, una bracciata dopo l’altra, è possibile procurarsi una specie di personale salvezza. Per Jonás, il fotografo protagonista del romanzo, la piscina è prima di tutto il conforto di un rituale concreto: cambiarsi negli spogliatoi, inserire una moneta nella serratura dell’armadietto, ciabattare «con quel passo lento da papera attonita e goffa» fino al bordo della vasca, scegliere la corsia giusta e solo a quel punto consegnarsi all’acqua, nuotare a rana calibrando il movimento mentre la testa si svuota, il corpo retrocede a organismo, la coscienza della propria biografia si attenua e poi scompare e al suo posto si materializza «una successione di immagini assopite che allora, solo allora, al contatto furtivo con l’acqua, si svegliano e aderiscono a un significato, si succedono in sequenza e guadagnano lucidità».

Già Charles Sprawson in L’ombra del Massaggiatore Nero chiariva che nuotare è un ipnotico naturale in grado di stimolare concentrazione e nostalgia: «Il nuoto, come l’oppio, può causare un senso di distacco dalla vita quotidiana; i ricordi, in particolar modo quelli dell’infanzia, riemergono con sorprendente vigore, ricchi di particolari vividi e precisi». La piscina non è dunque solo il luogo dell’armonia plastica dei corpi gloriosi di Esther Williams e di Johnny Weissmuller, ma anche un perimetro di meditazione, a volte sereno a volte perturbante (persino, altre volte ancora, la sostanza da cui i morti prendono la parola, come in Sunset Boulevard di Billy Wilder e in Maps to the Stars di David Cronenberg).

Percorrendo avanti e indietro la sua corsia, ricomponendo i pezzi di una storia personale sempre più incerta, Jonás scopre che nuotare è una tecnica di comprensione di meccanismi che fuori dall’acqua, quando si dispiegano su una superficie solida, risultano incomprensibili. Soprattutto, la piscina è lo spazio attraverso cui non solo si misura il tempo ma se ne ripristina il funzionamento, un orologio sui generis che al posto delle lancette prevede il moto uniforme di un corpo orizzontale che solca il liquido, una costante laddove tutto si disgrega.

Il nesso tra piscina ed esperienza temporale è al centro anche di Il nuotatore, il capolavoro di John Cheever di cui, apparso per la prima volta sul New Yorker il 16 luglio 1964, ricorre il cinquantesimo anniversario. Quando durante un party in casa di amici decide di tornare a casa nuotando attraverso le piscine che si succedono una dopo l’altra nelle ville dei dintorni, Ned non sa che quel percorso corrisponderà a un progressivo implacabile sfaldarsi del tempo, alla crisi, al caos; allo smarrimento del passato e alla scoperta di un presente disabitato.

Ma nonostante tutto il nuotatore procede perché solo in piscina, come racconta Azaústre, riesce a guardare il suo futuro. E dunque quando il turno è finito e si dovrebbe uscire dall’acqua Jonás si rende conto che potrebbe continuare, «perché se la respirazione è buona e la circolazione pulsa briosa nel sangue può nuotare tutto il giorno, né veloce né lento, fino al tramonto e ancora oltre». La piscina si trasforma in una dipendenza.

Qualcosa di simile alle meravigliose contemplazioni zenitali della fotografa americana Julia Blackmon, dove la piscina è ciò che non si può smettere di guardare, o alla splendida mania di David Hockney per i rettangoli d’acqua californiani. Nel loro essere pura materia, legame tra il fluido e il solido, le piscine sono al contempo la scena di un cambiamento impercettibile, una miriade di microscopiche metamorfosi inscritte in una cornice minerale: qualcosa di simile alla descrizione di una vita umana («Nulla cambia forma più dell’acqua di una piscina», sosteneva il pittore inglese).

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In A Bigger Splash (1966) Hockney fa coincidere la piscina con l’enigma. Riconosciamo, obliquo, un trampolino, sullo sfondo la facciata di una villa, una sedia vuota e in primo piano l’acqua che esplode in spruzzi, un corpo sconosciuto appena sparito sotto la superficie.

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Nel 1979 Bill Viola mette in scena un altro tuffo e un’altra sparizione. In The Reflecting Pool, tra i lavori più noti del videoartista newyorkese, il freezing interviene nell’istante in cui un uomo si tuffa. Il suo corpo non romperà mai la superficie ma resterà sospeso fino a scomparire; ciò che resta è solo il tempo che accade, il mormorio sottile dei suoni intorno.

Apparentemente acquattate miti nell’altrettanto apparente serenità del nostro tempo libero, le piscine ci osservano e ci interrogano. Ci domandano chi siamo, che cosa possiamo ancora essere, seducendoci con l’allusione a una vita finalmente fluida. In piedi sull’orlo non sappiamo che cosa rispondere. Sappiamo solo che la piscina è desiderio. E allora, come Jonás, stiamo zitti e saltiamo.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
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