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Quando imparammo a tremare

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di Gianni Montieri

Scrissi questo pezzo l’anno scorso, per il trentacinquesimo anniversario del terremoto dell’Irpinia, fu quella una ferita che ci avrebbe segnato profondamente, che avrebbe condizionato le nostre vite, eravamo bambini e non lo sapevamo ancora.

per Angela, mia sorella

Non avevamo paura, eravamo bambini. I bambini non hanno paura, non quella paura consapevole dei grandi. I bambini hanno paura soltanto di quello che la loro fantasia o suggestione riesce a creare. I bambini non hanno paura del fatto, del reale, dell’accaduto. Il 23 novembre 1980, di pomeriggio, di domenica, di domenica e di pomeriggio di trentacinque anni fa, io e mia sorella e i miei cugini eravamo bambini, quando si avvertì la prima scossa non avemmo paura, non sapevamo cosa fosse, per tutti quei secondi, circa un minuto e mezzo, più tardi anche noi bambini avremmo capito che si trattò di un tempo infinito, ma questo avvenne dopo, la scossa venne mentre noi stavamo giocando a calcio.

Non ne sono certo, ma credo che inizialmente ci mettemmo a ridere, perché correvamo e restavamo sul posto, il pavimento sotto i nostri piedi si muoveva, ma era impossibile per noi, quindi ridevamo perché non riuscivamo a correre. Non avemmo paura. Guardavo mia sorella, di tre anni più piccola, aveva solo sei anni, era incredula. Anche quando il palazzo si mosse verso il cortile e poi verso l’alto e verso il basso non avemmo paura. Ci fossero stati i videogiochi di adesso, la PS4, avremmo pensato di trovarci dentro un gioco, avremmo cercato la cassa con l’energia, i bonus, l’ingresso al livello successivo. Bambini col pallone in un cortile che per quei lunghissimi istanti non ebbero paura, poi arrivarono le grida.

Qualche ora prima, verso le due o le tre del pomeriggio io e mio cugino saremmo dovuti andare al cinema, trasmettevano un film di Bud Spencer, non ci andammo. Vinse il calcio, come poi sarebbe accaduto molto spesso. Tutto il pomeriggio a tirare, a crossare, a dire: “Adesso in porta stacci tu”. Le minacce reiterate di zia Carmelina che giurava di bucarci il pallone per il troppo rumore. I rimproveri di mia madre, primo fra tutti il non sudare. Qualche ora prima era soltanto una domenica di novembre, per niente fredda, come a volte succede al sud, come accadeva molto più spesso di adesso. Il cinema andò distrutto, non l’hanno mai riaperto. Mia madre mi ha detto che forse lo riapriranno tra non molto. Forse e Tra non molto, dopo trentacinque anni viene da ridere.

Arrivarono le grida, ma ancora non avemmo paura, vedemmo mia madre, le mie zie correre dalle stanze verso il cortile e sentimmo: ‘U terremoto! ‘U terremoto!”, sono quasi certo che per qualche secondo ancora non avemmo paura. Eravamo stupiti, il terrore sui volti dei grandi non sembrava reale, non poteva essere reale, sembrava che saltassero fuori da un fumetto. Nel momento in cui vidi mia madre come un fumetto, un personaggio che saltava fuori da una pagina, nel momento, quindi, in cui la fantasia prendeva il sopravvento sulla realtà, mettendo sul campo il nostro immaginario, cominciai, cominciammo ad avere paura. La scossa, la prima, la più potente, quella distruttiva, a quel punto era finita. Il pavimento non si muoveva più. Ci abbracciavano, ci stringevano, i vicini accorrevano, arrivò di corsa urlando, spaventata a morte anche un’altra zia, dalla sua casa poco lontana. Non dimenticherò mai il momento in cui entrò nel cortile e vide i suoi figli, urlò ed ebbe un mancamento, ma forse non andò così, forse ho immaginato anche questo.

Eravamo bambini, ci guardavamo intorno, con la percezione dell’eccezionalità e con gli occhi di chi si aspetta qualcosa, dopo un’ora o due eravamo pronti a giocare di nuovo, in attesa della lunga notte che sarebbe arrivata. Ci avevano avvertiti, non saremmo tornati a casa, nel grande cortile degli zii di mio padre saremmo stati al sicuro, avremmo dormito in macchina, o non dormito, ci sarebbero state le stufe a scaldarci. I televisori erano accesi, la gente entrava e usciva, c’era sempre quello che ne sapeva più degli altri, proprio come adesso, il social network era quel cortile. Non ricordo se cenammo, ma credo di sì. Qualcuno parlava di Irpinia, epicentro, morti. La parola Disastro, l’esclamazione Maronna mia, il confortante Stiamo vicini, furono pronunciati molte volte. Capimmo che palazzi non molto distanti avevano riportato danni, non sapevamo di morti a Giugliano, non sapevamo niente.

Eravamo bambini e sono sicuro che non avessimo paura, nemmeno quando la notte arrivò. In una delle stanze più grandi, al piano terra, attorno a una stufa si radunarono i grandi, i vecchi, loro, erano spaventati. Pregavano, ma soprattutto parlavano, quando si verifica un evento eccezionale, in quei momenti di calma apparente quando non si sa se qualcosa avverrà di nuovo o non più niente, la gente racconta storie. Credo che a un certo punto parlassero della guerra e ricordo che zia Carmelina e Raffaele, un loro amico che faceva il salumiere, litigarono come facevano sempre. Litigarono su chi dovesse tenere i piedi più vicini alla stufa. Mi ricordo di aver passeggiato in cortile, di notte. Una cosa da grandi. I cugini di mio padre e dei loro amici organizzarono una partita di calcio in strada, lasciarono che tirassi qualche calcio. Vi domando: come avrebbe potuto avere paura un bambino che poteva giocare liberamente a calcio per strada, in piena notte?

Non ricordo se mia sorella a un certo punto dormisse. Il giorno dopo non saremmo andati a scuola, ma il giorno dopo era lontano, sarebbero venuti tanti giorni successivi e anni, anni in cui avremmo capito, in cui saremmo cresciuti e non potendo provare paura retroattivamente avremmo provato angoscia.

Tutti questi sono ricordi, non in ordine, sono pensieri, sono cose che ritornano, cose che in qualche maniera mi hanno segnato e che hanno segnato i bambini di quel tempo, quelli che non ebbero paura. Il ricordo più presente, l’immagine che mai potrò cancellare è quella del cielo, non ho ancora capito se fosse coperto o sereno, quello che so che in piena notte, mentre il pallone rotolava per le strade di Corso Campano, lo vidi chiaramente bianco, un bianco opaco, che non ho più dimenticato. Se dovesse verificarsi la fine del mondo, io, da allora, credo che il cielo prenderà quel colore.

Eravamo bambini, nove anni io, sei mia sorella, otto e cinque i miei due cugini, non avevamo paura, ma abbiamo tremato, qualcosa dentro di noi ha cominciato a tremare, qualcosa che non ci ha mai più lasciati. Noi tremiamo da allora come tremano le terre dove siamo nati, perché abbiamo imparato che sottoterra c’è il vuoto, abbiamo imparato molto presto che morire è questione di niente, può succedere anche prima che tu riconosca d’aver paura.

Gianni Montieri è nato a Giugliano, provincia di Napoli nel 1971. Vive da molti anni a Milano. Ha pubblicato: Futuro semplice (Lietocolle, 2010) e Avremo cura (Zona, 2014). Suoi testi sono rintracciabili nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) della rivista monografica Argo e sui principali siti letterari italiani. Ha riscritto la fiaba Il pifferaio magico per il volume Di là dal bosco, Le voci della luna 2012. Sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, Cfr edizioni 2014. È stato redattore della rivista monografica Argo. Scrive di calcio su Il Napolista. Collabora con Rivista Undici e Doppiozero. È capo redattore del litblog Poetarum Silva.
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