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Quando l’occhio del potere si fa ossessione pop

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Questo articolo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo.

di Marco Cubeddu

Who watches the Watchmen?

Quis custodiet ipsos custodes? «Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?»

La formula, resa celebre dal fumetto (poi film) Watchmen, è di Giovenale, ma il concetto, già alla base delle ironiche riflessioni di Platone sull’assurdità che i custodi avessero a loro volta bisogno di custodi, si è recentemente imposto come tema cruciale anche nella cultura pop, tanto da essere affrontato nell’ultimo 007, Spectre, nel terzo episodio della saga di Batman di Cristopher Nolan, The dark knight rises, passando per il romanzo The Circle di Dave Eggers e il capitolo più recente del videogioco Call of duty.

Nei giorni in cui Apple, con il sostegno di Google, Facebook e Microsoft, lotta contro l’FBI per definire in tribunale i rispettivi diritti e doveri dopo lo scandalo sulla sorveglianza di massa delle comunicazioni da parte della NSA (National Security Agency) e la Cina annuncia lo sviluppo di un software per prevenire atti terroristici (e contestazioni governative?), la sorveglianza informatica diventa colonna portante di alcune tra le più riuscite e sofisticate narrazioni contemporanee: dall’ultimo romanzo di Jonathan Franzen, a serie televisive di grande successo come House of cards, Homeland e Mr.Robot.

Julian Snowden Act

Il 2001 è l’anno spartiacque: con il promulgamento del Patriot Act –la legge statunitense che estende i poteri governativi di spionaggio a “danno” della privacy dei cittadini – l’opinione pubblica internazionale è stata investita da un racconto giornalisticamente e politicamente difficile da sintetizzare: un magma di inchieste, sentenze, scuse, emergenze internazionali, aggiornamenti delle vecchie questioni giuridiche e filosofiche imposti dalle nuove tecnologie, sequenze di pesi e contrappesi che riguardano la divisione dei poteri, l’esercizio e la natura del potere stesso, le forme di governo democratiche contrapposte a quelle totalitarie, e le zone grigie che ci stanno in mezzo.

A confondere le acque, le figure di Julian Assange, australiano paladino della libertà dai capelli bianchi coinvolto in scandali sessuali in Svezia e attualmente “residente” nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, Edward Snowden, ex tecnico informatico della CIA, attualmente “ospite” in una località segreta in Russia, e tutto il contorno di personaggi stravaganti (come Bradley Manning, ora Chelsea, la militare che ha cambiato sesso condannata a 35 anni di carcere per aver passato informazioni riservate a Wikileaks), pubblicazioni di documenti top secret, polemiche, blitz, ingerenze sui governi nazionali, aggiramenti costituzionali, iperboli di megalomania e vanità, che ruotano attorno alle due facce del web: quella di una rete in cui tutto deve essere disponibile “alla luce del sole”, e quella della dittatura dell’immediatezza e dei populismi incendiari a scapito di ogni buonsenso.

Se da un punto di vista giuridico e politico sono questioni difficili, se non impossibili, da sciogliere, da un punto di vista narrativo queste contraddizioni diventano il fertile materiale d’attualità da cui attingono alcuni dei più significativi racconti contemporanei.

Big (Data) Brother

Henry Kissinger, ex segretario di Stato dell’era Nixon, ammonisce dal suo “World Order” sul rapporto tra le nuove tecnologie e le campagne elettorali basate su “una ricerca big data – il trattamento elettronico di enormi quantità d’informazioni sui social network, dati anagrafici pubblici e cartelle cliniche capaci di definire un profilo per ciascun elettore, probabilmente più preciso di quanto gli stessi interessati avrebbero potuto ricostruire sulla base della propria memoria”, che rischia di produrre «candidati ridotti a portavoce di un’operazione di marketing».

Il “realismo politico” di Kissinger, da decenni eminenza grigia della politica estera USA, centra uno dei principali problemi della politica ai tempi di internet, tanto palese in queste primarie americane che si consumano nella realtà, quanto lo è parallelamente in quelle della “realistica finzione” della quarta stagione di House of cards: se il gap tra le qualità richieste per farsi eleggere e quelle necessarie per governare è troppo ampio, «la capacità concettuale e il senso della storia che dovrebbero essere parte della politica estera possono andare perduti», o (ogni riferimento a Obama non sembra puramente casuale) «acquisire queste qualità potrebbe assorbire così tanta parte del primo mandato di un presidente» da paralizzarne l’operato.

Guardata in questa ottica, l’avvincente ultima stagione del politicaldrama più riuscito di sempre sembra la trasposizione drammaturgica delle preoccupazioni di Kissinger: un mondo sconvolto da irrisolte tensioni internazionali pronte a deflagrare,e ad affrontarle, da una parte i candidati, che manipolano la percezione che gli elettori hanno di loro sulla base di quel che gli elettori stessi inconsapevolmente desiderano, dall’altra gli elettori, convinti di scegliere quel che i candidati li convincono a scegliere sulla base delle loro più irrazionali aspirazioni.

Anarchy in the World Wide Web

Un po’ Anonymous, un po’ V per Vendetta, il nuovo eroe anarchico contemporaneo è il protagonista della prima stagione di Mr. Robot, Elliot Alderson, che nonostante sia un sociopatico, depresso e tossicodipendente, uno stalker che tratta gli esseri umani come device da craccare per poterne conoscere il contenuto più intimo, incarna sentimenti decisamente più emotivi che politici.

In bilico tra il desiderio di salvare il mondo e quello di distruggerlo, la figura dell’hackvista anonimo incappucciato in una felpa no-logo, (il cui vago sogno politico è all’incirca “So this is how a revolution looks like: people in expensive clothing running around”), è quella più capace di interpretare i sentimenti post-ideologici di nativi e immigrati digitali.

Siamo lontani anni luce dall’ennesima critica ad una società ingiusta e alienante, piuttosto di fronte al suo ribaltamento celebrativo, un inno a un’era in cui l’informazione è liquida, non filtrata e onnipresente, tanto da far tifare gli spettatori per la versione 2.0 (emo? nerd? hipster?) di un Dottor Stranamore affetto da una crisi di identità alla Fight Club, deciso (?) a “formattare” la società.

Homeland Insecurity

Se narrativamente la quinta è forse la stagione meno riuscita di Homeland, sociologicamente è probabilmente la più puntuale.

Tutto parte da una fuga di notizie/documenti top secret che mischia sapientemente le vicende del “caso” WikiLeaks di Assange a quelle delle rivelazioni di Edward Snowden con la pubblicazione e la denuncia di operazioni di spionaggio non autorizzate tra Servizi alleati, mettendo in scena le contraddizioni della lotta al terrorismo.

La trasferta in Europa – che dopo gli USA e il Medioriente diventa il nuovo teatro dello show – mette in mostra come il tema della fragilità della sicurezza domestica e la sfiducia nell’operato di governi e forze di sicurezza si sia ormai fatto sentimento del tempo.

Non solo con la premonizione (con tanto di disclaimer di “scuse”) degli attacchi dell’Isis in Europa (nella fiction a Berlino, invece che a Parigi e a Bruxelles), quanto con l’intreccio tra la volontà di hacker, organizzati e non, e pseudogiornalisti con manie di protagonismo, di diffondere le informazioni riservate, e quella delle agenzie di spionaggio di aggirare le leggi nazionali per “sorvegliare e punire” i terroristi prima che possano mettere in atto i loro piani.

Se le vicende personali dei protagonisti sembrano meno interessanti che in passato, non lo sono le dinamiche con cui vengono rappresentati gli interessi contrastanti dei vari attori in gioco: dalla potenza globale più direttamente coinvolta nella lotta al terrorismo nei lustri precedenti, gli USA, al loro vecchio e nuovo antagonista, la Russia, si passa per la riluttanza dei paesi europei, incapaci di un piano comune, di farsi carico dell’eredità degli accordi Sykes-Picot, mentre le medie potenze mediorientali lottano per una leadership regionale e il sedicente califfato sfrutta la confusione per ritagliarsi il suo posto all’ombra dei pozzi di petrolio.

A prescindere dalle differenze etniche e religiose, è la sicurezza (non solo informatica) della vita quotidiana della gente comune a essere messa in discussione. A Baghdad, Damasco, Cairo e Tripoli, come a Parigi, Bruxelles e nelle altre capitali occidentali, il mondo è sempre più piccolo e le madrepatrie sempre più insicure.

In tech we trust

Nel nuovo romanzo di Jonathan Franzen, Purity, i segreti sono al centro delle vicende personali della protagonista, Purity “Pip” Tyler – chi è suo padre? Chi è veramente sua madre? Per scoprirlo finirà cooptata nel Sunlight project, organizzazione con lo scopo di pubblicare ogni sorta di leak guidata dal carismatico e donnaiolo Andreas Wolf, “una specie di uomo bambino ossessionato dal rivelare segreti” –, ma insieme a tante altre cose (il rapporto genitori/figli, l’amorevole crudeltà delle relazioni sentimentali, la ricerca di una propria identità nella società liquida), nell’obiettivo di Franzen, quando non impegnato a immortalare per iscritto i suoi adorati uccelli, annoiando tutti i non appassionati di birdwatching, finisce fotografata, ingigantita e studiata con la lente d’ingrandimento della sua maestria letteraria, la nostra fiducia nelle nuove tecnologie.

Franzen mette in discussione il nuovo mantra, “nella tecnologia confidiamo” (In Tech we trust is the new In God we trust), il cui ottimismo non tiene conto degli “algoritmi usati da Facebook per monetizzare la privacy dei suoi utenti, e da Twitter per manipolare meme che in apparenza si autogenerano”, e traccia un parallelo tra le nuove utopie della trasparenza e le vecchie utopie del controllo: nella Germania Est “la risposta a ogni domanda, grande o piccola, era il socialismo. Sostituendo socialismo con network si ottiene internet, un sistema fatto di piattaforme rivali accomunate dall’ambizione di definire ogni aspetto dell’esistenza”.

E dalla glasnost digitale, all’ostalgie analogica, il passo è breve.

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