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Quando siete felici, fateci caso: parola di Kurt Vonnegut

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È in libreria per minimum fax Quando siete felici, fateci caso, una raccolta di discorsi di Kurt Vonnegut agli studenti americani. Ne pubblichiamo un estratto. Traduzione di Martina Testa.

Come fare soldi e trovare l’amore!

Fredonia College, Fredonia, New York, 20 maggio 1978 

di Kurt Vonnegut

La portavoce di voi studenti ha appena detto che è stufa marcia di sentire gente che dice: «Sono contento di non essere un giovane nel mondo di oggi». Be’, l’unica cosa che mi sento di dire è: «Sono contento di non essere un giovane nel mondo di oggi».

Il rettore della vostra università voleva eliminare ogni forma di pensiero negativo dal suo discorso di saluto, e quindi mi ha chiesto di farvi questo annuncio: «Tutti quelli che hanno ancora in sospeso il pagamento del parcheggio sono pregati di saldare il conto prima di uscire da questo edificio, altrimenti si ritroveranno una sorpresina sul libretto».

Quando ero ragazzino a Indianapolis c’era uno scrittore umoristico di nome Kin Hubbard. Ogni giorno scriveva una freddura di qualche riga per l’Indianapolis News. A Indianapolis c’è un gran bisogno di scrittori umoristici. Spesso era arguto quanto Oscar Wilde. Disse, ad esempio, che era meglio avere il proibizionismo che stare senza alcol. Disse che chiunque sostenga che il sapore della birra analcolica si avvicina a quello della birra è incapace di misurare le distanze.

Do per scontato che le cose veramente importanti vi siano già state insegnate nel corso dei quattro anni qui e che non abbiate bisogno di sentire granché dal sottoscritto. Buon per me. Ho solo una cosa da dire, in pratica: questa è la fine; questa è sicuramente la fine dell’infanzia. «Ci dispiace tanto», come dicevano durante la guerra del Vietnam.

Forse avrete letto il romanzo Le guide del tramonto di Arthur C. Clarke, uno dei pochi capolavori della fantascienza. Tutti gli altri li ho scritti io. Nel romanzo di Clarke, i personaggi sono soggetti a mutamenti evolutivi fenomenali. I figli diventano molto diversi dai genitori, meno fisici, più spirituali; e un bel giorno si uniscono tutti a formare una sorta di colonna di luce che parte spiraleggiando verso l’universo, per una missione sconosciuta. Il libro finisce lì. Voi ragazzi, tuttavia, assomigliate molto ai vostri genitori, e dubito che schizzerete radiosamente nello spazio appena avrete il diploma in mano. È molto più probabile che andiate a Buffalo, Rochester o East Quogue – o Cohoes.

E immagino che tutti voi desideriate, fra le altre cose, fare soldi e trovare il vero amore. Ve lo dico io come fare soldi: lavorate molto sodo. Ve lo dico io come trovare l’amore: vestitevi bene e sorridete sempre. Imparate le parole di tutte le canzoni appena uscite.

Che altri consigli posso darvi? Mangiate tanta crusca in modo che la vostra dieta abbia il necessario apporto di fibre. L’unico consiglio che mio padre mi abbia mai dato è stato questo: «Non ti ficcare niente nelle orecchie». Dentro le orecchie ci sono le ossa più piccole di tutto il corpo umano, lo sapete?, e anche il senso dell’equilibrio. Se vi maltrattate le orecchie, rischiate non solo di diventare sordi, ma anche di cadere per terra in continuazione. Quindi lasciatele in pace. Stanno benissimo così come sono.

Non ammazzate nessuno – anche se nello stato di New York non è in vigore la pena di morte.

In pratica, questo è quanto.

Un’altra cosa che potreste fare, come optional, è rendervi conto che ci sono sei stagioni, non quattro. La poesia delle quattro stagioni è completamente sbagliata per questa parte del pianeta, ecco forse perché siamo quasi sempre così depressi. Insomma, spesso e volentieri la primavera non sembra affatto primavera, e novembre non c’entra niente con l’autunno, e così via. Ecco la verità sulle stagioni: la primavera sono maggio e giugno! Cosa c’è di più primaverile di maggio e giugno? L’estate sono luglio e agosto. Fa un caldo boia, no? L’autunno è settembre e ottobre. Le vedete le zucche? Sentite l’odore di quel falò di foglie secche. Poi viene la stagione chiamata «Chiusura». È il periodo in cui la natura chiude i battenti. Novembre e dicembre non sono l’inverno. Sono la chiusura. Poi arriva l’inverno, gennaio e febbraio. Accidenti! Quanto sono freddi! E poi cosa arriva? Non la primavera. La riapertura. Che altro potrebbe essere aprile?

Un ulteriore consiglio facoltativo: Se mai doveste trovarvi a tenere un discorso, cominciate con una battuta, se ne sapete una. Sono anni che cerco la battuta più bella del mondo. Credo di averla trovata. Adesso ve la dico, però dovete aiutarmi. Dovete dire: «No» quando alzo la mano così. D’accordo? Mi raccomando.

Sapete perché la panna è tanto più costosa del latte?

pubblico: No.

Perché le mucche odiano accucciarsi su quei cartoni così piccini.

Questa è la battuta più bella che conosco. Una volta, quando lavoravo per la General Electric a Schenectady, dovevo scrivere dei discorsi per i dirigenti dell’azienda. In un discorso per un vicepresidente ci misi la battuta sulle mucche e i cartoni piccini. Il tizio stava leggendo il discorso, e quella battuta non la conosceva. Ha cominciato a ridere e non è più riuscito a smettere, hanno dovuto portarlo via perché gli sanguinava il naso. Il giorno dopo mi hanno licenziato.

Come funzionano le battute di spirito? Quando sono belle, l’inizio vi sfida sempre a pensare. Siamo animali talmente pronti a prendere le cose sul serio. Quando vi ho fatto quella domanda sulla panna, non siete riusciti a trattenervi. Avete davvero cercato di pensare a una risposta sensata. Perché il pollo attraversa la strada? Perché i pompieri portano le bretelle rosse? Perché hanno seppellito George Washington sul fianco di una collina?[1]

La seconda parte della battuta annuncia che nessuno vuole che pensiate, nessuno vuole sentire la vostra splendida risposta. È un tale sollievo incontrare finalmente qualcuno che non vi richieda di essere intelligenti. Si ride di gioia.

E in effetti ho progettato tutto questo discorso per permettervi di essere stupidi quanto volete, senza stress e senza punizioni di alcun tipo. Ho perfino scritto una canzoncina ridicola per l’occasione. Non ha la musica, ma di compositori è pieno il mondo. Uno di sicuro si farà avanti. Le parole fanno così:

Addio ai professori con questa cerimonia.
Andiamo a fare festa, ma con parsimonia.
Ti amo così tanto, Sonia,
Che voglio comprarti una begonia.
Anche tu mi ami, vero, Sonia?

Visto? Stavate cercando di indovinare quale sarebbe stata la rima successiva. Ma non importa a nessuno quanto siete intelligenti.

Sto facendo lo scemo in questo modo perché provo molta pena per voi. Provo molta pena per tutti noi. La vita tornerà a essere molto dura, appena finirà tutto questo. E il pensiero più utile a cui potremo aggrapparci quando si scatenerà di nuovo l’inferno è che non siamo membri di generazioni diverse, tanto dissimili fra loro, come alcuni vorrebbero farci credere, quanto gli eschimesi e gli aborigeni australiani.

Siamo tutti così vicini nel tempo che dovremmo considerarci fratelli e sorelle. Io ho parecchi figli – sette, per la precisione – decisamente troppi per un ateo. E ogni volta che i miei figli si lamentano con me dello stato del pianeta, rispondo: «State zitti! Io qui ci sono appena arrivato. Mi avete preso per Matusalemme? Pensate che le notizie del telegiornale mi piacciano più che a voi? Vi sbagliate».

In questo momento stiamo tutti condividendo più o meno lo stesso arco di vita.

Cos’è che le persone un po’ più anziane vogliono dalle persone un po’ più giovani? Che gli riconoscano il merito di essere sopravvissute così a lungo, e spesso in maniera creativa, in condizioni difficili. Le persone un po’ più giovani sono intollerabilmente restie a riconoscergli questo merito.

Cos’è che le persone un po’ più giovani vogliono dalle persone un po’ più anziane? Più di tutto, credo, vogliono che venga ammesso, senza ulteriori indugi, che sono ormai uomini e donne a tutti gli effetti. Le persone un po’ più anziane sono intollerabilmente restie ad ammetterlo.

Perciò mi prendo io la responsabilità di dichiarare questi giovani che si laureano oggi uomini e donne. Nessuno deve più trattarli come bambini. E loro non devono più comportarsi come bambini – mai più.

Questo è un cosiddetto rito di passaggio all’età adulta.

Mi rendo conto che arriva un po’ tardi, ma meglio tardi che mai.

Ogni società primitiva che sia mai stata studiata aveva un rito di passaggio all’età adulta, con il quale quelli che prima erano bambini diventavano indiscutibilmente uomini e donne. Alcune comunità ebraiche onorano tuttora questa antica pratica, come sappiamo, e secondo me ne traggono beneficio. Ma, in generale, le società ultramoderne e massicciamente industrializzate come la nostra hanno deciso di sbarazzarsi dei riti di passaggio all’età adulta – a meno che non si voglia contare il rilascio della patente di guida a sedici anni. Se lo si vuole contare, va detto che come rito di passaggio ha comunque una caratteristica molto insolita: l’età adulta può essere successivamente revocata da un giudice, anche a una persona anziana come me.

Un altro evento nella vita dei maschi americani ed europei che potrebbe essere considerato un rito di passaggio è la guerra. Se un maschio torna a casa dalla guerra, specie se ha riportato ferite serie, tutti concordano: quello è indubbiamente un uomo.

Quando sono tornato a casa, a Indianapolis, dopo aver combattuto in Germania nella seconda guerra mondiale, un mio zio mi disse: «Perbacco, adesso sì che sembri un uomo». Avrei voluto strangolarlo. Se l’avessi fatto, sarebbe stato il primo tedesco che uccidevo. Ero un uomo anche prima di andare in guerra, ma lui col cavolo che l’avrebbe ammesso.

Io avanzo l’ipotesi che privare i giovani maschi di un rito di passaggio all’età adulta nella nostra società attuale sia un espediente, ideato in maniera astuta ma inconscia, per rendere quei maschi ansiosi di andare in guerra, per quanto possa essere terribile o ingiusta una guerra. Esistono anche guerre giuste, ovviamente. Si dà il caso che la guerra in cui ero ansioso di combattere io fosse giusta.

E quand’è che una femmina smette di essere una bambina e diventa una donna, con tutti i diritti e i privilegi che ne conseguono? La risposta la sappiamo tutti, istintivamente: quando fa un figlio all’interno del matrimonio, è chiaro. Se quel primo figlio lo fa al di fuori del matrimonio, è ancora una bambina. Cosa potrebbe esserci di più semplice, più naturale e più ovvio – o, al giorno d’oggi e in questa società, di più ingiusto, insignificante e semplicemente stupido?

Secondo me faremmo meglio, per il nostro stesso bene, a ripristinare i riti di passaggio all’età adulta.

Non solo dichiaro questi giovani che si laureano oggi uomini e donne. Con tutti i poteri concessimi, li dichiaro anche dei Clark. Molti di voi sapranno senz’altro che tutti i bianchi di nome Clark discendono da abitanti delle Isole Britanniche che si distinguevano per la loro capacità di leggere e scrivere.[2] Un nero di nome Clark, ovviamente, discende con ogni probabilità da qualcuno che era costretto a lavorare senza paga né diritti di alcun tipo per un bianco di nome Clark. Famiglia interessante, i Clark.

Mi rendo conto che voi neolaureati avete tutti un certo grado di specializzazione. Ma di fatto avete passato buona parte degli ultimi sedici anni o più a imparare a leggere e scrivere. Gli individui che sanno farlo bene come voi sono un miracolo e, per come la vedo io, ci danno il diritto di sospettare che forse, in fondo, siamo davvero persone civili. Imparare a leggere e scrivere è tremendamente difficile. Ci vuole un’eternità. Quando rimproveriamo i nostri insegnanti per i bassi punteggi dei loro studenti nelle prove di lettura, fingiamo che sia la cosa più facile del mondo, insegnare a qualcuno a leggere e scrivere. Provateci, qualche volta, e scoprirete che è quasi impossibile.

A che serve essere un Clark, adesso che abbiamo i computer, i film e la tv? Clarkeggiare, attività assolutamente umana, è qualcosa di sacro. La tecnologia no. Clarkeggiare è la forma di meditazione più profonda ed efficace praticata su questo pianeta, e supera di gran lunga qualunque sogno fatto da un guru indiano in cima a una montagna. Perché? Perché i Clark, leggendo bene, sono in grado di pensare i pensieri delle menti umane più sagge e più interessanti di tutti i tempi. Quando i Clark meditano, anche se personalmente hanno solo un intelletto mediocre, meditano con i pensieri degli angeli. Cosa potrebbe esserci di più sacro?

E questo è quanto, in fatto di età adulta e di Clark. Rimangono da trattare soltanto due altri argomenti fondamentali: la solitudine e la noia. Qualunque sia la nostra età in questo momento, è sicuro che durante il resto della nostra vita ci annoieremo e ci sentiremo soli.

Ci sentiamo così soli perché non abbiamo abbastanza amici e parenti. Gli esseri umani dovrebbero vivere in famiglie allargate stabili, di mentalità affine, composte almeno di cinquanta persone ciascuna.

La portavoce di voi studenti ha lamentato la crisi dell’istituzione del matrimonio in questo paese. Il matrimonio è in crisi perché le nostre famiglie sono troppo piccole. Un uomo non può rappresentare un’intera società per una donna, e una donna non può rappresentare un’intera società per un uomo. Ci proviamo, ma c’è poco da meravigliarsi se così tanti di noi non reggono.

Quindi consiglio a tutti i presenti di entrare a far parte di associazioni di ogni tipo, per quanto possano essere ridicole, semplicemente per avere più persone nella propria vita. Poco importa se tutti gli altri membri sono dei coglioni. Quello che ci serve è un gran numero di parenti di qualunque tipo.

Quanto alla noia, Friedrich Wilhelm Nietzsche, filosofo tedesco morto settantotto anni fa, aveva da dire questo: «Contro la noia perfino gli dei combattono invano». È normale annoiarsi. Fa parte della vita. Imparate a tollerarlo, altrimenti non sarete mai quello che ho dichiarato che siete voi neolaureati: uomini e donne maturi.

Concludo facendovi notare che la stampa, che si occupa di sapere e capire tutto, spesso constata che i giovani sono apatici (specie quando gli opinionisti e i commentatori non trovano altro di cui parlare o scrivere). La nuova generazione di laureati forse non ha assunto un certo tipo di vitamine o di minerali, magari il ferro. Hanno il sangue stanco. Gli serve il Geritol.

Be’, in quanto membro di una generazione più vispa, con un luccichio negli occhi e il passo scattante, vi voglio dire cos’è che ci teneva belli carichi quasi tutto il tempo: l’odio.

Per tutta la vita ho avuto gente da odiare, da Hitler a Nixon – non che siano minimamente paragonabili nella loro malvagità. È tragico, forse, che gli esseri umani riescano a trarre così tanta energia ed entusiasmo dall’odio. Se vi volete sentire alti tre metri e capaci di correre per cento chilometri senza fermarvi, l’odio batte di gran lunga la cocaina pura. Hitler ha fatto risorgere un paese sconfitto, in bancarotta e mezzo morto di fame grazie all’odio e nient’altro. Pensate un po’.

Perciò a me sembra abbastanza probabile che i giovani di oggi negli Stati Uniti d’America non siano effettivamente apatici, ma lo sembrino soltanto alla gente che è abituata ad arrivare all’estasi attraverso l’odio, insieme ad altre cose ovviamente.

I ragazzi che si laureano qui oggi non sono sonnacchiosi, non sono indifferenti, non sono apatici. Stanno solo portando avanti l’esperimento di fare a meno dell’odio. È l’odio la vitamina, o il minerale, o come lo vogliamo chiamare, che manca nella loro dieta; si sono accorti giustamente che l’odio, a lungo andare, è nutritivo quanto il cianuro. Quella in cui si stanno cimentando è un’impresa molto esaltante, e gli faccio i miei migliori auguri.

 

1. Sono tre freddure molto comuni negli Stati Uniti; le risposte sono rispettivamente: per arrivare dall’altra parte; per tenersi su i calzoni; perché era morto. [n.d.t.]

2. Il cognome inglese Clark deriva dalla parola latina clericus, che indicava uno scrivano, o in genere un erudito, all’interno di un ordine religioso. [n.d.t.]

 

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Commenti
5 Commenti a “Quando siete felici, fateci caso: parola di Kurt Vonnegut”
  1. Mariateresa scrive:

    Davvero stupendo!

  2. Che meraviglia di discorso, in questo pomeriggio piovoso. Sì, senza odio è più difficile, ma il risultato è doppio.
    Grazie Kurt

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  1. […] di minima&moralia pubblicato venerdì, 6 febbraio 2015 · 3 Commenti […]

  2. […] Vonnegut, Quando siete felici, fateci caso (minimum […]



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