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Quante volte è successa la fine del mondo?

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La fine del mondo è successa un mucchio di volte, e siamo ancora qui a parlarne ogni tanto e per fortuna a parlare anche d’altro.
Il modo più strano in cui è avvenuta è forse quello raccontato da Douglas Adams in Guida galattica per autostoppisti: la Terra, che è una delle regioni più periferiche, insignificanti e soprattutto inconsapevoli e ignoranti di un grande impero interstellare (non sa nemmeno di far parte di un impero interstellare, figuriamoci!), deve essere asfaltata per costruire una superstrada interspaziale che attraversi in lungo e in largo il sistema solare.

La distruzione del Pianeta nella Guida galattica avviene per contrappasso: la Terra viene abbattuta con la stessa noncuranza con cui gli uffici comunali di una città (di provincia?), poco prima che succeda l’apocalisse, si accingono a radere al suolo la casa di Arthur Dent (uno dei protagonisti del romanzo) perché in quel punto deve passarci una tangenziale. Ad eseguire l’ordine di abbattimento della casa di Dent quel giorno c’è il signor L. Prosser, che alla domanda sul perché vada fatta una tangenziale, e proprio nel punto in cui sorge la casa di Arthur, risponde: «Perché mai andrebbe fatta? È una tangenziale e le tangenziali sono necessarie».

Da qui inizia una piccola digressione sulle tangenziali: cosa sono, a che cosa servono, perché sono necessarie. «Le tangenziali – scrive Douglas Adams – sono soluzioni che permettono ad alcuni di sfrecciare molto rapidamente da un punto A a un punto B, mentre certi altri sfrecciano da un punto B a un punto A. La gente che abita nel punto C, a metà tra A e B, spesso si chiede che ci sia di così importante nel punto A da indurre tanta gente a correr lì da B, e cosa ci sia di così importante nel punto B da indurre tanta gente a correr lì da A. Così la gente del punto C finisce per augurarsi che tutti quei corridori decidano una buona volta dove cavolo vogliono stare».

Non a caso Arthur Dent sarà l’unico umano (non proprio l’unico, ma all’inizio sembra essere l’unico) a sopravvivere alla distruzione del Pianeta, salvato da un alieno che Arthur non sospetta proprio sia un alieno, perché da diversi anni è uno dei suoi più intimi amici, compagno di bevute al pub vicino casa.

Ma com’è che avviene, in concreto, la fine del mondo? E gli abitanti della Terra come passano i minuti immediatamente precedenti a tale evento?

I cieli di ogni nazione si riempiono di minuscoli puntini gialli che nel giro di pochi minuti si mostrano per quello che sono: delle enormi astronavi (gialle, appunto, come il bulldozer che per diverse ore, quelle precedenti all’invasione, hanno minacciato la casa di Arthur Dent) di un popolo interstellare chiamato Vogon. «A questo punto- scrive Douglas Adams- sarebbe difficile dire cosa si misero a fare gli abitanti della Terra, perché loro stessi non si rendevano conto di quello che facevano. Nessuna delle reazioni aveva molto senso. Ci fu chi corse dentro la propria casa, chi ne corse fuori, chi si mise a inveire poco rumorosamente contro tutto questo rumore. In ogni parte del mondo le strade delle città si riempirono di gente e le automobili si scontrarono, sopraffatte dall’atroce rumore che investì come una spaventosa onda di marea colline, valli, deserti e oceani, appiattendo apparentemente tutto ciò che incontrava».

Quindi cala un silenzio spettrale e, attraverso degli altoparlanti, i Vogon incominciano a parlare agli umani dicendo cose molto simili a quelle che il funzionario comunale L. Prosser ha detto poco tempo prima, sul punto di radergli al suolo la casa, a Arthur Dent. Infine vengono attivati i raggi di demolizione: “Gli altoparlanti tacquero. Ci fu un terribile, mortale silenzio. Ci fu un terribile, mortale rumore. Ci fu un terribile, mortale silenzio. La Flotta Costruzioni Vogon si defilò nel nero vuoto interstellare”.

Guida galattica per autostoppisti è uno degli esempi più originali di letteratura di fantascienza post-apocalittica anche perché si sospetta non sia affatto un libro di fantascienza né un libro post-apocalittico, ma che sia semplicemente un gran bel romanzo umoristico.

Pubblicato nel 1979 a Londra, la Guida di Adams si fa ammirare per quel suo modo libero e scatenato di unire il viaggio nello spazio al talento comico affastellando storie improbabili e del tutto campate in aria proprio giocando con l’inverosimiglianza delle cose. Ricorda per molti tratti il modo di raccontare di un autore come Kurt Vonnegut, da cui non sono lontane certe paradossali invenzioni narrative né un’intelligente ispirazione ecologistané l’universo morale: Adams si schiera sempre con i personaggi minimi, laterali o eccentrici, diffida profondamente del genere umano e, soprattutto, si fida poco di chi ha del potere da gestire.
La fine del mondo pare arrivi con molto rumore, dunque. Ma subito dopo c’è un gran silenzio.

Quello che viene dopo ancora, dopo il silenzio, che lascia tutti attoniti e pieni di sgomento, l’hanno raccontato in molti. E ce lo ripropone anche Adams:
a) quasi sempre capita che ci siano dei sopravvissuti
e
b) capita anche che sopravvivere non sia poi questa gran fortuna.

Ma per ora lasciamo da parte le vicende dei sopravvissuti, su cuipure ci sarebbe tantissimo da dire, ma non è questo il momento.
Concentriamoci su quando invece dopo un evento apocalittico non c’è rimasto proprio nessuno, come avviene in Cadrà dolce la pioggia, uno dei più bei racconti contenuti in Cronache marziane di Ray Bradbury. Qui gli effetti della catastrofe vengono osservati da un piccolissima porzione di mondo: l’interno di una casa.
Siamo nella cittadina di Allendale, in California, nell’agosto del 2026. C’è una casa automatizzata che a un ben preciso orario si attiva per svolgere questa mansione o quell’altra: preparare i toast per la colazione, irrigare i prati, riempire la vasca per il bagno pomeridiano, far fare le pulizie del pavimento a una folla di topi robotici, leggere le poesie della buonanotte alla padrona di casa, ecc.
Cronache marziane risale ai primi degli anni ‘50.

È un’immaginazione, questa della casa totalmente robotica, per l’epoca in cui scriveva Bradbury molto sfrenata: pura fantascienza, appunto! Oggi, se solo uno avesse voglia e soldi per farsela costruire, forse si potrebbe progettare davvero, esattamente uguale a quella inventata da Bradbury, con le stesse identiche funzioni. La casa di Allendale, dicevo, continua a lavorare ininterrottamente. Prepara colazioni, bagni caldi, pulisce, dà la sveglia. Ma lo fa a vuoto, perché non c’è più nessuno, tutti gli umani sono scomparsi. Solo il cane di famiglia, che era paffuto e ora è uno scheletro, a un certo punto abbaia da fuori. La casa riconosce la precisa tonalità e timbro dell’abbaiare del cane e gli apre. Lo fa entrare. Il cane non sopravvive che pochi minuti. A fine giornata la casa si autodistrugge. Prende fuoco da sola, entrata in cortocircuito per il troppo lavorare a vuoto, e nulla possono i sistemi di autospegnimento perché dopo tanti giorni di utilizzare acqua inutilmente le scorte delle cisterne sono finite. Alla fine del racconto, dunque, anch’essa soccombe e a questo punto la fine del mondo pare essere completa.

La Guida galattica è un libro in cui l’umanità è tenuta in ben poco conto, fa la parte della stupida. Si scopre ad esempio, nel corso del libro, che è segretamente comandata dai topi, che fanno solo finta di essere cavie da laboratorio. È un libro in cui la fine dell’umanità, in fondo, è un fatto di poco conto rispetto alla vastità dell’universo, di cui la Terra come si è detto non è che una lontana periferia di infima importanza.

I racconti di Bradbury sono invece totalmente incentrati sull’uomo, che è dovunque, ne vediamo l’impronta dappertutto, anche quando manca, anche se a essere raccontati sono i marziani. A dispetto del titolo, Cronache marziane è un libro totalmente dedicato all’umanità, da cui pare Ray Bradbury non riesca proprio a prescindere. Perfino i marziani, appunto, anche quando sono totalmente marziani e non hanno mai avuto alcun contatto con l’uomo, sono del tutto simili agli umani.

E agli umani di estrazione medioborghese dei sobborghi di una qualsiasi città anglosassone degli anni ’50, con le sue villette unifamiliari, il suo prato ben rasato e curato, il suo bel giardinetto sul davanti. Non che li ami, Bradbury, questi sobborghi, così almeno sembrerebbe leggendo le sue cronache marziane. Ma non sa (o non vuole) immaginare niente di diverso.

Adams invece sembra voler dire che dell’umanità se ne farebbe a meno volentieri. O forse, più che dell’umanità, si farebbe volentieri a meno di certi suoi prodotti reputati essenziali e che invece sono semplicemente una traccia piuttosto deteriore della presenza dell’uomo sul pianeta: delle tangenziali, prima di tutto. E dei raccordi autostradali. Dei bulldozer gialli, forse anche, e dei soprusi messi in atto dall’autorità statale nei confronti di un povero disgraziato come Arthur Dent. Mentre ciò che sembra assolutamente essenziale, a quanto pare, per l’umanità in generale e per Arthur Dent in particolare, prototipo di uomo qualunque con le sue miserie e le sue sfortune, è un buon vecchio amico con cui bere una birra al pub vicino casa. Che è poi la sua salvezza, di Arthur Dent, perché trattasi appunto di una specie di agente alieno, vissuto in segreto per tanti anni sulla Terra, pronto a salvarlo dalla distruzione del mondo.

Uno dei tratti tipici della letteratura di fantascienza, da quella più popolare a quella più colta, c’è anche da dire, è l’abitudine un po’ zingaresca che hanno i suoi autori di prendere in prestito pezzi di libri precedenti. Di rubacchiare qua e là immagini o situazioni, e di riposizionarle in nuovi contesti narrativi. Le situazioni narrative trasmigrano, anche a distanza di decenni, da un libro a un film a un fumetto, ma quando ti sembra di avere riconosciuto la fonte di ispirazione di un determinato libro che stai leggendo, quando sei certissimo di avere beccato un riferimento che ti sembra evidente, subito ti vengono in mente altre cinque possibili somiglianze. E allora devi ammettere che quello fantascientifico è tutto un unico grande immaginario, o calderone, in cui temi, situazioni, visioni si inabissano e ritornano, si richiamano in continuazione da libro a libro, da film a film. Scompaiono per qualche tempo per poi riapparire inalterati a distanza di molti anni.

La paura che il mondo finisca per via di una guerra nucleare, per dire, non era stata ormai messa da parte definitivamente con la caduta del muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda? Poi saltano fuori i supermissili di Kim Jong Un e le dichiarazioni di Donald Trump e ti accorgi che no, i temi cari alla fantascienza non finiscono mai. Mai che si possa seppellirli una volta per tutte in cantina per scordarseli lì sotto per sempre. Certi fantasmi non tramontano mai. Presto o tardi ritornano. E siamo ancora qui a parlarne di nuovo, ogni tanto. Ma per fortuna continuiamo a parlare anche d’altro.

Mario Valentini è nato a Messina nel 1971, vive a Palermo. Molti suoi racconti e articoli sono stati pubblicati in rivista (Il semplice, Fernandel, Il caffé illustrato, Mesogea, Margini), in diverse antologie, in riviste on-line. Ha fatto parte del gruppo che realizzava Il Semplice, messo insieme e guidato da Cavazzoni e Celati. Ha portato in scena lo spettacolo di letture ad alta voce Animali Parlanti con Ermanno Cavazzoni, Ugo Cornia, Alfredo Gianolio, Ivan Levrini, Paolo Morelli, Paolo Nori e altri. Tiene laboratori di scrittura narrativa. Insegna nella scuola statale. Ha collaborato con l’edizione palermitana de La Repubblica. Ha pubblicato i libri Voglia di lavorare poca (Portofranco, 2001) e In certi quartieri (Mesogea, 2008). Fa parte del comitato di redazione della casa editrice Mesogea, per cui ha progettato (e segue in particolare) la collana Petrolio, e di cui è editor.
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