Quanto è difficile chiedere scusa

Sono passati sei mesi dal naufragio della Costa Concordia. Pubblichiamo una riflessione di Lorenza Pieri.

di Lorenza Pieri

Sono sei mesi esatti che il panorama della mia infanzia è inquinato. Sei mesi che affacciandomi dalla finestra di casa (la casa dove non vivo stabilmente ma in cui sono cresciuta e abito d’estate), provo la stessa sensazione di sbalordito smarrimento che se vedessi un ufo atterrato in giardino. Sei mesi, che anche se il germe dell’assuefazione ha provato a fare il suo mestiere, ogni volta che alzo gli occhi, anche in questo preciso momento, proprio dalla scrivania a cui sto seduta adesso, prima impreco e poi mi faccio la stessa domanda “Com’è possibile?”

Il fatto è che da casa mia come ti giri ti giri vedi questo:

Il mammozzone della Costa Concordia ribaltato sul suo lunghissimo fianco ormai rugginoso. Sapere che lì sono morte 32 persone rende la vista ancora meno sopportabile.

Dato che con questo memento absurdi sempre davanti è inevitabile non pensare a quello che è successo la notte del 13 gennaio scorso e non essere preoccupati di come andrà a finire (ce la faranno i nostri eroi a rimuovere questa ex-città galleggiante con i suoi venticinque piani di cabine, negozi, discoteche, ristoranti, bar, piscine e centri benessere o ce li ritroveremo tutti sul fondale del nostro parco marino?), mi interessa molto sapere anche come andrà a finire il processo, se verranno riconosciute responsabilità e colpe oppure sarà incriminato lo scoglio delle Scole, che pur essendo fermo da cinque milioni di anni, si è inavvertitamente frapposto tra la nave e la sua rotta.

Quindi mi interessa cosa ha da dire il capitano Schettino, nonostante qui al Giglio si eviti accuratamente di parlare delle sue esternazioni e la linea preferita dal gigliese navigatore-e-santo sia stata quella di boicottare la trasmissione che ha mandato in onda l’intervista esclusiva (non c’è una sola riga di commento su giglionews.it, la testata on line ufficiale dell’isola del Giglio, né sui siti o blog dei gigliesi e poche cose sui giornali locali).

È da più di una settimana che Schettino ha cominciato a parlare. Il 5 luglio, il giorno in cui gli sono stati revocati gli arresti domiciliari è stata resa pubblica una lettera-memoriale in cui il capitano indirizzandosi al suo avvocato difendeva il suo operato. Il testo integrale si trova qui.

Nella lettera non sono contemplate scuse o ammissioni di responsabilità, ma Schettino fa due cose: difende le proprie scelte, scaglia generiche accuse su altri.

Per difendere il suo operato parla di scelte che autodefinisce “solenni”, di “una mano divina” che si è posata sulla sua testa nel momento in cui ha deciso di virare a dritta quando si è accorto che la nave era oltre il punto di accostata fissato dalla rotta, di “fiuto” e abilità marinare. Dice: “C’è chi, a verbale, ha dichiarato che l’impatto con la poppa è stato causato da una mia allucinazione (…) Altro che allucinazione! Piuttosto è stato il mio fiuto, il mestiere, il saper riconoscere il mare a farmi fare quella sterzata repentina a dritta”.

Qui al Giglio sono tutti uomini di mare e parlando con loro è chiaro che l’errore non è stato la virata a dritta che ha determinato l’impatto della fiancata sinistra contro lo scoglio, l’errore è stato essersi avvicinati così tanto alla costa e alla velocità di 16 nodi, una modalità impensabile per qualsiasi “saluto” o accostamento (“inchino” qui è una parola che non usa nessuno). Non servono anni di navigazione o patenti speciali per capire che mentre stai guidando un mezzo a tutta velocità e ti si para davanti un ostacolo prima di schiantartici sopra devi fare di tutto per tentare di schivarlo e non prenderlo in fronte.

Non viene fatto cenno al perché e a come ci si sia trovati nella situazione in cui la rotta era impostata in modo tale che se Schettino non avesse fatto quella virata si sarebbero schiantati di prua a tutta velocità sugli scogli di Cala degli Alberi.

Tutti siamo consapevoli del fatto che le cose sarebbero potute andare molto peggio se la nave non fosse scarrocciata sul bassofondo della Gabbianara, a neanche venti metri dagli scogli e a cento dal Porto, e fosse affondata appena un po’ più in là, dove i fondali arrivano subito a cento metri di profondità. Ma lo “spiaggiamento” della Concordia è avvenuto quando i comandi della nave erano ormai completamente fuori uso (anche la posizione stessa delle àncore conferma che non è stato fatto nulla perché la nave finisse sugli scogli e l’atterraggio salvifico è avvenuto grazie alle correnti e più che per una mano divina qui propendiamo per una più prosaica botta di culo).

Ma passiamo al punto due: “scaricare il barile” e dichiararsi vittima del sistema.

Già dalle primissime intercettazioni nella prima telefonata che Schettino fa dopo l’impatto (alle 21.56) a Roberto Ferrarini dell’unità per le emergenze di Costa Crociere a Genova, dice: «Roberto ho fatto un casino! Senti una cosa: io sono passato sotto l’isola del Giglio, qua! È stato il comandante Palombo… mi ha detto “passa sotto passa sotto”. Sono passato sotto qua, ho preso con la poppa un basso fondale…” la telefonata si conclude con “Mi ha detto Palombo, mi ha detto: “Vieni!” ».

Ora c’è da dire che il Palombo in questione è un ex comandante della costa Crociere originario del Giglio. Palombo ha effettivamente ricevuto una telefonata di Schettino prima dell’impatto, ma in quel momento era a Grosseto non al Giglio e di certo non può aver dato ordine di avvicinarsi, di “venire” a più di mezzo miglio dalla costa, conoscendo la sua isola e soprattutto le regole base della navigazione sicura.

E dire “me l’ha detto lui di fare questo” è un trucchetto che usa mio figlio di sette anni per attenuare le sue colpe quando lo sgrido.

Ma nella lettera si fanno altre accuse, più generiche, quando è salito in plancia a quanto pare il comandante si è trovato di fronte a una situazione incomprensibile e ingovernabile, il memoriale riporta:

Nessuno, fino a quel momento, mi aveva avvisato che avevamo superato il punto di accostata fissato sulla rotta. Per fortuna ho visto della schiumetta bianca sulla mia sinistra.”

Perché nessuno lo avverte? Perché la strumentazione non avverte se nessun essere umano lo fa? Una nave di 112.000 tonnellate guidata grazie al fatto che si intravede una schiumetta bianca? Come minimo preoccupante.

Il memoriale prosegue con una serie di accuse indirette, Schettino nega di voler biasimare altri e negandolo, lo fa:

Non è mio costume biasimare gli altri, voglio solo precisare che fino all’ultimo – e anche dopo l’incidente – è stato negato che stavamo percorrendo una rotta che ci avrebbe portato direttamente sugli scogli. Subito dopo l’incidente, avrei potuto affermare:  “Ma dove mi avete fatto sbattere? Cosa mi avete fatto combinare?”… Ma non sono un codardo…

A chi sono rivolte quelle domande in seconda persona plurale? Chi sono esattamente le persone e le cose che lo hanno fatto sbattere e gli hanno fatto combinare un guaio?

Chi è il soggetto omesso di quell’è stato negato?

Potremmo fare anche noi qualche domanda generica? Chi dovrebbe essere al comando mentre si fa una manovra azzardata come quella di un accosto? Chi è il responsabile dell’impostazione di una rotta? Chi è il responsabile civile e penale più in alto in grado in una nave? A cosa è dovuto il suo stipendio più alto se non al carico di responsabilità che si deve assumere?

In ogni caso la lettera di autodifesa del 5 luglio era passata quasi inosservata, pubblicata solo da qualche giornale toscano, quindi si è passati all’artiglieria pesante: la televisione. Un’intervista mandata in onda due sere fa che ha suscitato molte polemiche, più che per il contenuto per la premessa, perché pare che Mediaset abbia pagato svariate decine di migliaia di euro a Schettino per avere l’esclusiva. Ma su questo non mi interessa dire niente. Mi interessa ancora una volta il tentativo che viene fatto di nascondere una autodifesa dietro al dovere morale, il vittimismo dietro una presunta verità, un’autoassoluzione dietro una richiesta di scuse.

Schettino viene intervistato sul divano di casa sua, con sfondo di modellino di veliero d’epoca e vaso di fiori, ha la solita pettinatura di ricci ingellati all’indietro con “fofata” lunga sul collo, un bel po’ di tic agli occhi e un eloquio non proprio impeccabile (che gli fa dire, alla domanda su cosa ci facesse con la moldava Domnica che era in plancia con lui “È una persona simpatica… ci sono persone che, ripeto, vale la pena farsi due risate”). Non l’ho vista neanche tutta l’intervista, ho cercato di guardarlo con occhio non prevenuto e non ce l’ho fatta. Ero prevenuta. Ma certe sue dichiarazioni hanno confermato i miei pregiudizi.

L’intervista è iniziata con una mano sul cuore del capitano che dice “Avrei preferito tacere ma è un mio preciso dovere morale… auguro sinceramente a nessuno di dover vivere un bivio, un dramma del genere”.

Ha ripetuto cose già dette nella lettera e varie altre tristi affermazioni, ma il clou è arrivato alla domanda “Si sente di dover chiedere scusa a qualcuno?”.

La risposta è stata: “Mah, sicuramente non posso essere felice per questo che è successo, cioè io le scuse… il mio cordoglio l’ho detto, il mio affetto più sincero va alle persone che purtroppo non ci sono più… Il danno economico c’è per le perdite e alla fine il comandante della nave è stato vittima di tutto questo sistema, di questa cosa che è successa…

Al che la giornalista lo incalza:

“Sì, va bene il cordoglio lo ha espresso, ma le scuse? Ritiene di dovere delle scuse a qualcuno?”

Certamente. Perché non pensavo mai che potesse avvenire qualche cosa del genere quindi va al di là di ogni intenzione di voler fare qualche cosa del genere. Nell’incidente viene… viene… viene… non solo identificata la nave, un’azienda, viene identificato il comandante, quindi è normale che io debba chiedere scusa come rappresentante di questo sistema, a tutti.”

Se non interpreto male i fumosi giri sintattici del comandante di Meta di Sorrento, prima fatica a profferire anche solo la parola scuse e parla di cordoglio, si autoproclama parlando si dsé in terza persona una vittima (a cui quindi delle scuse sono dovute) poi, sì ammette di sentirsi in dovere di scusarsi, ma ovviamente non è un chiedere scusa che implica l’ammissione di una colpa (non un “Ho sbagliato, chiedo scusa”) ma uno “Scusa è stato un incidente” in cui a chiedere scusa non è Francesco Schettino personalmente responsabile di una nave, del suo equipaggio e dei suoi passeggeri, ma il comandante-pedina di un sistema complesso di cui lui stesso è vittima.

Sono giorni questi in cui certi alti responsabili di fatti gravissimi in Italia si sentono in dovere di scusarsi (si veda l’articolo di Emiliano Sbaraglia qualche giorno fa sui fatti di Genova su questo stesso blog) in modo tardivo, monco e autoassolutorio.

Mi pare che ovviamente con le dovute differenze (sempre per citare Schettino questo è stato “un banale incidente, non un crimine”) ci troviamo anche qui di fronte a un caso simile, in cui si dimostra ancora una volta come in Italia più in alto si è in gerarchia più è difficile assumersi le proprie responsabilità, più responsabili si dovrebbe essere più è difficile ammettere di aver sbagliato, più gravi sono le colpe e più è difficile che la giustizia sia efficace.

Io comunque il capitano Schettino ora che è libero lo inviterei volentieri a passare un lungo soggiorno a casa mia, magari la mattina quando si sveglia e guarda dalla finestra si ricorda “cosa gli hanno fatto fare”.

Commenti
6 Commenti a “Quanto è difficile chiedere scusa”
  1. Massi scrive:

    Ionesco diceva che contano le parole e il resto sono solo chiacchiere. Fra le cose più preoccupanti, in questa brutta storia, ci sono la prontezza, la lucidità e la determinazione di certi pubblici parolieri, professionisti di realtà mistificata (cui seguono quelli generosamente microfonati per la bisogna, e non mi riferisco certo al comandante). Far risultare quasi incongruo, cioè, chiedere scusa per un “inchino” (forse non al Giglio, ma di sicuro nel resto d’Italia), con tutto quello che ne è seguito. E avanti tutta. Sapremo mai la verità ?

  2. anna scrive:

    Chiedere scusa, riconoscersi responsabili delle proprie azioni, voler pagare per gli errori fatti, sono comportamenti sempre più inusuali. Dietro ogni “sbaglio” c’è sempre un sistema, ormai. Che tristezza!

  3. Enrico Marsili scrive:

    La disamina tecnica dei fatti e`stata articolata e completa come per gli scontri del G8. Chi sa di mare (marinai, periti) ha gia` diffuso la risposta alle domande (retoriche) dell`autrice. Da tecnico (di altro settore), mi pongo una domanda classica: come e`possibile che di fronte ad una serie di evidenze molto chiare (a cui accenna anche l`autrice), si riesca a piegare in questo modo OSCENO i fatti con delle parole fumose e codarde? Perche`non ho dubbi che la Carnival usera`i grossi calibri nel processo, e vorrei vedere non solo quella di Schettino, ma anche qualche testa del management rotolare, e un po`di soldi andare al Giglio. Vedremo.

  4. Agnese scrive:

    Lui ha chiesto scusa a tutti….. forse Signora Lorenza, proprio perchè era prevenuta non ha sentito bene o non ha voluto sentire. Ha chiesto “scusa a tutti” in quanto parte di un sistema. Se Lei ritiene invece che il Sistema Italia + il Sistema Costa Crociere + il Sistema Inchini al Giglio, fosse un ottimo sistema, Padronissima di sentire quello che vuol sentire e soprattutto intendere quello che vuole intendere. Se il Comandante Schettino ha diritto soltanto ad essere accusato e men che mai a difendersi, nelle sedi che Lui ritiene più opportune, e nelle quali gli è consentito farlo, padronissima di crederlo. Stiamo solo attenti a non essere troppo prevenuti verso qualcuno sulla troppo semplicistica onda mediatica…..La storia ha risvolti strani, cari Gigliesi, “già proclamati eroi d’Italia”. Si ricordi anche queste parole “Attaccare me e il mio operato è stata la cosa più facile fin dall’inizio” – e “davanti a Dio ci sono altre responsabilità”. Meditate, cari Gigliesi, meditate.

  5. ludovico labianca scrive:

    Ho letto un’infinità di articoli, relazioni e quant’altro su questa tragedia. io sono solo un diportista e, vi assicuro, sia in navigazione che quando sono in attracco ad altri porti, tutte le apparecchiature di rilevamento e sicurezza sono in funzione, questo per la sicurezza mia e dei miei ospiti. Orbene la domanda mi viene spontanea: chi è stato quell’imbecille, presuntuoso, incompetente e chi più ne ha più ne metta, che ha pensato bene di disattivare tutte le apparecchiature di sicurezza che avrebbero potuto rilevare con ampio margine di tempo qualsiasi ostacolo alla navigazione ed evitare la tragedia???? Qualche “lupo di mare” ha una risposta?

  6. Mario scrive:

    Penso che una delle maggiori tristezze possa essere quella che probabilmente la Verita’, ….. quella Vera ….. non ci sarà MAI dato conoscerla …. e come accade di fronte alle italiche tragedie …… bene o male ….. gli “innominabili” che dall’alto dei loro “poteri” …. pilotano il “popolino credulone” …. compiranno come sempre e come al solito, ….. solo e soltanto i “loro” interessi ! ! !

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