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Quanto è “prezioso” il mio nemico?

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Pubblichiamo una recensione de Il libro dell’incontro. Vittime e responsabili della lotta armata a confronto, a cura di Guido Bretagna, Adolfo Ceretti, Claudia Mazzuccato (Il Saggiatore).

di Gabriele Della Morte

«Il direttore del carcere mi ha detto: “sei un illuso. Non capisci che se non gli fregava di Moro non gliene frega di te?”. E io ho detto: “voi siete un potere democratico: vi deve fregare di me”» (p. 126).

È questo il tenore dei dialoghi che s’incontrano se si decide di affrontare la lettura di un poderoso volume (che con le preziose note e la bibliografia conta quasi 500 pagine, oltre ad un e-book con materiali di corredo che tuttavia non è stato ancora licenziato al momento in cui si scrive).

Si intitola Il libro dell’incontro, e racconta il percorso affrontato da un ‘Gruppo’ (che gli autori ammettono di non riuscire a chiamare altrimenti) nell’arco di ben sette anni e più di cento incontri, tra Milano e Roma.

Ad incrociare i passi sono, da un lato, alcuni protagonisti della lotta armata (dapprima rossa e, in un secondo momento, anche nera); e, dall’altro, i familiari delle vittime. In totale, sono state ‘avvicinate’ più di cinquanta persone.

È un appuntamento impossibile, quello del libro dell’incontro. Ma è anche un appuntamento obbligato da una comune esigenza di elaborazione – della colpa, da un lato, e del lutto, dall’altro – e dalla presenza di un nutrito numero di ‘terzi’, coloro «che, spezzando le dualità che si fronteggiano, [fanno] comparire la possibilità dell’alterità» (p. 17).

Questi ultimi – ‘i terzi’ – si articolano in vari livelli: i ‘mediatori’ (cioè i tre curatori del volume); i ‘garanti’ (professionisti del mondo della cultura e dell’accademia, che assicurano – anche in sede di dibattito pubblico – l’integrità dell’intera esperienza), e i ‘terzi’ in senso proprio, chiamati ad interpretare il ruolo di testimoni con diversi gradi di partecipazione.
Avvince apprendere che questi ultimi sono stati principalmente scelti tra coloro che non erano ancora nati all’epoca dei fatti (p. 36). Si tratta di uno stratagemma di raro acume, dal momento che l’ingresso di un ‘testimone successivo’ (e dunque di un terzo che non testimonia nulla a parte quanto è accaduto dopo) rompe la chiusura del confronto frontale, e ridefinisce l’orizzonte del racconto.

D’altra parte, l’esigenza di allargare gli spazi narrativi è proprio uno degli obiettivi perseguiti dalla ‘giustizia riparativa’ (restorative justice): un nuovo e diverso paradigma che si differenzia dal tradizionale modello retributivo fondato sul ‘fare del male a chi ha compiuto il male’ (un dogma antico quanto il codice Hammurabi del XVIII sec. A.C.).

Claudia Mazzucato, in un appassionante (e appassionato!) saggio ospitato nel volume, si domanda se – seguendo il modello retributivo – dopo il processo, la condanna e la sanzione, giustizia sia effettivamente… fatta. O se l’avere posto al centro dell’interesse non tanto la vittima del reato, quanto i destinatari della pena (il cd. ‘reo-centrismo’) non crei un paradosso per il quale «la giustizia punitiva [incorporando la violenza che desidera contrastare] assomiglia a ciò che vuole combattere» (p. 271).

Questa domanda – tra le più impegnative – rimanda ad altre ancora, sulle quali non cessano di interrogarsi anche altre pubblicazioni: la pena del carcere resta ancora oggi il solo mezzo o, più semplicemente, il preferibile? La questione è qui rivolta ai diretti interessati: «[a]lcuni tra gli ‘ex’ spiegano che l’arresto e la carcerazione preventiva hanno avuto il merito di ‘fermarli’ […]. Ma sono in primis le vittime ad essere sorprendentemente critiche verso il sistema penale (p. 274):

«Mi sembra che ci sia più giustizia qui, in questo dialogo. Non penso che mio padre abbia avuto giustizia con la condanna dei colpevoli. Sono convinta che mio padre avrebbe preferito vedere voi riprendere il cammino».

Così, se la giustizia penale è il regno «della fissità; il carcere è la negazione – la materiale privazione – della libertà di movimento», la giustizia riparativa è invece caratterizzata da un dialogo che induce al movimento, «dall’andare, e andare in-contro» (p. 256).

Ma per muoversi c’è bisogno di spazio. E se si è atteso tutto questo tempo prima di potere esperire i primi tentativi di dialogo tra vittime e autori in Italia, se si sono «sprecati tre decenni» (come chiosano Luigi Manconi e Stefano Anastasia, nel saggio che chiude il volume, p. 411 ss.), è proprio perché è mancato un luogo che ospitasse un momento di riflessione comune.

Il libro dell’incontro rappresenta, innanzitutto, questo luogo. Per visitare il quale, ho individuato tre percorsi che rappresentano altrettante ipotesi interpretative.

Un primo itinerario è quello storico-politico. Il volume è un eccezionale zibaldone di acute riflessioni sugli anni più bui della nostra Repubblica, in forma di pezzi di dialogo, tracce di discorso che evocano molto più di quanto non riescano a dire.

«Ero convinto di combattere le guerra che avrebbe annullato tutte le altre guerre»

così dichiara ‘qualcuno’ a p. 108 (non sempre è riportato l’autore delle dichiarazioni, perché in molti hanno preferito mantenere l’anonimato).

E, in ideale contro-altare, ‘qualcun altro’ domanda (p . 185):

«Quanta verità siamo disposti ad ascoltare?»

Tra le crepe di queste frasi rotte, emergono talvolta delle spiegazioni luminose, che fanno luce persino su molto altro rispetto al terrorismo (o su molto dell’altro che si sarebbe aggiunto dopo).

Così le riflessioni dei ‘giovani terzi’ (p. 169):

«[l]a maggior parte di noi è nata a cavallo o assai dopo gli anni settanta ed è cresciuta in un desiderio imperante di rimuovere quel recente cupo passato […]. In questo clima di disimpegno rispetto alle sorti della comunità, le generazioni più giovani sono state in qualche modo private di quello slancio autentico verso l’impegno sociale e politico che aveva invece caratterizzato la generazione precedente e che, in definitiva, è rimasto come congelato forse anche a causa della violenza perpetrata dagli estremismi di ogni parte […]».

Teniamole in considerazione, queste osservazioni. Ai miei occhi si tratta di una chiave interpretativa molto rilevante per comprendere quanto sarebbe accaduto nei decenni successivi. E chissà, potrebbero tornare attuali… per un’archeologia dell’antipolitica.

Un secondo itinerario è quello privato, della vicenda umana di chi ha deciso di prendere parte agli incontri.

«Dobbiamo andare oltre la nostra soggettività [dichiara una vittima a p. 180]. Dobbiamo uscire dalla prigione del ricordo, che corre il rischio di trasformarsi in vittimismo, e recuperare invece il senso di vivere […]. Anche le vittime […] debbono saper tradire».

Questo desiderio di oblio, qui vissuto come un tradimento del (proprio) passato, va inesorabilmente bilanciato con l’esigenza del ricordo, in un incessante tentativo di fondare un equilibrio, ancorché transitorio.

In un passaggio del volume la figlia di Aldo Moro – Agnese – confessa il proprio bisogno di «essere certa di non aver annacquato il passato». Per questo, decide, prima di scrivere una lettera agli ex terroristi, di rileggere il referto dell’autopsia della morte di suo padre, e ammette di «avere pensato tanto ai quindici minuti che gli sono rimasti da vivere dopo [gli] spari» domandandosi se avessero «aspettato che morisse per trasportarlo, o se è morto cullato dal movimento della macchina». Solo dopo avere risolto di non aver annacquato nulla, Agnese decide di aprirsi al dialogo. Ma appare chiaro che per maturare un simile convincimento occorre procedere «senza semplificare», e, specialmente, «senza mettere niente tra parentesi» (p. 161).

È principalmente in questo bisogno di ‘assenza di parentesi’ che si può scorgere qualche similitudine tra quanto narrato nel Libro dell’incontro e alcune esperienze di verità e riconciliazione, come quella della Commissione sudafricana. Ma le somiglianze si limitano a semplici «echi e atmosfere» (p. 222). Non c’è da noi, come nel Sud Africa del post-apartheid, l’elemento di contemporaneità, e quindi l’urgenza di definire il perimetro di un dibattito pubblico in grado di contenere le tensioni sociali; così come è assente la possibilità di accertare i fatti e di concedere – eventualmente – le amnistie o altre forme di clemenza.

Un terzo itinerario, quello da me preferito, perché frutto dell’elaborazione di un’inziale senso di smarrimento, è quello dello stile, anzi della ‘lingua’ utilizzata per scrivere il volume.
A tale riguardo, confesso di avere dapprima incontrato una forte resistenza dinanzi alle pagine in cui si trascrivono in maniera espressionista (poche righe per foglio) alcuni dei momenti più salienti degli incontri.
La lingua scritta è qui precipitata da quella orale. Essa appare elementare e stride violentemente con quella artefatta, sovra-costruita e gravosissima, alla quale ci ha abituato il linguaggio della lotta armata (si pensi ai ‘comunicati’ delle Brigate Rosse, e si legga, per un’ispirata trasfigurazione letteraria del tema, Il tempo materiale di Giorgio Vasta).
È stato solo avanzando nella lettura che mi è sembrato di afferrare il senso di questa trascrizione nuda. E che, in un ribaltamento dell’iniziale diffidenza, mi ha spinto a leggere Il libro degli incontri innanzitutto, come un lavoro sulla lingua, sul parlare franco, ovvero sulla parresia (p. 285 ss.).

D’altronde lo scopo di questi dialoghi così preziosi e, insieme, delicati, non è quello di «pareggiare il dolore» (come precisano Guido Bretagna e Giancarlo Gola in un altro saggio, a p. 307). quanto quello di ospitare la violenza ‘dentro’ o ‘attraverso’ una narrazione comune.
Ma il tutto si dice con tutto. Ed è per questa precisa ragione che – ad avere occhi per vedere – tra le pagine si scorgono i silenzi, i balbettii, le tensioni muscolari.

Una vittima, forse contrariata dallo scetticismo di un proprio familiare, ad un certo punto erompe (p. 288):

«tu non credi alle parole. Io credo a quello che può passare su un volto. Il volto non mi può ingannare […]. E siccome noi siamo addestrati dalla vita a sentirlo, il dolore, lo riconosciamo».

È questo il contesto nel quale si inserisce la questione della ‘lingua’. «Porre il problema del lessico è porre il tema del conflitto» dice ‘qualcuno’ a p. 119. Si prenda ad esempio l’annoso dilemma intorno alla definizione: ‘terrorismo’ o ‘lotta armata’? Lo stesso ‘qualcuno’ aggiunge (ibid.):

«[Io non] uso più il termine nemico e il termine guerra, se non per criticarli. In questo senso, il riverbero della nostra esperienza deve essere un nuovo modo di affrontare le parole e le cose» .

Questo inciso evidenzia una riflessioni tra le più interessanti. In sintesi, se si desidera rispondere negativamente al terribile quesito del se la vittima possa «imporre il proprio ricordo di ciò che le è accaduto ai suoi carnefici» (così Avishai Margalit citato a p. 23), occorre ante-porre il problema del lessico.

Così, è innanzitutto attraverso una nuova narrazione che è possibile contrastare il ‘paradigma vittimario’ (come lo chiama Adolfo Ceretti nel penultimo saggio del volume). L’idea di partenza è quella per cui se «nessuna delle parti accetta che gli altri possano dire: “io”» il conflitto si presenta come irriducibile e permane, sostanzialmente, irrisolto.

Come uscire da questa impasse?

Una via di fuga potrebbe essere individuata nel perdono, il quale, però, essendo iscritto «nel circuito del dono», rimane in capo ai singoli più che al mondo del diritto («la legge non può consentire questo particolare supplemento d’anima», così Jankelevitch, citato alla nota 49 di p. 394).

Pur nella consapevolezza di questo limite, la tesi del libro è quella per cui il tentativo di elaborare una narrazione comune è in ogni caso… augurabile, oltre che possibile. Il perdono, in simili contesti, agisce come una sorta di potere d’immaginare che «nel dilatare il linguaggio di ciascuno» schiude degli spazi «di coabitazione» nel quale ogni «“io” accetta che gli altri, come me, possano dire “io”» (p. 399).

Si tratta di una saggezza pratica che permette ad ognuno di «ricollocarsi nella trama della storia» (ibid.). Ma per farlo occorrono le narrazioni delle singole esperienze. E sono queste ultime che si incrociano ne Il libro degli incontri.

Post scriptum

«Quest’opera non ha autore», si schermiscono, nel Prologo (p. 12), gli ideatori di questo progetto. E invece ce l’ha, ed è a loro che va la riconoscenza del lettore. Guido Bretagna, Adolfo Ceretti e Claudia Mazzucato hanno aperto la strada di un percorso che se altrove è già da tempo battuto, alle nostre latitudini si annuncia lungo, tortuoso e non privo di imprevisti.

Resta da augurarsi che il loro sforzo serva da esempio nelle accademie, nei luoghi in cui si amministra la giustizia. Ma specialmente, che esso sia fonte d’ispirazione per una politica che sappia guardare lontano. Molto lontano. Ben oltre le mura di un carcere.

Commenti
2 Commenti a “Quanto è “prezioso” il mio nemico?”
  1. quasiscrive scrive:

    Quanta confusione comunitarista e umanoide; tutta – come sempre – tesa a liberarsi della speranza, che gli intellettuali 2.0 considerano per moda non percepita niente più che una trappola per coglioni.

    Molta più ragione, in ogni senso, ce l’aveva il Belloni detto Scaligero: “La verità è un errore debole. L’errore è una verità forte”.

    Ma meditate? O fate solo yoga elevandovi sullo yogurt misto pensiero elitario che vi inquina e spande fra le glia?

  2. La recensione è stata pubblicata anche in “Diritto penale contemporaneo” (che ne ospita anche un’altra, del Prof. Pulitanò). Sono molto lieto di questa commistione tra generi.
    Di seguito il link: http://www.penalecontemporaneo.it/area/3-societa/-/-/4411-quanto____prezioso_il_mio_nemico/

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