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In quarantena con Hap e Leonard

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Photo by Matt Seymour on Unsplash

di Fabio Nardelli

…presto la sala sarebbe diventata molto affollata. Feci un bel respiro e dissi a me stesso: «Sono sempre in vita», utilizzando il mantra di uno degli eroi della mia infanzia, John Carter di Marte.
Joe R. Lansdale, Elefante a sorpresa. Un’indagine di Hap e Leonard

Hap, uno dei due protagonisti della fortunata serie di Joe Richard Harold Lansdale, è nascosto nella buca dei birilli del vecchio bowling abbandonato vicino  la cittadina di Laborde, nel Texas; tra le braccia il fucile calibro 22, con cui coltiva un rapporto ambiguo, da texano liberal; propaggine naturale del braccio e limite che non avrebbe mai dovuto valicare, nonostante l’ottima mira e gli insegnamenti paterni. A proteggergli le spalle, dall’alto, come sempre, il suo amico Leonard, più limpido e sereno con un’arma in mano per far fuori gli stronzi che se lo meritano, che prima o poi entreranno. Entrano sempre.

Giorno uno di quarantena nazionale per il Covid-19, entro nella mia buca dei birilli, certo come son certo che tutti i buoni propositi di lettura andranno a farsi fottere. Se fosse vero che la gente rinchiusa in casa ha testa e voglia di leggere di più, tutti i carcerati sarebbero laureati e le tigri in gabbia insegnerebbero virologia all’Università.

Leonard non è Robin, tranne che nell’essere gay, non gli somiglia per niente. È nero, esperto di arti marziali, attaccabrighe, repubblicano, poco incline al politicamente corretto, perfino a quello minimo di un liberal disincantato come quello del suo migliore amico Hap.

Se è per questo, neanche Hap è Batman, non è ricco, anzi non può mai permettersi un’assicurazione sanitaria, non ha superpoteri, ma ha una mira infallibile e se c’è da menar le mani, magari per rispondere al bullo di turno che ce l’ha con i negri o con i cani, che nel Texas del sud degli anni cinquanta e sessanta è quasi lo stesso, non si tira indietro, sin da ragazzino. Anche lui come Leonard e come il suo autore Joe R. Lansdale è un discreto campione di arti marziali.

Ecco, l’assicurazione sanitaria. Che fortuna averla in Italia, ma dopo tutti i tagli liberisti, i posti in intensiva sono pochi e si stanno riempiendo; i medici di base sul territorio scomparsi. Qualcuno dice che non servono neanche, e ora che la morte è rientrata nei nostri orizzonti dopo che l’avevamo ospedalizzata, non sappiamo a chi telefonare. C’è un numero per il sostegno psicologico, però.

Giorno tre di quarantena, passo dalla paura all’angoscia secondo un suggerimento televisivo del filosofo Galimberti. La paura buona e naturale ci fa fuggire dal pericolo, l’angoscia innaturale e foriera di morte ci paralizza. I bollettini non aiutano e sui social ci si divide tra il moriremo tutti e l’andrà tutto bene. Esco dai trash social, ci vediamo alla fine della quarantena, o forse no.

In Bad Chili, quarto romanzo della serie, uscito nel 1997, Hap viene morso da uno scoiattolo rabbioso e per farlo curare, un medico amico fa carte false, costringendolo a ricoverarsi. Brutta bestia la rabbia. Ogni volta che i due amici texani si cacciano nei guai, devono farsi ricucire da un veterinario; la morte è continuamente nei loro orizzonti e spesso hanno paura di morire o muoiono, ma non si angosciano: fa parte della partita, come direbbe Leonard.

Mio padre è morto a 56 anni, e io ero troppo giovane. Ho smesso di andare dallo psicanalista quando ho accettato la possibilità di morire a quell’età, senza salutare la famiglia. Ma ho ancora qualche anno e non posso tornare dallo psicanalista, perché mi hanno chiuso in casa.

Mi ha insegnato a sparare, a tirare col coltello e con l’arco. A 10 anni potevo prendere una pavoncella a 40 metri, con una carabina o con un sovrapposto. A 14  ho smesso e gli ho chiesto di smettere; mi piaceva sparare ma mi spiaceva troppo per la pavoncella, che spesso era pure più vicina. A 18 ho fatto l’obiettore di coscienza. Addio alle armi.

Giorno cinque di quarantena, in Italia svaligiamo i supermercati, in USA i negozi di armi.

Vivevamo nella campagna salentina, isolati, senza alcun vicino. Mio padre aveva 5 fucili e con uno ci dormiva. Faceva la spesa una volta al mese, adorava i western e aveva i vinili di Ennio Morricone.
Una volta han provato ad entrare in casa mentre dormivamo, ricordo ancora gli spari. Prima in aria, poi contro la macchina dei ladri che si allontanava velocemente. Non son più tornati, non mentre eravamo in casa, non finché c’era lui.

I cattivi di Hap e Leonard sono più ostinati, spesso fanno parte della dixie mafia. Entrano nel bowling abbandonato sfondando il muro con un Suv rinforzato da ricconi. Ma Hap sa sparare e, anche se si fa mille scrupoli, ha già superato il limite dell’assassinio. Leonard spara peggio, ma spara tanto, e senza farsi scrupoli. La fanno sempre franca, ma non lo possono sapere…

Giorno sette di quarantena, i virologi sono ovunque in tv, alla radio, su whatsapp; e niente, bisogna lavarsi le mani, e se ci credete farsi il segno della croce che le messe sono sospese: le apotropie del Signore sono infinite.

Medici dagli occhi allampanati dalla stanchezza dicono che finiscono in intensiva proprio i più allenati; il paziente uno correva. Addio allenamenti. Amen. L’angoscia galimbertiana incombe. Urge qualcosa che tenga lontano dagli inoltri di whatsapp e dalla tv del pensiero unico virale.

Hap e Leonard escono per la prima volta in America nel 1990 con il romanzo Savage Season, Una stagione selvaggia. Per la prima volta un nero e un bianco in macchina, prima di ficcarsi nei guai, prima di andare incontro alla morte, cazzeggiano su hamburger e gelati. Pulp fiction è del 1994.

Cazzeggiano di hamburger e gelati mentre vanno incontro alla morte, o meglio con la morte all’orizzonte, come tutti, anche quando non c’è la dixie mafia, anche quando non c’è il virus, che morire muoriamo da sempre; ecco l’ho scritto. Forse mi risparmio lo psicanalista.

Le librerie son chiuse, non sono beni fondamentali; serve mangiare, ma il nutrimento dello spirito è buono solo per la retorica dei tempi buoni. Le librerie son chiuse, ma posso sempre comprare un libro in digitale; un libro è un libro anche se non tagli un albero.  Mi sovviene Lansdale. Tempo prima avevo letto In fondo alla palude, più che allo Stephen King del sud, avevo pensato a un John Fante con il fucile, che tra l’altro è nato non troppo a nord, in Colorado. C’era l’America del dopo guerra, la segregazione razziale, la povertà, la dignità, l’orrore dell’umano, la poesia nascosta nella quotidianità e soprattutto il ritmo coinvolgente della scrittura. Compro il primo romanzo di Hap e Leonard.

Giorno sette di quarantena; fuori è tutto un consigliare La peste di Camus e L’amore ai tempi del colera di Marques, che più tardi nei telegiornali verrà confuso con Sepulveda, forse perché entrambi provengono dal Sud America, forse perché non molti li hanno letti; come se la gente durante la guerra o la Resistenza scrivesse o leggesse romanzi sulla guerra e sulla Resistenza, come se non si sapesse che i libri si leggono e scrivono dopo che il peggio è passato, quando non è andato tutto bene, ma qualcuno se l’è cavata, qualcuno ci è rimasto, qualcuno ricorda e racconta. Sepulveda amava ripetere: prima bisogna vivere e poi semmai scrivere.

Mi intrattengo lungamente con Lansdale. Intrattenere, mantenere presso di sé, dentro di sé. Come Circe fa con Ulisse, lasciandogli dimenticare i suoi peripli. Dimenticare non è non pensare. Non è sfuggire, ma restare presso, a cercare le perle sfuggite ai porci. Finisco il primo romanzo della serie in due giorni, tocca comprarne un altro.

Quando ho intervistato Joe R. Lansdale, fisico da body guard, naso rotto e occhi di ghiaccio alla texana, così allenato alle arti marziali da avere inventato un suo proprio stile che insegna nelle palestre, avevo letto solo In fondo alla palude, non conoscevo la serie narrata in prima persona dal suo alter ego: Hap. Influenzato da wikipedia avevo in mente il King del sud; non avevo capito nulla, di lui e forse di King. Come confondere Marques e Sepulveda.

Nella dedica che fa al lettore per cominciare uno dei suoi libri minori, con un certo snobismo Joe scrive: questo non è un libro per grandi riflessioni: popcorn, bicchierone di coca cola e ti metti a sedere sul divano”. Mente.

Hap filosofeggia spesso. In Elefante a sorpresa, mentre è nascosto in quella dannata buca del bowling, aspettando che gli sgherri della dixie mafia escano dal Suv che ha sfondato il muro del bowling, il protagonista ormai cinquantenne si sorprende a riflettere sulla sua rabbia: “Era quella la cosa che più temevo di me stesso: una sorta di rabbia sorda che rischiava di salire in superficie e trasformarmi in una belva o in un modello di gelida efficienza… Era un qualcosa che prendeva forma nella parte più primitiva del mio cervello, e che tendeva a sprigionarsi con troppa facilità, ma in quel momento ne avevo bisogno. Dovevo pensare a sopravvivere, non certo a filosofeggiare”.

Così, la filosofia come la poesia salta su all’improvviso come un predone.

Giorno tredici di quarantena, i giorni passano più veloci, come i romanzi noir di Hap e Leonard, ormai sono al terzo e parlo in casa come un nero incazzato, Leonard direbbe un negro, ma non se lo lascerebbe dire da un bianco pugliese.

Sto insegnando a mia figlia settenne a tirare con l’arco giocattolo. Riesce a prendere un cappello in testa a una giraffa peluche da dieci metri. Fra non molto metterò una mela in testa. Ho comprato un sacco da boxe e tiriamo spesso per tenerci in allenamento. Non so se sto ripetendo quello che mio padre ha insegnato a me, quello che il padre di Hap ha insegnato a lui o se semplicemente sono finito nel Texas di Joe: uno stato dell’anima.

Giorno ventuno di quarantena, l’illuminazione. I bollettini della protezione civile scorrono e ho quasi finito la serie di Hap e Leonard, quasi 90 euro in un e-reader.

In Honky Tonk Samurai, Hap scopre di avere una figlia, Chance. Non ha ancora fatto il test del DNA, ma per una serie di strane vicissitudini la ospita a casa sua. In fondo spera che sia sua figlia.
Una notte Hap non riesce a dormire, a differenza di Leonard, gli capita spesso quando ricorda di aver ammazzato qualcuno o quando ha qualche pensiero, una figlia nel suo orizzonte. Neanche Chance, da poco sua ospite, dorme. Si incontrano in salotto, provano a intavolare una discussione mangiando qualche cracker. Non una grande discussione; due estranei che si annusano come cagnolini; la musica, la scuola, il lavoro, poco quello di Chance, i cartoni di Wile E. Coyote, i biscotti alla vaniglia che fanno impazzire Leonard. Esauriti gli argomenti tra quelli che in fondo sono due estranei e non ancora padre e figlia, si alzano per andare a letto.

Credo stessimo entrambi cercando di capire se fosse appropriato o meno abbracciarsi. Decidemmo in silenzio che non era il caso… disse: – Buonanotte, – e andò via.
Mi alzai, sciacquai le tazze e le misi in lavastoviglie. Gettai via la confezione di cracker, ormai vuota. Inumidii una spugnetta e pulii il tavolo, raccogliendo le briciole nel palmo della mano e gettandole nel cestino dei rifiuti.

Mai fino ad allora, a sentire il suo miglior amico Leonard e la sua amatissima compagna Brett, mai fino ad allora Hap aveva raccolto delle briciole. In fondo aveva già scelto che quella era sua figlia.

Ecco, chiudo anche quel libro e vado a fare la pizza per domani, poi raccoglierò  le briciole. E sono sempre in vita. Nella fase due della vita.

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