Quattro letture

– William Somerset Maugham, Il mago (traduzione di Paola Faini, Adelphi edizioni)

L’inglese William Somerset Maugham è stato un grandissimo scrittore, anche se spesso non gode della considerazione che meriterebbe. Questa condizione è probabile sia dettata dalla materia della sua abbondante produzione, molto spesso debitrice della sua esistenza o di altri grandi personaggi (è il caso del famoso e obliquamente autobiografico Schiavo d’amore, o La luna e i sei soldi, ispirato alla vita di Paul Gauguin) o talvolta assimilabile a quella che viene definita letteratura di genere (ma Ashenden o L’agente inglese è una spy story straordinaria che travalica ogni genere letterario). Adelphi ha adesso pubblicato uno dei romanzi più particolari dello scrittore inglese, Il mago, apparso per la prima volta nel 1908, che prende le mosse dall’incontro, a Parigi, di Maugham con Alesiter Crowley, celebre esoterista e satanista del tempo. Questo romanzo infatti restituisce al lettore la fascinazione che tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento veniva avvertita anche nell’alta borghesia per il mondo dell’occultismo e della magia: protagonista è Oliver Haddo, il mago del titolo, che Arthur Burdon, un medico inglese, incontra a Parigi e da cui, dopo una ripulsa iniziale segnata da una cieca fiducia nella scienza, inizia a essere attratto proprio per le sua capacità magiche e incomprensibili. Attraverso queste però seduce e sposa la sua fidanzata, con la quale lascia la città di Parigi senza che Arthur sappia niente, e da quel momento la storia si muove sull’esile filo della seduzione e su quanto la magia possa intervenire nella psiche delle donne e degli uomini. Maugham presenta una serie di bellissimi personaggi, come il dottor Porhoët, esperto di antichi alchimisti: questi uomini «credevano che la generazione spontanea fosse possibile. Mediante la combinazione di energie psichiche e di strane essenze, essi sostengono di aver creato forme nelle quali si manifestava la vita» dice a un certo punto Porhoët e qui sta uno dei nuclei centrali di questo libro: si può manovrare un’esistenza, una vita?

– Brianna Carafa, La vita involontaria (Cliquot)

Imperscrutabili sono spesso i meccanismi che consegnano alcuni scrittori all’oblio. Imperscrutabili e inspiegabili soprattutto quando la loro opera avrebbe meritato un destino assai differente. È il caso di Brianna Carafa e del suo romanzo del 1975 La vita involontaria, recuperato da Cliquot e introdotto da Ilaria Gaspari. La prefazione di Gaspari è molto utile per il motivo che si diceva sopra, perché di Carafa è difficile sapere qualcosa: si scopre così che il libro nel 1975 fu in cinquina per il Premio Strega, vinto poi da Tommaso Landolfi con A caso, pubblicato da Einaudi con quarta di copertina a firma di Italo Calvino («È un libro di qualità: qualità narrative perché certo ‘succede qualcosa’ e qualità di scrittura, così chiara e ferma»), e si conosce la vita della scrittrice, di origine napoletana per parte di padre, polacca per la madre, figlia di un traduttore di Goethe e nipote di una traduttrice di Tolstoj, che scelse il mestiere della psicoanalista negli anni Cinquanta, quando certo non era un lavoro così scontato per una donna. Ci sono poi altre informazioni importanti che non riportiamo, ma tutto questo sarebbe derubricabile a curiosità se il romanzo fosse poco interessante: invece La vita involontaria è un bel romanzo di formazione che ha per protagonista Paolo Pintus, un ragazzo che dopo un’infatuazione per la filosofia inizia a studiare psicologia (lo stesso fece Carafa che passò invece da architettura a psicologia con lo stesso movimento da una piacevole città di mare a un grande agglomerato urbano) e diventa medico nella sua città tedesca, l’immaginaria Oblenz, nel manicomio che sin da bambino lo spaventava. La narrazione degli anni di formazione del protagonista, dove Pintus si perde e ritrova continuamente, rimanendo però con la spiacevole convinzione di non aver mai preso in mano la sua vita, sono splendide per la capacità di Carafa di descrivere la sua situazione esistenziale con un linguaggio asciutto e penetrante, come la grande letteratura del Novecento italiano ha saputo fare con scrittori quali Elsa Morante o Italo Calvino.

– Emanuele Trevi, Due vite (Neri Pozza)

In Sogni e favole, un libro dalla difficile classificazione che si situa in una zona di confine tra il romanzo di formazione, il saggio e l’autobiografia, Emanuele Trevi rievocava alcuni ricordi di Roma e dei personaggi che ha conosciuto e sono stati per lui come maestri, quali il fotografo Arturo Patten, il grande critico letterario Cesare Garboli e la poetessa Amelia Rosselli. In questo nuovo Due vite Trevi sembra costruire un complemento a Sogni e favole, prestando però attenzione a personaggi “minori” rispetto a quelli dell’altro libro, meno famosi ma non certo meno importanti, quali Rocco Carbone (1968-2008) e Pia Pera (1956-2016), scrittori accomunati dal fatto di essere amici tra loro e dello scrittore e di essere prematuramente scomparsi, il primo in un tragico incidente stradale, l’altra a seguito di una malattia, lasciando uno spazio bianco su quello che sarebbe potuto essere delle loro relazioni e invece non è stato. Trevi ricostruisce i tratti dei due suoi amici con precisione e trasporto emotivo, senza comunque mai scivolare nell’agiografia, ma invece trovando un difficile equilibrio tra il giudizio e l’amicizia, tra il modo che avevano Carbone e Pera di vedere e vivere il mondo e il suo. Il libro spalanca poi una riflessione profonda sul valore della scrittura nella generazione del ricordo e nell’evocazione di ciò che si è conosciuto e non esiste più, scrive infatti Trevi: «Consiglio a chiunque abbia nostalgia di qualcuno di fare lo stesso: non pensarlo, ma scriverne, accorgendosi ben presto che il morto è attirato dalla scrittura, trova sempre un suo modo inaspettato per affiorare nelle parole che usiamo di lui, e si manifesta di sua propria volontà, non siamo noi che pensiamo a lui, è proprio lui una buona volta». Due vite, ulteriore testimonianza dell’alto valore della scrittura di Trevi, è una narrazione che dal suo carattere particolare si fa anche universale, storie singolari dell’esistenza umana che aprono alle complessità della vita e ai suoi aspetti inspiegabili come, appunto, quello della morte.

1892 Janine, Alasdair Gray (Safarà editore, traduzione di Enrico Terrinoni)

Lo scrittore scozzese Alasdair Gray, nato nel 1934 e recentemente scomparso alla fine dello scorso anno, è un autore di culto soprattutto per la sua grande opera in quattro parti Lanark. Una vita in quattro libri, apprezzata da ognuno dei suoi lettori e considerata, giustamente, un classico, alla stregua di un capolavoro («La Divina Commedia del cripto-calvinismo anglosassone» è stata defintia sul New York Times Book Review). Lo stesso editore italiano dei volumi di Lanark pubblica adesso un altro suo grande libro, 1892 Janine, tradotto da Enrico Terrinoni e curato da Cristina Pascotto e Alice Intelisano, considerato dal suo autore come il proprio capolavoro assoluto, come ebbe modo di ricordare anche poco prima della morte. Terrinoni nella sua introduzione scrive che 1892 Janine «si spinge molto oltre il marchese De Sade, oltre Madame Bovary, oltre Molly Bloom» e in effetti il testo di Gray solletica le possibilità ultime della letteratura, sia da un punto di vista linguistico che della storia narrata. Come se si dovesse parlare di Lanark, anche in questo caso è molto complicato riassumere il contenuto del libro, non tanto per via della sua trama, tutto sommato esile, il protagonista Jock McLeish si trova in una camera d’albergo e pensa di togliersi la vita, e il romanzo è il racconto di quest’unica notte di pensieri, quanto invece perché è pressoché impossibile rendere giustizia agli universi che si spalancano nella mente del protagonista abilmente descritti da Gray. Con Janine come matrice centrale e ossessione di ogni suo pensiero, McLeish vaga con la sua mente e immagina incontri impossibili e reali: 1982 Janine è una resa dei conti universale dell’uomo con i fantasmi dell’esistenza, dall’erotismo al rapporto con Dio, quando questa non riesce più a essere controllata con efficacia, uno scontro ambientato in un mondo ultraterreno che prende le forme della città di Glasgow.

Matteo Moca è dottore di ricerca in italianistica e insegnante. Scrive, tra gli altri, per Il Tascabile, Il Foglio, Il Riformista, L’indice dei libri del mese, Blow Up e il blog di Kobo. Ha curato per Quodlibet il romanzo di Giovanni Faldella “Madonna di fuoco e Madonna di neve” e pubblicato la monografia “Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett”.
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