Queer

di Stefano Jorio

Le sfingi hanno un passato. In questo passato, dolorosamente, hanno sentito i lineamenti irrigidirsi, la voce farsi chioccia e sottile, il corpo raccogliersi e sospendersi di fronte al moto dei viventi. È seguita la fase del vaticinio, del parlare ronzante o rotto, sibillino: la fase dell’essere parlati, solo apparentemente a vanvera, da una voce. La nascita di una sfinge è un processo faticoso e supremo, che asserra in sé l’enigma; i dotti ne prendono atto e formulano anatemi. Grati e intimoriti, i fortunati vi assistono.
La nascita di una sfinge, qualche volta, ha forma scritta. Restano gli anatemi. Soltanto nel 1985 Allen Ginsberg riuscì a far pubblicare un romanzo stranito e offeso come un rantolo di desiderio. Era stato scritto oltre trent’anni prima, e si chiamava Queer. La sfinge in progress era William Burroughs, che nel ‘53 aveva viaggiato per il Sudamerica alla ricerca di una pianta dalle proprietà psicotrope, lo Yage. Forse lo incitò come al solito Kerouac, forse decise da solo: scrisse le memorie di quel viaggio, e in lui cominciava a risuonare una voce.
Raccontò di un tossicomane chiamato Lee, della sua passione per un giovane dalla faccia equivoca, dei loro giri lenti e spiraliformi intorno a un bar di Città del Messico. Di visioni raccapriccianti e grottesche, di insetti alti tre metri che incombono su uomini legati. “E’ avvenuta qualche spaventosa metamorfosi? Che cosa simboleggia il centopiedi?”
C’è una vecchia espressione popolare inglese, ormai fuori moda: to find oneself in Queer Street. Significa essere nei guai, essere alle strette. Lee è stretto d’assedio da quello che Adorno chiamava “lo strapotere dell’esistente”. Feroce, esilarante, esausto, acidissimo, politicamente scorretto, premeditatamente ingiusto: astioso e vendicativo, Lee oppone all’esistente le proprie visioni da tarantolato, un desiderio famelico, la lucidità esasperata di chi sa che “facciamo parte di un tremendo tutto.” Cose che s’incontrano nel tremendo tutto: maestri di vita dalle emorroidi pendule che si rovesciano come guanti spruzzando di organi il sedile di un’automobile, muffe cresciute sotto i baveri e nei risvolti dei pantaloni, corpi che dormono avvinghiati e sembrano serpenti a sonagli in letargo, stufati di teste di pesce, concessionari di schiavi. Ma su quel tremendo tutto grava anche un fantasma non eludibile. Lee e il suo amante Allerton partono alla ricerca dello Yage, la favolosa pianta dalla quale si estrae una droga chiamata telepatina. È il sogno del controllo della mente altrui. La vogliono anche i russi e gli americani. Nel pieno della guerra fredda, l’invenzione retorica della telepatina s’innesta, nera e umorale, sullo scarnificato cuore del racconto. “Obbedienza automatica, schizofrenia sintetica, prodotta in massa su ordinazione.” La dipendenza come metafora totale, globale; Lee sarà pure stravolto e apocalittico, ma ci vede fin troppo bene.
La narrazione, drogata, procede per scatti spastici che accumulano le immagini l’una sull’altra, come istantanee stampate su carta trasparente. S’incanta e a volte si ripete, passa dalla terza alla prima persona, si inceppa sui risentimenti del suo disintegrato e sarcastico protagonista. Un automa meticoloso e febbrile racconta questa storia come un rutto acido che viene su dalla pancia. Siamo all’inizio della frantumazione della lingua, stiamo assistendo a una nascita. Non è ancora la sfinge impassibile e assorta, il “gentiluomo galattico” che in Pao Pao la recluta-Tondelli incontrerà a Villa Borghese, in un memorabile vis à vis. Oppresso da un sentimento di sventura e provvisorietà, Lee improvvisa buffoneschi, teatrali numeri da avanspettacolo. Patteggia con la prepotenza di una metamorfosi in atto. Presto verrà la balbettante disarticolazione del Pasto nudo, verrà la cut-up technique: le pagine si tenderanno e si creperanno come un terreno spaccato dalla calura. Ma già in Queer qualcosa sta cominciando a raddensarsi, a coagulare. Una crosta s’indurisce intorno a un nucleo ancora morbido, come un maiale in fiamme che corre tra i tavoli del ristorante. L’immagine è nel libro. Già Burroughs ci guarda ieratico e scoppiato, con quell’aria a metà tra il teologo e l’assassino che diventerà il suo tratto forse più impressionante. Torvo e infantile, Lee-William varca i confini della sua carne, cede la parola all’Altro. “In Checca ho la sensazione di essere stato scritto,” dirà successivamente. Come accadrà anni dopo al protagonista di The man who taught his asshole to talk, in Queer una sfinge parla con il buco del culo.

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