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Quel che resta del lavoro. Due istantanee.

Il primo articolo è uscito su “l’Unità”, il secondo in una versione leggermente diversa sul “Corriere del Mezzogiorno”.

Un vecchio sindacalista
C’era un momento in cui le lotte per il lavoro erano lotte per il progresso, per il miglioramento delle proprie condizioni di vita, dentro e fuori le fabbriche. La salute non si contratta… Il salario è una variabile indipendente… Ma poi c’è stata come una frattura.
Oggi ogni lotta per il lavoro è soltanto una lotta per la difesa dei posti che ogni giorno si rischiano di perdere. È una lotta contro il deserto che avanza. Contro la distruzione di un intero mondo, si difendono brandelli di passato.
“È cambiato il lavoro del sindacalista”, mi dice Peppino. “Oggi non faccio altro che infilare le dita nelle crepe della diga che sta venendo giù. Ma le crepe sono tante, e le dite sono quelle che sono…”
Peppino fa il sindacalista da trenta, forse quarant’anni. I capelli bianchi, il sigaro tra le labbra, gli occhi stanchi. Passeggio con lui lungo una strada di media periferia in cui i negozi hanno chiuso uno dopo l’altro. Le saracinesche sono state abbassate, i locali paiono svuotati da una metodica razzia. La città sta morendo. Poco a poco si sta spegnendo con la stessa rapidità con cui si riempie di Compro Oro – “gli avvoltoi che scendono in picchiata”, secondo Peppino.
Ogni giorno è un bollettino di guerra. Crolla l’edilizia, chiude quell’azienda che aveva investito nelle energie rinnovabili, delocalizzano i call center. Fai di tutto per tenere in piedi quel che resta delle realtà più grandi, mentre le piccole sono già belle che andate… E poi c’è l’agricoltura. In questo contesto, l’agricoltura è una terra di nessuno: dopo anni di caporalato e di sfruttamento inumano degli immigrati, a raccogliere l’uva ora ci vanno anche gli italiani. “Lo fanno per 30 euro al giorno in nero. Elettricisti, idraulici, operai, panettieri…”
I bollettini di guerra si leggono con calma. Riga per riga, cifra dopo cifra. Perché ogni numero nasconde la storia di tante persone, di migliaia di uomini e donne per le quali si apre il baratro del non lavoro. Così il sindacalista che non vuole rimanere dietro la scrivania diventa un po’ prete e un po’ psicologo. I numeri nascondono drammi, e ogni dramma è un granello di sabbia del deserto che avanza.
“È cambiato il lavoro del sindacalista”, mi ripete ancora Peppino, prendendomi sotto braccio. Ed è allora che mi racconta degli anni della sua giovinezza, degli anni passati in fabbrica a Wolfsburg, quando alla Volkswagen partecipò a un’ondata di scioperi “selvaggi” che rischiarono di mettere in ginocchio il colosso tedesco. Mi sorprende che me lo racconti così, all’improvviso, elencandomi ogni dettaglio di una vicenda sepolta dalla storia, come se fosse accaduta il giorno prima.
Ma capisco che raccontarla lo fa stare meglio. Suo figlio ha trent’anni e non riesce a trovare un lavoro. Ha fatto l’università, ma pare che non gli sia servita a molto. Andrà fuori, in fondo Peppino pensa che sia meglio così e che partire non sia mai una tragedia. “Il guaio è che anche fuori, se vai a vedere, non è che stanno messi tanto bene.”

Le operaie di Melfi
A subire la crisi sono soprattutto le donne. Lo dice l’Istat. Lo dice il Censis. Lo dice, in particolare, l’ultimo Rapporto Svimez sullo stato del Mezzogiorno. Nel Sud in cui il pil si contrae e i giovani se ne vanno, producendo uno smottamento demografico e non solo socio-economico, il tasso d’occupazione femminile si è ulteriormente ridotto. In Puglia è al 31,1% (contro il 59,1% degli uomini). In Basilicata è al 35,5% (contro il 58% dell’altro sesso). Per le fasce meno abbienti, per i lavori meno qualificati, i numeri sono ancora più bassi. È alla luce di questi dati lapidari che risulta di grande interesse la lettura di un breve saggio dell’antropologa Fulvia D’Aloisio pubblicato sulla rivista on-line inGenere.it: “Fiat e famiglie. La parabola delle operaie di Melfi”.
La fabbrica automobilistica sorta al confine tra Puglia e Lucania nel 1993, che ha raccolto negli anni anche molti dipendenti dalla provincia di Foggia, ha sempre avuto un alta presenza femminile: il 18% sul totale dei dipendenti, ben al di là della media del 12% degli altri stabilimenti Fiat. In un’area del Sud segnata da una forte disoccupazione, quel lavoro è stato fonte di emancipazione e di rottura dei vecchi schemi famigliari: “Le donne della Fiat”, scrive D’Aloisio, “hanno prodotto con il loro reddito operaio, in quanto secondo reddito, un benessere spesso superiore alla media delle famiglie locali, con nuovi consumi, nuovi stili di vita, nuovi atteggiamenti consumistici e talvolta ostentatori, che hanno costituito il riverbero sociale di uno status lavorativo percepito come invidiabile”.
In questi vent’anni la vita alla catena di montaggio non è stata una passeggiata. Nel 2004 una vibrante protesta bloccò per quasi un mese la produzione, con la richiesta dell’adeguamento dei salari agli altri stabilimenti del gruppo e dell’eliminazione della famigerata “doppia battuta” che regolava i turni, simbolo dell’organizzazione del lavoro nella fabbrica toyotista. Quella fu, per certi versi, l’ultima fiammata operaia meridionale: una lotta non per la difesa del lavoro che scompare, ma per il miglioramento netto delle sue condizioni e dei suoi rapporti.
Ciononostante essere assunto alla Fiat di Melfi ha sempre voluto dire lasciarsi alle spalle le incertezze. Con la mutazione della Fiat-Chrysler marchionniana, che getta nel limbo il futuro degli stabilimenti italiani, dal momento che – anche dopo l’acquisizione del 100% della Chrysler – la loro sorte deve ancora essere tracciata caso per caso e valutata sul mercato, quella emancipazione femminile si sta corrodendo.
In attesa della ristrutturazione delle linee per i nuovi modelli (proprio in Basilicata verrà prodotta la nuova jeep) e in presenza di una notevole crisi di mercato dei vecchi, è stata avviata una lunga fase di cassa integrazione. La settimana è articolata su soli tre giorni di lavoro, e le pause a singhiozzo sono frequenti. Di fronte alla contrazione netta del reddito, le famiglie operaie soffrono notevolmente. Così ritornano i lavori minuscoli di ieri: “molte di loro sono le prime ad adoperarsi per riprendere i loro vecchi lavoretti in nero, come estetista domiciliare, come rappresentanti per marchi di prodotti per la casa, collaboratrici domestiche o assistenti per gli anziani”.
La parabola delle operaie di Melfi rischia di essere la parabola della deindustrializzazione del Sud, altrove già potentemente in atto. Sono loro la punta dell’iceberg di un profondo sommovimento in atto in tutto il Mezzogiorno. È un sommovimento silenzioso: colpisce le donne molto più che gli uomini, e chiude gli spazi che si erano aperti.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
2 Commenti a “Quel che resta del lavoro. Due istantanee.”
  1. Giovanni scrive:

    Vorrei però dire che questa retorica della fabbrica come paradigma del lavoro é antiquata e deleteria, non per supponenza da terziario avanzato, per carità. I processi di delocalizzazione e smantellamento delle filiere fordiste tradizionali vanno avanti da quasi 40 (quaranta!) anni: in Italia vuol dire praticamente metà del ciclo del prodotto automobile (per dirne uno) nel nostro paese. La disoccupazione é un fenomeno sicuramente deleterio, deprimente, duro. Ma se non si immagina un’esistenza oltre la produzione formale, se non sono prima di tutto le forze sociali che sul lavoro intervengono a riconoscere che c’è un altro orizzonte possibile quantomeno oltre QUESTO tipo di occupazione, continuiamo a riprodurre un feticismo pericoloso. Pericoloso perché è quello che continua a volere l’Ilva aperta e i tumori, Marchionne in Italia nonostante la politica antisindacale, una rassegnazione al “menopeggio” che non può che far male a tutti…

  2. Alessandro Leogrande scrive:

    Premesso che immaginare un’esistenza oltre la produzione formale è qualcosa che mi risulta piuttosto oscuro, non credo di aver mai scritto una sola riga in difesa dell’Ilva inquinante (purché mantenga i posti di lavoro) o delle azioni antisindacali di Marchionne (purché tenga qui i suoi stabilimenti). Credo invece fermamente che tali luoghia lungo sotto i riflettori dei media vadano cambiati dall’interno, a iniziare dalle relazioni che al loro interno si sono instaurate, per quanto tale processo sia molto complesso.
    Qui come altrove, mi sono limitato a fotografare un processo in atto: quando le grandi fabbriche tuttora esistenti, che in passato erano state il paradigma del lavoro (anche se forse troppo forzatamente), chiudono o entrano in crisi, per le migliaia di lavoratori che magari vi hanno lavorato per vent’anni non si apre nessuna prospettiva di terziario avanzato: dopo la cassa integrazione, c’è il lavoro nero (che spesso è un ritorno al lavoro nero) o la disoccupazione. A Sud il dato strutturale è più evidente che altrove, e quella delle operaie della Fiat di Melfi è una parabola significativa. Aggiungo anche che non necessariamente quelle fabbriche sono “obsolete”. Quasi mai sono un caso a sé: al contrario, la loro crisi è la punta dell’iceberg di una crisi più vasta che ha già distrutto, in larghe parti del paese, il tessuto della piccola e media impresa e molti tentativi di imprese ritenute “più avanzate”, per quanto questa moria venga raccontato solo a tratti.
    Ovviamente tutto questo provoca una torsione netta nel nostro modo di rapportarci al lavoro, e alla questione del lavoro. Si sta tutti sulla difensiva (spesso difendendo, è vero, anche situazioni “obsolete”), e ci si dimentica (quasi sempre, ormai) che il lavoro – per circa un secolo e mezzo almeno – è stato il luogo della vita a partire dal quale pensare a una sua (della vita tutta, intendo) radicale trasformazione.

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