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Quel profondo senso di indulgenza: la trilogia amorosa di Jenny Offill

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Volevo che ogni giornata fosse così, che iniziasse nella paura e nella vergogna, e che finisse con una gloriosa rassicurazione.

In uno spazio inospitale e povero d’amore com’è il presente, scritture come quelle di Jenny Offill possono seriamente fornirci uno strumento di resistenza alla realtà, resuscitando un profondo senso di indulgenza andato perduto.

Offill è stata pubblicata a partire dal 2015 da NN Editore, e tradotta da Gioia Guerzoni e Francesca Novajra. Si chiamava Sembrava una felicità, quel breve primo romanzo, che inaugurava, oltre all’ingresso in Italia di un’autrice tra le più brillanti del panorama americano attuale, l’inizio di una nuova avventura editoriale. Ed è quindi impossibile non vedere in Offill anche un sintomo delle intenzioni di una casa editrice che, nel tempo, avrebbe pubblicato autori come David J. Poissant, Sherman Alexie o il gigante Kent Haruf. Missioni letterarie che, a ben vedere, non sono poi così diverse, in quanto attraversate da un sottaciuto sentimento comune: la benedizione di Haruf, la tragicità sentimentale di Poissant, la struggente poesia di Alexie e infine l’abissale senso di indulgenza di Offill sono tutte facce di un approccio alla realtà che, attraverso la letteratura, mira a privilegiare il recupero della sensibilità come esperienza di lettura e di vita, senza cedere a facili evasioni.

Sono questi tutti romanzi dove mondi reali e immaginari convergono per illustrare un presente che ha bisogno di strumenti vecchi e nuovi per essere letto e metabolizzato; ed è in questa direzione che appare centrale proprio l’operazione letteraria di Offill: rappresentare attraverso la scrittura la forza della fragilità umana, scoprendone le contraddizioni e lambendo più frequentemente i meccanismi del memoir che quelli della non-fiction.

Sembrava una felicità si apriva con una citazione da Socrate: «Pazzo è chi specula sull’Universo», dimensione che torna in forme diverse anche negli altri due romanzi di Offill: Le cose che restano e Tempo variabile. Universo come dimensione insondabile ma anche come ambiente terreno, tangibile, che regola il nostro rapporto con le cose e con gli altri; universo come spazio energetico i cui influssi incidono dialetticamente nel rapporto tra uomini, donne, animali e cose, e nella combinazione di questi soggetti tra loro. Ma la ricchezza di una scrittura com’è quella di Offill sta nella scelta consapevole di non poter far altro che assistere a queste “maree universali”, attraverso una serie di storie che, a volte disinteressate a perseguire un ideale narrativo ben delineato, offrono piuttosto un metodo per decifrare quell’universo e (ri)scoprire il nostro posto al suo interno.

Costante messa in discussione caratterizzata dall’inquietudine, Sembrava una felicità riproduceva dubbi e tormenti di una donna in relazione alla coppia, alla maternità e al sentimento amoroso. Un modello a cui l’autrice ci avrebbe abituato nel tempo, azzerando il possibile senso di angoscia che ne sarebbe scaturito indagandolo, consegnandolo alla valutazione di un lettore ideale costantemente coinvolto e partecipe. Non è un caso che un bell’articolo su di lei uscito sul Manifesto della scorsa primavera parli di costellazioni: non tanto (o non soltanto) del disastro, però, quanto più ampiamente del destino e delle sue infinite forme.

Questo nostro esistere in un mondo pieno di contraddizioni e complessità è al centro di tutti i romanzi di Offill, che diversifica i punti di vista — la donna innamorata e abbandonata di Sembrava una felicità, la bambina sensibile delle Cose che restano e infine la madre inquieta di Tempo variabile — per costruire brevi romanzi di potenza straordinaria, dove l’accesso ai sentimenti è mediato da una presa di posizione che affonda le proprie radici in un universo altamente empatico.

Empatia e indulgenza sono quindi istanze fondamentali per comprendere, oltre che per godere della scrittura di Offill. Sono romanzi teneramente disperati e struggenti in modalità e forme diverse, questi suoi, dove affiorano costantemente curiosità e aneddoti sul mondo, sulla natura, sulla scrittura. Elenchi e annotazioni che trasformano una narrazione non sempre iper-strutturata in un vademecum per affrontare le angosce del presente.

Angosce vicine e lontane, personali e universali; angosce quotidiane scaturite da riflessioni sulla vita, sulla morte, sulla letteratura e sui sentimenti; strumenti che fungono da lente di ingrandimento per spogliare il mondo delle sue atrocità — dall’interruzione di una relazione amorosa al cambiamento climatico, dal tentativo di sopravvivere a una famiglia disfunzionale ai dolori della tossicodipendenza. E in ogni movimento, in ogni sfumatura, Offill dipinge con tenerezza questi dislivelli del cuore, senza mai rinunciare a raffigurarli nella loro terribile contraddizione.

La torre di controllo russa ha una formula di rito per chiudere le comunicazioni con i cosmonauti: Che non resti niente di te, né penna né piuma.

«Costretti a vivere dentro un cuore senza possibilità di scampo». Con Sembrava una felicità Offill schiudeva le porte del suo universo narrativo, in cui l’amore è la misura preponderante per comprendere e disinnescare la ferocia del tempo presente. Un tempo che si fa incostante, con impressionante premonizione, nell’ultimo romanzo, Tempo variabile, in cui il senso di incertezza si espande dal mondo privato per abbracciare l’inquietudine collettiva. Proprio in questo Tempo variabile il lettore può rintracciare “finalmente” un senso di maggior connessione con la realtà, con quell’universo su cui non solo è impossibile speculare, ma che è anche impossibile da controllare.

La resistenza amorosa e mai passiva di Offill è qui riportata alla sua condizione naturale: guardare a questi fenomeni — dallo sgretolarsi della natura all’ansia sociale dai gruppi Whatsapp — con occhi non solo tolleranti, ma mossi da profonda compassione e compartecipazione. La donna di Tempo variabile sembra essere una la ragazza cresciuta di Sembrava una felicità; così come quella ragazza può essere un’ideale adulta delle Cose che restano. In quel romanzo, che è probabilmente il punto più alto della sua produzione, Offill raccontava l’infanzia suggestiva di una bambina alle prese con due genitori “difettosi” e dotati di troppo amore, di troppa inquietudine, di troppa malinconia, di troppa incapacità. Incapacità e inazione che in questi romanzi non vengono mai condannati; se mai sviscerati, pazientemente analizzati a cuore aperto. Tutti e tre sono libri palpitanti, dove l’ambiente circostante (e dunque l’universo) influisce al contempo in maniera preponderante e marginale.

L’universo narrativo e materiale di Offill è un tessuto variegato dove si affrontano sentimenti opposti: la paura dell’abbandono, il bisogno d’amore, la volontà di sopravvivere, la strenua ricerca di risposte e di un’identità più forte, più resistente di quella che si è ricevuta in dono. Eppure in tutti e tre i romanzi sembra esistere una volontà di perdono e autoassoluzione verso quegli istinti, quelle pulsioni, perfino quelle paure che ci rendono definitivamente umani. Sono piene di domande, le storie di Offill, ma anche di informazioni disseminate qua e là come stelle luminose, che si susseguono per dare un senso a ciò che ci circonda e mantenerci stabili durante la lettura.

Nelle Cose che restano è addirittura la madre della piccola Grace a disegnare una costellazione vera e propria, a inscenare una storia del mondo a partire dal Big Bang. Attraverso quella storia – fatta di una forma dolorosissima di amore che è anche crudele, indifferente, egoista – Offill rimette al centro della propria scrittura il nostro ruolo come esseri umani, ci rappresenta nella nostra seducente imperfezione.

In questa ideale trilogia sentimentale, può spiazzare accorgersi di quanto realtà e immaginazione siano connessi; di quanto scienza e sentimenti siano complementari per una lettura profonda di ciò che accade intorno a noi e nel nostro privato.

Se qualcuno ti chiede di ricordare uno dei momenti più belli della tua vita, è importante considerare non solo la domanda, ma chi te la pone. Se te lo chiede qualcuno a cui vuoi bene, è legittimo dedurre che quella persona speri di far parte del ricordo. Ma, se non ci pensi e in quel momento hai il cuore un po’ distratto, potresti dimenticarti di questa cosa ovvia e toccante e raccontare invece di quella volta in cui eri da sola, magari in campagna, e nessuno si aspettava niente da te, neanche l’amore. Potresti dire che quello è stato il momento più bello. E se lo facessi, nel rivelare il tuo ricordo più bello, renderesti infelice la persona che più di chiunque altra vorresti fare felice.

Jenny Offill è, a tutti gli effetti, la scrittrice dell’assoluzione. In lei resiste quella volontà di «essere martello e chiodo», come dice Lizzie, la protagonista di Tempo variabile, esplicitando quel sentimento che si sublima attraverso tutta la sua scrittura. Essere martello e chiodo, essere un albero nel vento, provare angoscia, euforia, amare disperatamente, maldestramente, oltre ogni illusione di perfezione.

«Sbaglierò tutto» dice mio fratello. «Sento arrivare solo i pensieri sbagliati. E se faccio casini?» vuole sapere. Si è rimesso a fumare, una sigaretta dopo l’altra. «Sarai perdonato», gli dico.

Gaia Tarini è nata a Perugia nel 1989 e vive a Roma. Nel 2019 ha frequentato il corso principe per redattori editoriali Oblique. Scrive su minima et moralia, Limina e altre riviste online. Fa parte della giuria delle Classifiche di Qualità dell’Indiscreto.
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