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Quel romanzo sulle vite sospese

Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su Repubblica, su «L’estraneo» di Tommaso Giagni (Einaudi Stile Libero).

L’estraneo, romanzo d’esordio di Tommaso Giagni (Einaudi Stile Libero), comincia prima della scrittura, nel senso che comincia dall’immagine di copertina: un frammento urbano, i colori desaturati verso il bianco e il grigio, un corpo maschile in caduta libera – la testa camuffata, le braccia aperte, qualcosa di simile a una cordicella arancione intorno a un polso.

Lo scatto è del fotografo francese Denis Darzacq, che da tempo realizza immagini di corpi in caduta. Continuando a osservare la foto si ha però l’impressione che questo corpo non stia cadendo ma che si stia sollevando, come se l’asfalto sottostante lo avesse appena respinto verso l’alto; concentrandosi ancora si impone una naturale ambiguità: la consapevolezza che, semplicemente, quel corpo sia sospeso.

È proprio a partire da questo piccolo caos percettivo – l’impossibile che diviene logico – che la foto di Darzacq vale da varco d’ingresso naturale alla storia raccontata da Giagni: a che cosa viene raccontato ma soprattutto a come. Perché quello di L’estraneo è uno di quei casi in cui la famigerata distinzione tra la forma e il contenuto, tra lo stile e il tema, viene meno: il romanzo di Giagni – la storia di un ventenne orfano di madre e con un padre il cui patrimonio consiste in un posto da portinaio in un palazzo, un ragazzo in continua oscillazione tra la «Roma di Quaresima», ovvero la periferia più estrema, e la «Roma delle Rovine», dunque il centro della capitale – è a tutti gli effetti la sua materia linguistica, la scelta lessicale meticcia, l’ossatura sghimbescia della sua sintassi.

Perché se l’estraneo è «l’unico che – al contrario dell’acqua – non riesce mai a prendere la forma del contenitore» (dunque l’inospitabile, l’inospitato), se per l’estraneo «le aspettative sono brunite» e ciò che accadrà – il fatto stesso che qualcosa possa accadere – è una fata morgana, ciò dipende dalla sintassi della sua esistenza, dalla sua incapacità di scegliere e nidificare in un luogo e in un senso.

Viene in mente quell’essere «tra color che son sospesi» tramite cui nel secondo canto dell’Inferno Dante descrive cosa vuol dire esistere in una condizione mediana; con ancora maggiore precisione questo stato – che non va inteso come un accidenti individuale bensì come un connotato transgenerazionale ed epocale – è fotografato da Giorgio Caproni in Bisogno di guida: «M’ero sperso. Annaspavo. / Cercavo uno sfogo. / Chiesi a uno. “Non sono,” / mi rispose, “del luogo”».

Venuta meno la possibilità di intendere l’origine come termine di una dialettica identitaria (perché l’origine, questa sostanza che è stata qualcosa con cui confliggere, qualcosa da sfidare e al limite rifiutare, è adesso una cosa fragile, destrutturata: contrastarla è come lottare contro una bolla d’aria), non essendo quindi più del luogo, all’estraneo non resta altro che procedere per tentativi ed errori. Approdato in quel pianeta sconosciuto che è la periferia della metropoli – lui che da lì proviene ma che lì non ha mai vissuto – l’estraneo si immerge nel rumore di fondo della vita a margine. Un brusio che si articola nell’ordalia collettiva del Sabato del Fuoco, quando i neomaggiorenni bruciano in pubblico tre abiti comprati «a Roma»; nei pomeriggi al Parco Leonardo per festeggiare il primo «mesiversario» con Marianna, la fidanzata che desidera mimetizzarsi perfettamente nella cultura suburbana e che dunque si tiene a debita distanza da tutto ciò che considera «borghese»; nella commemorazione di Luciano “Lupo” Liboni, la sua effigie incollata sopra il viso di Mazzini; e poi, giusto per procurarsi qualche soldo, nell’impresa tragicomica di una marchetta condivisa con il coinquilino Andrea dentro l’abitazione colta ed elegante di un’attempata docente universitaria (una specie di messinscena teatrale: un sesso da filodrammatica); e ancora nelle ore trascorse in palestra, uno spazio di intenzioni e di afflizioni, di progetti e di piccoli rancori – i corpi di smalto e un fascismo impulsivo e svagato, privo di storia, smemorato.

Un brusio ininterrotto che trasforma il mondo in un acufene, un caos di fischi e crepitii che sembra provenire dall’esterno ma è generato dall’orecchio interno.

Leggendo il romanzo di Giagni – un esordio di un nitore sorprendente – riconosciamo la consistenza purgatoriale del presente, il suo sconcertante connotato antigravitazionale: «Non voglio perdere le mie due mezze anime: entrambe sono parte di me, combinate fanno me; d’altronde, sono anche i miei unici appigli per sperare d’essere accettato da questo o quel mondo».

Tutt’altro che essere accettato, che accettare uno o l’altro mondo, il protagonista del romanzo scopre che essere estranei, adesso, non è essere via, fuori, in qualche altrove: essere estranei è vivere qui, essere del luogo, ma immobilizzati in una postura impossibile, in una sintassi disarticolata: la postura naturalmente innaturale di chi vive sospeso a mezz’aria.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
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