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Quel signore col fiore in bocca

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Il 17 luglio 2013, due anni fa, ci lasciava Vincenzo Cerami. Per ricordarlo, pubblichiamo un frammento da Addio Lenin, romanzo in versi uscito per Garzanti nel 1981.

di Vincenzo Cerami

Anche la disperazione di Biondolillo
Faloppa ha una radice artistica
il suo sogno di adolescente era fare
il portiere in una bella squadra di calcio.
È tutta in quel fiore in bocca in quel
signore col fiore in bocca cha da qualche
tempo gli ha rivoltato la vita: un torsolo
di matita tra i denti ― un furibondo
inveire contro la morte, le lacrimose
discese nasali nelle elle e nelle enne,
insopportabile è il suo esistere
tranquillo ― il braccio teso e la mano
spenta sul leggìo spalle alla finestra
gli occhiali in punta di naso, nei vocalizzi
di parole incontestabili, aggettivi labili
disumanamente vacui che ricordarli è
accumulare la morte pescando nel nulla.
La sua voce è quella di Pirandello.

Ha scoperto in sé l’attore quando
mentiva d’esserlo e parlava ai popoli
cercandosi una voce più degna della sua
natura volgare e contadina, occupata
a gestirsi la vivenza vegetale e meschina.
Si sposò nel sessantadue, sottotenente
in servizio permanente a Elmas
dopo la scuola militare di Firenze
dov’era entrato vergognoso di aprire bocca
e ascoltarsi: teneva occupate le labbra
che se no, attore com’era già
gli avrebbero detto che altrove correva
la strada della Grande Felicità…
L’attore vive del suo pianto
e per vivere lo pagano: «Oh, mio buon Dio!
Piangere per professione mi avrebbe reso
immune dal dolore!»

Nacque nel trentasei a via Mondovì
presso il ponte della Ranocchia: fu ladro
fino ai dieci anni nella zona del Sambuco
e oltre la lunga scarpata che arriva
all’Acqua Santa, le croste agli stinchi
per le selci dei binari, troppo presto
infilzate nella creta delle campagne
alla canicola nelle vacanze della Garibaldi
una gialla caserma elementare:
ladro di rame e d’alluminio e di conigli
e figurine. Ottimo portiere all’oratorio
le ginocchiere rotte e i calzoncini
imbottiti, rimane con la coscia
incastrata all’altalena tra pianti feroci
finché un fabbro viene a liberarlo
chiamato da don Vittorino e da allora
ha paura, anche di nuotare al mare
nuotava lascivo sotto
le corde sospese nei cavalloni
libero dai presagi.
Con gli anni di suo padre divenne
speranza delle speranze ― in quegli
spazi improvvisamente aperti alla
certezza del ’50 ― e studiò per perito
spinto dal genitore maestro di calligrafia
all’Avviamento e al pomeriggio
lamierista e scrivano di coppe
stendardi e magliette per lo sport
e il commercio.

Il mozzicone di una matita Fila
in bocca, alle spalle i vetri chiusi
sull’Appia Nuova, i silenti tram
le vetrine con ancora i panettoni
dell’ultimo Natale e il cielo coperto
da una nube velenosa e pigra.
È tenente che osserva gli aeroplani
al radar, ma Pirandello prima e Artaud
dopo gli hanno scomposto la convivenza
con la sua divisa: una fata gli è apparsa
a ricordargli che è finito il tempo
della paura. E la fata ― come nei notturni
vanire di Gadda ― l’ammalò.
E cadde nella più ostinata fedeltà, lasciò
i tre figli alla moglie e la casa
per ritirarsi accanto all’aeroporto
in subaffitto a cantare le glorie altrui
come sue, i pianti degli altri come
pianti familiari, le gioie dell’Arte
come le sue gioie e i rimpianti.

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