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Quella metà di noi

Pubblichiamo l’incipit del libro di Paola Cereda, Quella metà di noi, edito da Giulio Perrone editore, che ringraziamo.

di Paola Cereda

Ci sono segreti che esistono per il piacere di non essere raccontati e altri che si trascinano appresso la vergogna. Matilde Mezzalama, nella sua decorosa esistenza, ne aveva collezionati diversi del primo tipo, una cena con un ex di nascosto dal marito che la credeva a una riunione di condominio, o quando aveva speso più di un milione e settecentomila lire, erano gli anni Ottanta, per una mantella di visone comprata da una televendita. La serata con l’ex era stata prevedibile: i due si erano ritrovati davanti a un piatto di spaghetti con le sarde evitando di guardarsi per non vedere come erano diventati. Dopo quella volta non si erano più cercati e avevano smesso di provare la nostalgia semplice dei primi innamoramenti.
La mantella invece, un capriccio acquistato a rate, si era rivelata eccessiva per l’altezza modesta di Matilde. L’aveva indossata per un capodanno in trattoria e al funerale della madre di una collega, e in entrambe le occasioni si era sentita esagerata.
Di segreti di cui vergognarsi ne aveva uno soltanto che trattava al pari di una brutta malattia, invisibile allo sguardo degli altri eppure velenosa. Ne portava i segni in una cicatrice vicina all’occhio che poteva essere scambiata per una ruga profonda, e quella scusa la sollevava dall’obbligo di dare spiegazioni. Si vergognava ma non si sentiva in colpa, preda com’era dell’euforia da appro-
priazione indebita che danno gli sbagli commessi di nascosto e con piacere.
A sessantacinque anni aveva scelto di mostrare il colore argento dei capelli, nonostante Carlo, il parrucchiere, ancora insistesse per un castano dorato che, a suo dire, avrebbe illuminato l’insieme. Le proponeva una base omogenea e qualche sfumatura caffelatte, e lei apprezzava il modo con il quale Carlo si dedicava alla sua persona, consigliandole i toni che stavano con la carnagione, sfogliando le riviste di moda e indicando il taglio più adatto che, passando dalle pagine patinate alla sua testa, sarebbe diventato un bel proposito andato solo parzialmente a buon fine. Le donne dei giornali avevano la pelle luminosa delle vacanze, ammiccavano a labbra strette e seducevano in abito da sera o in pigiama, al mare o in metropolitana. Indicando questo e quel taglio sulla rivista, Carlo le infondeva la convinzione che un colpo di forbici sarebbe stato sufficiente a trasformare.

Cambiare qualche cosa nell’immediato per sentire di poter cambiare sempre è uno dei motivi per i quali la gente va dal parrucchiere. E Matilde ci andava di tanto in tanto, per scoprirsi interessante con la frangia o con un caschetto sfumato che sarebbe piaciuto a un pretendente ma che, prima di ogni altra cosa, le dava la spinta a indossarsi. Si indossano gli abiti e gli anni, si indossano in particolare i pensieri giusti, quelli che aiutano a stare dentro l’esistenza nel momento esatto in cui si presenta. Per questo voleva mostrare il colore argento dei capelli e smettere di preoccuparsi del tempo. Dopotutto il segreto le aveva insegnato che invecchiare, per un essere umano, è la migliore opzione possibile: avanzare nella sfida ambiziosa della trasformazione, macinando giorni, ore ed esperienze per tradire piuttosto spesso i buoni propositi.

Per vedersi invecchiare si metteva davanti allo specchio, torceva il busto a destra e a sinistra e registrava i cambiamenti che trasformavano la sua figura. Nonostante lo sforzo di aprire al meglio il petto, le spalle diventavano più curve e il seno puntava dritto al pavimento, trascinato dai capezzoli. Il sedere piatto dava al profilo un curioso effetto a parete, benché le gambe conservassero la forma tornita della giovinezza. Non le esibiva. Preferiva indossare pantaloni aderenti sotto maglie abbondanti, o completi di viscosa comprati al mercato da un’ambulante pugliese che la conosceva da trent’anni e che l’aveva accompagnata
dalla taglia 42 dei primi mesi di matrimonio fino alla nella quale si era stabilizzata. Come sei fortunata, le diceva, ché io c’ho clienti più giovani che ci devo dare la 50.

Si manteneva in forma con una passeggiata giornaliera e con il lavoro a casa Dutto, che l’aveva abituata allo sfor-
zo fisico. Sollevare l’ingegnere, girarlo, sostenerlo, le procurava un dolore lombare che si faceva ogni giorno più
insistente. Il signor Giacomo era ridotto a cinquanta chili di pelle e ragionamenti, eppure si agitava e scalpitava e
ce l’aveva con Dora, la domestica romena, che gli frugava nei cassetti per rubargli i documenti.
Lei, ’sta bagassa, cola bruta vaca ladra. Le volgarità erano una novità delle ultime settimane, per lui che aveva conservato la lucidità di pensiero e le maniere composte della borghesia piemontese. Dopo l’ultima caduta in bagno, una domenica in cui Matilde era assente, aveva cominciato a confondere Laura, la moglie, con Dora, la domestica. Lo faceva soprattutto nel dormiveglia della sera o la mattina presto.
Secondo il medico la caduta c’entrava poco o nulla con il fatto che il signor Dutto avesse iniziato a bestemmiare. A volte gli partivano dei santi e delle madonne così importanti che la moglie si chiudeva in cucina e Dora si inginocchiava a terra invocando santa Parasheva, santa Pedka la chiamava lei, della quale teneva un’icona appesa in camera da letto. Le conseguenze dell’ictus si mischiavano con i segnali di un declino progressivo che complicava il quadro clinico del paziente. Quadro clinico del paziente era un modo asciutto di definire il giorno. Qualsiasi giorno a partire da oggi era un tempo nuovo da affrontare.

Da quando lavorava dai Dutto, Matilde aveva cominciato a mangiare cioccolata. Non una qualsiasi, ma una fondente al 95% che, invece di sciogliersi in bocca, restava attaccata al palato e chiedeva di essere sminuzzata dai denti. Quella cioccolata obbligava i recettori dell’appagamento a separare la dolcezza dall’idea solita del piacere, per legarla al gusto amaro che dava la stessa, non identica, soddisfazione. Matilde insisteva con la vita anche quando le si rivoltava contro per dire no, cara, ti stai sbagliando: non ne vale la pena. Per lei ne valeva comunque la pena, perché ogni numero del calendario era una giornata alla quale fare almeno una richiesta. Dove la maggior parte delle persone inciampava in un nuovo principio, Matilde trovava le possibilità dell’insolito, dello sconosciuto e dell’incerto.
Così aveva fatto quando, già pensionata, si era presentata al colloquio per il lavoro di assistente familiare. All’inizio era nervosa perché non si era mai occupata di un’altra persona in maniera esclusiva, non del marito
Edoardo, mancato di infarto a trentadue anni, o della figlia Emanuela che, fin da bambina, si era mostrata indipenden
te. Invece si era adattata in fretta ai segnali che l’ingegnere utilizzava per compensare le limitazioni del corpo. Quando voleva bere, l’uomo allungava il collo e tratteneva a sé la mano sinistra che raccoglieva sul petto la destra offesa. Per farsi mettere su un fianco, ruotava la testa. Per indicare il bisogno di uscire a passeggiare, univa le punte dei piedi e apriva la bocca a metà per fare uscire la voce da un corpo che non lo rappresentava. Non più. Non come un tempo.

Matilde stringeva le sue mani ancora eleganti: ho capito signore, va bene signore, la sto ascoltando signore. Non aveva fretta, a differenza di Laura, la moglie, che di fretta ne aveva eccome e tirava al marito certe stoccate di lingua per rimproverargli la condizione di entrambi e diverse colpe non necessarie, in particolare la lentezza, la malattia e il passato.
Cume a la fàit ’sta beté a arrivé andua mì arivu nen. Come farà mai quella stupida ad arrivare dove io non arrivo, diceva a voce alta affinché Matilde potesse sentirla. Per lei, la badante del marito era una persona indispensabile e allo stesso tempo inopportuna. Invadente.
La tollerava ma non le voleva bene. In fondo non era obbligata a darle affetto e non era interessata a riceverne.

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