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Quella volta che vidi i R.E.M.

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di Rossano Lo Mele

Il libro Scrivere di musica nasce da un concerto mancato. Quello a cui – biglietto già nel cassetto – non potetti assistere nel 1989 a causa della varicella. Fortunatamente anni dopo sono riuscito a compensare questo buco partecipando ad altri concerti della band di Michael Stipe. Il primo fu nel 1994, a Torino. All’epoca esisteva il PalaStampa, struttura oggi abbandonata, attigua al macello cittadino e allo Juventus Stadium, ormai ridotta a puro cimitero di vetri rotti. Al principio di quell’anno, i R.E.M. portavano in giro il controverso album Monster. Di spalla avevano i Grant Lee Buffalo: gruppo formidabile ma penalizzato dall’audio, in quel caso. Perso il batterista Bill Berry, la band cominciava il suo percorso a tre: Michael Stipe, Mike Mills, Peter Buck. Tanta era l’attesa e tanto era abrasivo ed enigmatico quel disco, che me ne tornai a casa interdetto. L’occasione per fare pace alla fine mi si ripresentò, ma quasi un decennio dopo. Napoli, 2003. Avrei dovuto esibirmi con il gruppo in cui suono, i Perturbazione, nel medesimo festival dove avrebbero suonato i R.E.M.

Entrare nella tangenziale di Napoli è una cosa sconsigliata a chi soffre di labirintite. Chi ci abita c’avrà fatto l’abitudine, che vuoi che sia. Forse non si sofferma neanche più su quella spaghettata di strade che s’intersecano tra di loro a ogni livello, altezza, incrocio, uscita. Più che una tangenziale sembra una di quelle piste avvolgibili su cui depositiamo i bagagli al momento del check-in in aeroporto. Ma non la parte che vediamo, quella che sta nascosta dietro, invisibile anche per l’operatrice della compagnia aerea che ci accoglie sorridente, seduta, mascarata. Per l’esattezza: la tangenziale di Napoli ricorda proprio quell’incastro di tappeti semoventi per valigie così com’è stato raffigurato verso la fine di Toy Story di John Lasseter (episodio numero 2); oppure, eludendo l’animazione, i binari rappresentati all’inizio di 2046 di Kar Way Wong.

Alle 9 di sera c’è traffico in tangenziale, e questo no che non ce lo aspettavamo. Ma qui gli orari sono spostati. Si rimane incolonnati per dare diritto d’accesso a chi vuol vedere il film.

Ingressi che si generano da soli e strati di asfalto che ci passano sopra, con tanto di curve a gomito e auto che si sporgono sulle cervicali di chi sta sotto. Superfluo ricordare come sia proprio in questi frangenti che uno ha fretta. Difatti: ci stiamo sì recando a Napoli per tenere un concerto, ma come detto anche per vederne uno. La faccenda è un po’ complicata. Nel senso che noi dobbiamo suonare l’indomani rispetto al giorno in cui siamo partiti. Ma siccome dovremo esibirci nel tardo pomeriggio, ciò significa che dobbiamo essere sul posto all’ora di pranzo per la prova suoni. Il che avrebbe significato più o meno, da Torino, partire nel ventricolo della notte. Ma: siccome il concerto è inserito all’interno di un festival gigantesco, dove l’attrazione principale è rappresentata dai R.E.M. la sera prima rispetto alla nostra esibizione, allora abbiamo deciso di partire comodi in mattinata per: guardare il concerto dei R.E.M., andare a dormire e svegliarci già a Napoli per la prova suoni digestiva dell’indomani e il susseguente concerto. Anche perché la notte del nostro concerto non possiamo restare a Napoli. Questo di per sé sembra un fatto ininfluente, ma è un dato importante. Perché: abbiamo diritto a una sola notte d’albergo, e abbiamo perciò deciso, avendone diritto, proprio come in quella canzone dei Massimo Volume, di beneficiarne anzitempo. Per cui rimarremmo scoperti (a patto di non pagarcela noi stessi, ovvio) per il nostro post-concerto, che abbiamo invece deciso di impiegare diversamente. Insomma, un casino. Ma siamo qui per vedere i R.E.M., al momento.

Con fatica raggiungiamo l’albergo. Con fatica convinciamo i receptionist a farci accedere al parcheggio interno perché il furgone è carico di strumenti e non si sa mai (cioè, in realtà si sa sempre; anche questa sembra una storia di eccessiva aderenza ai luoghi comuni, ma fuori dall’albergo staziona una volante della polizia perché si è appena verificato uno scippo). Con fatica usciamo in ritardo dall’hotel e chiediamo indicazioni. Saliamo sul primo pullman, che ci lascia a un incrocio, ci dice di camminare per un po’ e poi salire su un altro bus. Tutto questo gloriosamente senza biglietto. Dopo aver camminato quel po’ che l’autista ci ha indicato saliamo su un altro bus e gli chiediamo dove sta la zona del festival. Ce la indica e ci abbandona alla fermata giusta. Anche questo spostamento non ha previsto l’acquisto e l’obliterazione del biglietto causa fretta e chiusura dei chioschi atti alla vendita di. L’autista lo sa di sicuro, ma sopporta con tolleranza forse pure eccessiva i furbi di turno. Dalla fermata all’area del festival è un bel pezzo. Si cammina in un paesaggio tipico da concerti a qualsiasi latitudine, ossia zigzagando tra bagarini e banchetti che vendono merchandise non ufficiale. Com’è che si riconosce il merchandise non ufficiale? Mah, una volta avrei detto che la regola è semplice: se vuoi comprare la maglietta ufficiale del gruppo o del musicista che suona quella determinata sera devi cercarla nell’area del concerto. All’interno. Lì troverai una serie di maglie, felpe, bandane, pantaloncini e altri capi tutti griffati R.E.M., nel caso specifico.

Il merchandise ufficiale è naturalmente più costoso. È anche qualitativamente migliore, il cotone delle maglietta è più spesso, dura di più. E poi è in sintonia con quello che il gruppo sta facendo in quel preciso momento. Il gruppo ha appena pubblicato un disco nuovo ed ecco che dentro l’area del festival trovate il banchetto con le maglie con su scritto il nome del gruppo e un logo o delle altre scritte o un’iconografia che richiamano l’ultimo album. Fuori invece, quelli del merchandise non ufficiale sono sempre in ritardo di qualche anno. Mostrano magliette con su scritto un generico R.E.M. Questo genere di magliette all’interno della zona concerti proprio non si vedono. Sono un’altra cosa. Molte riportano addirittura una grafica che è poi quella adottata dai R.E.M. ai tempi di Monster, cioè un album uscito dieci anni addietro. Ciò detto: una cosa interessante da capire è: ma chi è che confeziona e gestisce quantità pantagrueliche di queste t-shirt? Un posto unico per tutta l’Italia? Oppure ogni città ha un suo grossista di riferimento e uno stilista che disegna apposite magliette taroccate a ogni tappa? Chi rifornisce i singoli (saranno almeno un centinaio stasera!?) banchetti unofficial? Che il mercato delle griffe fasulle prosperi è un dato di fatto, inconfutabile ogni qual volta si partecipa a un concerto del genere.

Le cose però stanno un po’ diversamente da come le immaginiamo. Tutto un po’ più opaco. Esistono sì dei concessionari di merchandise che gestiscono certi festival, arene o altro. Gente che paga e vanta quindi un’esclusiva. Rivenditori che, quando vedono troppi banchetti concorrenti fuori dalle aree di pertinenza – che attentano al venduto ufficiale – chiama la polizia o la guardia di finanza e gli dice: sentite, andate un po’ a controllare e a vedere se sono in regola. Ma ci sono anche i casi in cui si accetta di buon grado la presenza di questi operatori esterni: facendosi dare diciamo una percentuale dai rivenditori clandestini (che quindi così tanto clandestini poi non sono) per non sollevare problemi o allertare nessuno. In entrambi i casi, coloro che operano fuori dal recinto vengono gergalmente definiti “i napoletani”. Ed è un puro caso, o forse no vista l’abbondanza, che ci troviamo a Napoli. La definizione non nasce con connotazioni razziste: chiedendo conferma a un produttore di punta del settore che preferisce mantenere l’anonimato, la risposta è quella. Per tutta l’Italia. Il commercio esterno, non ufficiale, tarocco o come volete, è in mano ai napoletani. Gente cioè che proprio arriva da quell’area.

Un esempio di fantasia tarocca, per capirci e fare un passo indietro: durante la prima tournée italiana di Morrissey – anno 2000, ex voce degli Smiths – i falsificatori che stavano all’esterno dell’Alcatraz di Milano smerciavano t-shirt che davanti riportavano la scritta Morrissey con tanto di foto dell’interessato, mentre sul retro appariva una copertina di un vecchio disco degli Smiths accompagnato dal nome del gruppo. Un colpo di genio per non scontentare nessuno, nemmeno gli inguaribili fan di vecchia data che non hanno ancora dimenticato la band e che, come sempre accade in questi casi, seguono il solista più per dovere nei confronti del passato che per reale apprezzamento del suo lavoro. Purtroppo mancano simili azzardi stasera, a meno di non voler considerare tale la maglia con scritto R.E.M. davanti e il numero 3 sul retro, con chiara allusione al numero dei componenti rimasti nel gruppo. Chi, pur desiderandola ardentemente, ha saputo resistere fino alla fine del concerto la può ora acquistare a un prezzo stracciato, inferiore di almeno cinque euro al prezzo d’ingresso, cioè al prezzo a cui veniva venduta prima dell’inizio del concerto (sta poi alla coscienza dello spettatore decidere cosa fare in questi casi: certo che comprarla dopo dà sempre quel sentimento di occasione sprecata, anche se non lo si ammetterebbe mai).

L’area dove si svolge il festival è quella dell’ex Italsider, a Bagnoli. Una zona pietrosa e post-industriale: il buio non permette allo sguardo d’indovinarla per intero, compito che ci si ripromette per l’indomani. Anche perché ora la fatica è quella di sgomitare e dire permesso grazie per riuscire ad avvicinarsi quanto più possibile al palco. Che è maestoso, va da sé.

Quando entriamo stanno finendo di suonare gli Sparklehorse, che il pubblico (sgarbato come in genere riesce a essere il “pubblico rock” in questi festival messianici) mostra di non apprezzare. Pardon: ignorare. Inginocchiarsi davanti alla fragile grandezza del povero Mark Linkous, col senno di prima durante e dopo, suicida nel 2010. Linkous non interessa. Tutti quanti aspettano i R.E.M.: sono in trentamila, dicono gli organizzatori. È la prima volta del gruppo di Michael Stipe a Napoli, per cui ci si può ben immaginare l’attesa. E poi i R.E.M. arrivano sul palco e fanno il loro concerto: con Patti Smith ospite a sorpresa nei brani finali.

Michael Stipe parla diffusamente con i trentamila: dice questa canzone l’ho scritta quando avevo 19 anni, quest’altra quando ne avevo 22, questa è una richiesta giunta via mail al nostro sito. Qui si verifica quel fenomeno misterioso dei concerti rock. Nel senso: che in Italia ci si lamenta sempre della brutta figura che gli italiani fanno all’estero, che non sanno parlare una parola d’inglese. Oppure, titolo buono per l’ultima pagina di cronaca nazionale: siamo i peggiori d’Europa. Quando però si va a un concerto, questa nefasta impressione svanisce. Ciò è possibile accada perché tutto il “pubblico rock” conosce a menadito l’inglese e rappresenta la parte migliore della nostra società, solo che sfortunatamente questa gente non viaggia mai all’estero così che non può riscattare la pessima immagine dell’italiano cialtrone. Mettetela come volete, ma quando si partecipa a un concerto rock tutti sembrano sempre capire tutto di quello che si dice dal palco. Se per caso ti sei perso una battuta, il tuo vicino ti guarderà con sussiego come per dire ma sei imbecille, non hai capito? E se per caso gli chiedete un chiarimento su cosa ha detto, lì dal palco, il musicista in questione, lui vi guarderà seccato rispondendovi non vedi che sto sentendo? Te lo dico dopo, facendo il gesto della mano che si arrotola. In realtà il dopo non esiste, perché costui si dileguerà pur di non fare brutte figure e smascherare il fatto che anche lui, come quasi tutti gli altri, non c’ha capito niente e perciò non sa che raccontarvi. Il che non è mica una colpa, ma chissà perché ai concerti tutti mostrano sempre di capire tutto. Che non lo capiscano affatto è poi evidente da come cantano le canzoni durante il concerto.

Esempio di canzone cantata dal pubblico al concerto. Man on the Moon. Il pubblico durante la strofa fa: “nananananananananaà, yeah yeah yeah yeah”; poi ripete  “nananananananananaà, yeah yeah yeah yeah”; poi vuoto semilungo in cui qualcuno mugugna le parole Andy (che poi sarebbe Kaufman, il comico a cui è dedicato il brano, quello del film interpretato da Jim Carrey) e nothing, ma nessuno canta veramente il pezzo. È un brusio sommesso di vavavavavavà e parole zoppe. Poi arriva il ritornello e a) siccome grosso modo corrisponde al titolo della canzone b) l’abbiamo tante volte visto in tv col video dove Michael Stipe indossa uno stetson e sale come un americano sul bordo di un bus, allora lì tutti effettivamente gridano “if you believe/they put a man on the moon, man on the mooooooon” (anche se sul “they put” sono in moltissimi ad avere dei tentennamenti, per cui lasciano che passi e dopo “believe”, fingendo uno starnuto o un colpo di tosse, come quando non ci si ricordava a memoria le parole di una preghiera a messa, passano direttamente a “man on the moon, man on the mooooooon”, se è il caso salendo di nota, per emulare i coretti fatti dal bassista, Mike Mills, e mostrarsi così preparati sull’argomento).

Altri esempi a scelta dal repertorio di più o meno chiunque abbiate visto esibirsi dal vivo vi verranno in mente a iosa. Ma una cosa è certa: la gran parte di quelli che vanno a vedere concerti di musicisti stranieri (angloamericani) finge: finge di capire quello che hanno appena detto e finge di capire le battute. Lo si vede dalla maniera forzata in cui di norma lo spettatore ride, mica convinto, sempre traccheggiando per osservare se quello affianco ride pure lui, perché in quel caso sì, vuol dire proprio che bisogna ridere. Tutti assieme. Come mai abbiamo riso in vita nostra. Anche se la battuta fa schifo. O se non c’è niente da ridere. E se non ridi, quello affianco – che è poi quello di prima che ha già capito tutto del discorso – ti squadrerà con sufficienza. Quasi come se stessi indossando una maglietta taroccata.

Il concerto dei R.E.M. finisce e subito si spalancano dietro il palco degli open bar per gente dotata di pass. A loro volta gli open bar si spalancano su un golfo che il buio non lascia indovinare. Perciò ce ne torniamo in albergo, dribblando banchi del merchandise e traffico. Chi è venuto in auto rimane in coda per un tempo infinito. Cominciamo a sospettare che domani, quando torneremo qui, li troveremo ancora in coda. Ma pazienti, questo va detto: c’è una tolleranza che sa di profonda lettura di un male comune.

Commenti
4 Commenti a “Quella volta che vidi i R.E.M.”
  1. Nicola scrive:

    Gran bel pezzo, ma qualcosa non torna nel primo paragrafo: nel 1994 (Monster tour) Berry era ancora nei Rem, uscì nel 1997.

  2. Ludovico scrive:

    Bell’articolo! Grazie per aver rrispolverato ricordi in me ormai lontani :)

  3. Claudio scrive:

    Confermo l’osservazione di Nicola,
    nella data di Torino del 1994 il batterista Berry era ancora presente.
    Ebbe gravi problemi di salute a distanza di un paio di settimane prima di un’altra data europea.

  4. Federico Gnech scrive:

    Pezzo stupendo. Ho riso molto, nonostante il rimpianto per non aver mai visto i REM dal vivo.

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