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In senso narrativo

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Scrivere nonfiction: un intervento di Violetta Bellocchio, curatrice dell’antologia Quello che hai amato. Undici donne. Undici storie vere, in libreria per Utet. Nella foto: Faye Dunaway in Bonnie and Clyde, Arthur Penn, 1967.

di Violetta Bellocchio

Sto passando la giornata con Raffaella Ferré. Abbiamo fatto un libro insieme, ci stiamo conoscendo ora. Abbiamo lavorato a distanza – lei scriveva a Napoli, io leggevo altrove – e a metà settembre siamo ospiti del Festival delle Letterature Mediterranee, a Lucera. È una giornata eccitante. Sentiamo, tutte e due, di non voler perdere tempo. Siamo grate al festival per l’attenzione data al nostro libro, e perché ci rende possibile incontrarci di persona dopo aver lavorato insieme.

Il libro in questione è un’antologia di racconti nonfiction, Quello che hai amato. È il primo libro che seguo come curatrice/editor di altri autori, e il senso del lavoro che ho fatto, in questo momento, si agita davanti a me. So cosa spero di aver portato a casa, ma mi mancano le parole giuste per raccontarlo.

Le prime presentazioni sono sempre difficili: guardo altrove, sbaglio i verbi, apro parentesi. Il lavoro parlato è una disciplina su cui non mi sono formata affatto. Cresciuta per caso in un mondo professionale dove l’articolo o il saggio dovrebbe stare in piedi da solo, dove il racconto entra o non entra, dove il romanzo c’è o non c’è, dove regna la frase “devo vedere l’acrobata, non il filo”, ora mi trovo in un contesto dove mi si chiede di mostrare tutti i fili: portare alla luce il ragionamento dietro il lavoro, la logica dietro la pratica di scrittura.

Durante la giornata, Ferré e io scopriamo di avere un certo numero di prevedibili tratti in comune. Amiamo il lavoro e la possibilità di cambiare all’interno del lavoro. Abbiamo una consapevolezza della scrittura come mestiere – diversa, ma ce l’abbiamo – e proviamo tutte e due una certa quantità di orgoglio nello stare aggrappate al lavoro come ricerca personale. È una buona giornata per conoscerci, penso. I ruoli sono meno rigidi adesso, il libro esiste e andrà per la sua strada, la scuola è finita. Oggi siamo due persone che scrivono a Lucera. Parliamo tanto, tutte e due. Ferré mi racconta alcuni momenti della sua vita a Napoli, la città in cui abita. Sono cose di cui lei non ha scritto, non per me e non altrove. E lo stesso mi ritrovo a dire, sì, lo so. Cioè – aggiungo – in senso narrativo.

Lo diciamo tutte e due, oggi. In senso narrativo. Chi lo dice per prima, lei o io? Non ricordo. C’è comunque un accordo. Viene tirata una linea. Non credo di conoscere la tua biografia solo perché leggo la tua nonfiction, però capisco. Ho visto una parte della tua umanità dentro quello che scrivi. La vedo sempre.

Raffaella Ferré è un’autrice che ho scelto di seguire in base al suo ultimo romanzo e a una serie di racconti nonfiction, ed è una di quelle per cui uso sempre le parole sbagliate – l’ho definita “prorompente”, “forte personalità”. Finisco per raccontarla come se fosse una concorrente a un talent show, lei l’artista che scalda i muscoli in primo piano e io il narratore che legge male fuori campo. (Posso fare di peggio: lei la talentuosa e vitale scrittrice napoletana, io la ragazza triste seduta in fondo all’autobus.) 

Ferré ha trovato il suo punto d’incontro tra ambizioni e soluzioni, si muove nella pagina in una maniera che appartiene a lei. L’ho voluta per quello: la leggo per quello. Da lei posso imparare molto. È stato importante, per me, seguirla come curatrice senza chiederle di irrigidirsi, di stringere, di chiudere la storia dentro confini più severi. In fase di editing, ho trovato le parole dentro le immagini: non voglio riaprire le mail, ma credo di avere spinto parecchio sul versante “acqua”; il suo racconto come il fiume, gli episodi chiave del racconto come isole emerse che potevano forse staccarsi di più rispetto alla superficie. Cose che, se fossero state dette a me, sarebbero state accolte con un calmati un po’, Capitan Findus, qualcun altro le ha perdonate.

Le domande tradizionali – le domande “giuste”, per chi vuole avere a che fare con la nonfiction come genere – Ferré se le era già poste da sola, come se le erano già poste, da sole, le autrici raccolte nell’antologia; e loro quelle domande se le erano già fatte, perché è normale farsele, nella scrittura in generale. “Chi sta raccontando questa storia, e perché la racconta?” “Quale luce gettiamo sui fatti raccontati, e quali fatti isoliamo all’interno di una storia più grande?”

Le domande base della nonfiction sono l’ABC della narrazione. Molti di noi si fanno queste domande, si danno una risposta teorica, valutano, durante il lavoro, la forza reale di quelle risposte applicate a quella storia in particolare, e decidono – o sentono – cosa è meglio per il lavoro. Quindi, nel momento in cui scriviamo nonfiction, abbiamo già preso atto di cosa può essere il racconto, il personaggio, la scena, però magari scopriamo che messi davanti alla nostra storia perdiamo alcuni dei nostri vizi. Alcuni difetti che ci trascinavamo dietro spariscono dalla pagina perché, amico, tu eri lì. Tu eri lì, e conosci molto a fondo la materia che stai raccontando, e allora trovi il linguaggio, il punto di vista, il colore, la luce.

(Tra le cose che io vedo accadere più spesso: la scomparsa dei gesti inutili per movimentare i dialoghi. Nessuno attraversa stanze, nessuno chiude finestre, nessun pacchetto di sigarette viene tormentato. È bellissimo.)

Per alcuni di noi, la nonfiction è quello che ci porta al cuore delle cose. La mano che apre la porta. Arriviamo a toccare i fatti, trovare le parole. È una forma di liberazione narrativa che può essere scambiata per catarsi individuale.

Se scriviamo nonfiction, non è perché il vissuto sia più potente dell’invenzione – sappiamo bene quanto potere e quanta gratitudine siano contenuti nell’azione di dare i nostri occhi a un personaggio, e nell’andare a scoprire un mondo attraverso quello sguardo.

Scriviamo nonfiction perché esistono pezzi di vita che non ci portano a nulla se tentiamo di usarli come semplice materiale di lavorazione. Se a un personaggio diamo una parte di noi come backstory, lasciamo che quei fatti vadano a contaminare la storia di qualcun altro.

La mattina, a Lucera, tengo quello che doveva essere un laboratorio di scrittura creativa con un gruppo di studenti delle scuole superiori. Provo a fare un gioco con loro. Pensate a un segreto, chiedo, pensate a qualcosa di voi che non sa nessuno. Poi chiedo loro di ragionare intorno ai molti modi in cui quel segreto potrebbe essere raccontato. Meglio usarlo come materiale o come scintilla per una storia di finzione? Meglio scriverne in prima persona? Cosa cambia nella storia, cosa cambia per chi la racconta? A un certo punto faccio un esempio: con un gruppo di insegnanti sedute in prima fila – e con settanta compagni in aula – nessuno alzerà la mano per confessarsi, allora gli racconto il mio, di segreto. In breve, non mi piace una persona. Gli studenti dicono che se io ho dei problemi con una persona, invece di scegliere come trattarli, questi problemi, in chiave fiction o nonfiction, potrei semplicemente scrivere altro. Gli studenti dicono, “tu e la tua amica non potete parlarvi tra voi e basta?”. Non avete abbastanza a cuore le mie bollette, dico io. Poi una ragazza parla del Trono di spade. Una mattinata produttiva per tutti.

La sera, al festival, parliamo del fantasma della storia personale. È qualcosa con cui hanno ammesso di litigare, negli ultimi vent’anni, autori che si muovono tra fiction e nonfiction. Alcuni trovano una dramatis personae che svolta tutto; è abbastanza perché un fatto accaduto a loro diventi un materiale di lavorazione tra i tanti. (Forse Junot Diaz è l’esempio migliore.) Ad altri non basta, usare il fatto come materiale. Altri sentono che i fatti, trasportati in un romanzo, danneggiano il romanzo. Questi autori parlano della storia personale come di un fantasma che si agitava nella loro fiction, la sabotava dall’interno, ed è stato neutralizzato solo scrivendone apertamente. (Kathryn Harrison ha scritto due romanzi con padri incestuosi – in potenza o in atto – prima di scrivere il memoriale The Kiss, argomento: l’incesto, protagonista: lei. Rivendico il valore di questo esempio, anche se non si tratta di un’autrice troppo apprezzata nel nostro paese.)

Se io parlo del fantasma della storia personale, è perché credo che farci i conti significhi avere meno libri mediocri in circolazione. Da lettrice, ne posso ricavare un po’ di buona nonfiction, un po’ di buoni romanzi. Da occasionale insegnante, mi risparmio un sacco di fatica. Da autrice, forse mi posso evitare un errore inutile.

Qui e ora, mi viene chiesto di motivare le mie scelte narrative di fronte a una comunità per cui il libro parlato è materia di studio. A porte chiuse, mi viene chiesto di vivere dentro la pagina, perché il mio lavoro non perda consistenza.

Al termine dell’incontro, uno spettatore chiede a me e Ferré quali autori di nonfiction possiamo consigliare. Io suggerisco di leggere Tobias Wolff. Il libro della mia vita è Il colpevole, Wolff lo scrittore che mi ha spinto a seguire la voce di un autore attraverso generi e formati diversi, dai memoriali ai racconti, partendo da un romanzo breve. La sua voce crea le condizioni perché si possa stare in un momento comune, il lettore, lo scrittore e la storia, ed è in nome di questo momento che per un creatore uso la parola “umanità”, o “presenza”. Quando dico che un testo è lived-in, “vissuto”, “abitato”. C’è la traccia di un passaggio umano all’interno di un oggetto. Non so se ho convinto qualcuno.

In serata, a Ferré dico, è un periodo molto duro, sento di non aver messo radici in nessun posto – le dico, forse l’unico posto in cui ho provato a mettere radici è il lavoro. Se quello non gira, io non ho niente. E lei dice: sì, lo so. In senso narrativo.

(Un mese più tardi, penserò che sto imparando a leggere e scrivere; ho curato un’antologia per imparare a seguire con attenzione il lavoro degli altri, per migliorare gli strumenti che uso nel mio, di lavoro, per chiedere a me stessa una maggiore cura rispetto ai prossimi libri. Tutto quello che ho, l’ho imparato mentre lo stavo facendo. Penserò spesso alla frase dipinto coi piedi.)

Commenti
2 Commenti a “In senso narrativo”
  1. quasi/scrive scrive:

    Mettere radici in nessun posto e rami in ogni luogo è la prescrizione implicita, e violentissima, – proprio perché ubiquitaria e sottile – che la modernità globalizzata infligge ogni secondo della nostra povera esistenza. Unico suo fine è darci metamorfosi in sé stessa, una macchina morta e in continua espansione.

    Il fascismo l’aveva inteso, rispondendo alla violenza del messaggio con quella dell’azione. È morto. Già nel mito greco, del resto, il multiforme Achille sopravvive all’invidia deorum. A differenza di Aiace, che ne viene terribilmente umiliato. Non molto diversamente da Mussolini, in piazzale Loreto, in mezzo a un popolo di pecore.

    Sono fascista, io? Oh, più sì che no. Indubbiamente.

    “Toccare i fatti, trovare le parole”. Il contrario no?

    Capisco che l’estetismo disincantato sia un rifugio sicuro dalla realtà. Chi tocca le parole, però, – chi senza mediazioni si dispone a intenderne il senso non per sé ma per le cose – la trova. Naturalmente, è pericoloso.

    Lo dice anche quel garbato intell antifascista del Girard, ne La voce inascoltata della medesima.

    Saluti,

    Q.

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