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Quello che spero io (un piccolo regalo per Pasquetta)

Uno dei migliori scrittori americani viventi è David Means. Jonathan Franzen gli dedicò Le correzioni. Gli attestati di ammirazione dei suoi colleghi scrittori sono negli anni cresciuti a dismisura. In questi giorni Einaudi ha mandato in libreria la sua ultima straordinaria racconta di racconti, Il punto (The spot), uscita negli Stati Uniti nel 2010, tradotta ora da Silvia Pareschi. Prima del Punto, di Means in Italia erano uscite altre due raccolte di racconti (ne ha scritte quattro in tutto, solo la prima A Quick Kiss of Redemption non è tradotta): Il pesce rosso segreto (2004) pubblicato da Einaudi nel 2006 sempre con la traduzione di Silvia Pareschi; e Episodi incendiari assortiti (2000) pubblicato da minimum fax nel 2003 tradotti da Matteo Colombo. Un’introduzione amorosa all’opera di Means la potete trovare su Rivistastudio, in un articolo di Cristiano De Majo, qui. Una lunga, bellissima, intima intervista gliela fece ormai dieci anni fa Martina Testa e la potete trovare qui.
Quello che invece potete leggere qui sotto è un brevissimo racconto tratto dalla raccolta
Episodi incendiari assortiti. Buona Pasquetta con David Means. Tanto noi ne continueremo a parlare, anche a breve.

di David Means

Non voglio più che nei miei racconti la gente muoia. D’ora in poi dovrà essere una vita meravigliosa. La luce della sera che si vede dal traghetto per l’isola baluginerà un istante per poi sparire dietro l’orizzonte, portandosi dietro l’ultimo spicchio di sole; loro due si appoggeranno sul parapetto spalla contro spalla, avvertiranno il tenue rollio della barca, e sapranno che una volta arrivati al bed and breakfast – il sacchettino di pot pourri appeso nell’armadio e la mentina sul cuscino – si svestiranno e si ammireranno a vicenda nel loro nudo splendore. Il giorno dopo affitteranno due biciclette e pedaleranno controvento finché non avranno le cosce indolenzite (a casa, in città, non vanno mai in bicicletta); andranno a fare un pic-nic lontano, sull’altro capo dell’isola, in una caletta riparata dal vento. Di tanto in tanto un soffio di vento spargerà sabbia sulla loro insalata di patate. Lì si baceranno lentamente e lui le leccherà la salsedine dalle labbra e si stupirà del contrasto tra il calore della sua bocca e il freddo intenso dell’aria in fondo alla cala, dove si infrangono le onde. Tornando indietro, questa volta con il vento a favore, proveranno l’ebbrezza di un jet che sfreccia lasciando la scia, allargheranno le braccia, spinnaker per catturare il vento. Parcheggeranno le biciclette sulla veranda, chiuderanno i lucchetti delle catene e si dirigeranno a passi incerti verso l’ingresso, con le gambe che non li reggono. Dio come saranno stanchi, con le gambe meravigliosamente molli, come se poggiassero i piedi a terra per la prima volta dopo anni; e nell’angoscia di quello sfinimento faranno l’amore di nuovo, su in camera, semisvestiti, dopodiché si addormenteranno saltando la cena, svegliandosi soltanto quando ormai fuori è già buio pesto e con il brivido del temporale che imperversa, con la sensazione appena percepibile di essersi persi qualcosa, qualcosa di estremamente importante. Nel corridoio la porta cigola e l’uomo laggiù in fondo, che loro immaginano essere un lupo solitario, avanza lentamente verso il bagno (in comune), e tutti e due restano in ascolto, trattenendo il fiato per sentire lo scroscio della pipì nell’acqua, che non li fa più ridere come la prima volta che l’hanno sentito, al mattino, ma che ora suona invece come qualcosa che va fatto, acqua fredda e immobile contro altra acqua in una tazza di porcellana. Se nel racconto nessuno morirà, ecco come andrà a finire: con loro due che il giorno dopo salgono di nuovo sul traghetto e fanno ritorno alla terraferma, osservando il paesaggio scivolare dietro la barca, con i gabbiani che sfrecciano al di sopra della scia, e l’iniziale forma a V della scia stessa che si allarga stemperandosi nell’eterno tumulto dell’Oceano Atlantico settentrionale.

Commenti
6 Commenti a “Quello che spero io (un piccolo regalo per Pasquetta)”
  1. Andrea scrive:

    Se nel raconto nessuno morirà.
    Un po’ come nella vita.
    Grazie del bellissimo regalo pasquale (ah, corro a comprare Il punto).

  2. mariafrancesca scrive:

    Bel regalo! Un piccolo ovetto di cioccolata! La banale quotidianita’ e ‘ molto piu’ rassicurante di una vacanza fantastica in un luogo perfetto. La quotidianita’ ha delle pieghe perfette per sfuggire alle proprie imperfezioni e paure!

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  1. […] vi avevamo promesso – dopo avervi fatto leggere a Pasquetta un suo racconto, dopo avervi seganalato un’introduzione capillare e amorosa alla sua opera su Rivistastudio a […]

  2. […] vi avevamo promesso – dopo avervi fatto leggere a Pasquetta un suo racconto, dopo avervi segnalato un’introduzione capillare e amorosa alla sua opera su Rivistastudio a cura […]

  3. […] La frase. No. Niente frasi. Leggete qui. […]

  4. […] Questo racconto di David Means dimostra una volta di più l’ancestralità connaturata all’azione dell’uomo che al netto delle proprie fughe in avanti e del proprio desiderio di giustificare la necessità di porre ed imporre una distanza fra il Sè dell’istinto e quello dell’agire razionale, è comunque destinatoa ad emergere, increspando la superficie del pozzo melmoso, modificandone le geometrie, estendendone e comprimendone la superficie. Uno scrittore di racconti ha poco spazio e sceglie consapevolmente di sottoporre il proprio spirito di osservazione ad una inevitabile condensazione. Ma, come noto, la compressione di talune molecole finisce col generare conseguenze inattese, talvolta esplosive, detonanti, “episodi incendiari assortiti” in buona sostanza. C’è da presumere che il più grande scrittore contemporaneo abbia intravisto in David Means quella capacità di scandagliare le profondità e di intuire le potenzialità dei fondali più oscuri, quelli dove abitano i pesci più strani e più brutti, con le lampade penzolanti sulla fronte e gli occhi piccoli e la corazza a scaglie. I babau, l’uomo nero, i mostri prodigiosi. Non c’è ombra, nella scrittura di David Means, che non nasconda un lato ulteriormente oscuro, un richiamo alla caverna di Lascaux, il desiderio di trovare nel buio del vissuto ordinario il miracolo stesso della vita, del suo ripetersi, quella sensazione tipicamente associata alla natura umana di attesa, di potenziale redenzione, di effettivo riscatto o rivincinta od opportunità e poi, improvvisamente, tutto scorre e l’ordine, al solito, è costituito. […]



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