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Quello che ci lascia Philip Roth

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Pubblichiamo un pezzo apparso su Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

«Rimane il fatto che capire la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando».

È a questo punto di Pastorale americana, uno dei migliori romanzi del secondo Novecento, che Philip Roth, se non il più grande in assoluto (come lui nati nei Trenta: Thomas Pynchon, Toni Morrison, Cormac McCarthy) probabilmente il più robusto, il più tenace, il più influente, il più completo scrittore americano della sua generazione e di quelle a seguire, portava il suo alter ego Nathan Zuckerman a nutrire i primi dubbi sulla propria ricerca e noi lettori a morire di piacere tra le pieghe di una storia in cui nulla è come sembra.

Oggetto dell’indagine: Seymour Levov, lo “Svedese”, ex atleta modello, simbolo di una presunta innocenza americana e vecchia conoscenza dell’io narrante. Addentrarsi nella vita di Levov ormai anziano – scoprire, dietro la rispettabilità borghese, una tragedia privata resa più insopportabile dal sale della commedia – porterà Zuckerman a smantellare uno dopo l’altro (la famiglia,il matrimonio, il patriottismo, il diritto alla felicità) tutti i pilastri su cui gli Stati Uniti avevano creduto di reggersi.

Adesso, che Philip Roth è morto e Donald Trump non smette di twittare, guardiamo ammirati quel formidabile libro (e gli altri di Roth che sopravvivranno al quarantacinquesimo Presidente dell’Unione, e a quello successivo, e a quello dopo ancora) come un’oasi di intelligenza in un deserto di qualunquismo, un inno alla complessità scagliato contro un tempo – i nostri anni, gli ultimi di un Roth allarmato da quanto vedeva in giro – che punta tutto sulla semplificazione. Ma gli esseri umani non sono semplici per niente, e su questo Roth ci ha impartito per mezzo secolo una lezione magistrale.

Pastorale americana è del 1997. Il romanzo lascia tutti di stucco. Massimo della complessità nel massimo della leggibilità Per audacia, abilità, profondità, freschezza, coraggio dei temi affrontati, uso di lingua e struttura, è subito chiaro a quali altezze si stia giocando. La cosa più stupefacente è la serie di capolavori, a dir poco annichilente, che Roth in quel periodo riesce a licenziare uno dietro l’altro senza fermarsi un attimo. Operazione Shylock è del 1993, Il teatro di Sabbath del 1995, Ho sposato un comunista del 1998, La macchia umana del 2000, L’animale morente dell’anno successivo. Quale altro scrittore americano – eccettuato forse Faulkner nel decennio 1929-’39 – era riuscito a dare così tanto in così poco tempo?

Aggiungete che lo scrittore sessantaquattrenne di Pastorale era anche quello che, quasi trent’anni prima, aveva provocato già un terremoto pubblicando Lamento di Portnoy, un magnifico gesto di indipendenza e insieme un atto d’amore verso le debolezze della natura umana (così ridicola, sconcia, imprevedibile) scambiato per oltraggio al comune senso del pudore.

Dotato della rara capacità di imporre una misura a un talento straripante, Roth è stato spesso definito un campione tardivo del naturalismo, un Émile Zola precipitato nella comunità ebraica di Newark mentre gli Stati Uniti (come la Francia un secolo prima) diventavano il paese più influente del mondo. Certo Roth ha eccelso in ogni disciplina a cui si è dedicato. È stato un ottimo autore di short stories (l’esordio di Addio Columbus), ha raccontato mirabilmente la follia del sesso (da Portnoy in poi), si è emancipato dalle proprie origini in modo pressoché istantaneo (indignò l’ala più ortodossa della comunità ebraica dai primi racconti pubblicati sul «New Yorker», e del resto lo stesso Roth citava divertito Czeslaw Milosz: “when a writer born into a family, the family is finished”) ma al tempo stesso ci ha regalato uno dei più alti esempi di amore filiale e autofiction ante litteram con Patrimonio, tutto incentrato sulla morte di suo padre.

Ha inventato uno degli alter ego più riusciti di sempre (il ciclo di Zuckerman, ma non dimentichiamo David Kepesh), e ha reso omaggio ai suoi maestri senza lasciarsene schiacciare (Saul Bellow) o arrivando quasi a parodiarli (probabilmente Bernard Malamud dietro Lo scrittore fantasma; così come, in un magnifico gioco incrociato, Bellow aveva parodiato e omaggiato a propria volta Delmore Schwartz ne Il dono di Humboldt). Ha raccontato divertendosi gli Stati Uniti di Nixon (Cosa Bianca Nostra) e in modo sublime l’America ai tempi dell’affaire Lewinsky (La macchia umana). Addirittura Roth si è cimentato in una distopia che rischia adesso di apparire una premonizione (The Plot against America è tornato con prepotenza tra gli scaffali delle librerie americane dopo l’elezione di Trump).

Roth il più grande naturalista del secondo Novecento? Nasciamo senza averlo deciso, preghiamo un dio che non esiste, in una famiglia che amandoci rischia di distruggerci, siamo schiavi del sesso, lottiamo per ottenere un premio che non ci renderà felici, fraintendiamo ogni cosa quanto più ci sentiamo vicini alla soluzione di un problema, a un certo punto moriamo ed ecco tutto­ – sono questi pochi accordi che danno vita, prodigiosamente, all’infinità di combinazioni capaci di far risplendere da secoli l’arte di raccontare storie.

Questo per Philip Roth è certamente vero, ma c’è persino altro. Se Pastorale americana e Lamento di Portnoy sono i suoi libri più famosi, il più estremo e forse il più bello di tutti è Il teatro di Sabbath. Qui il comico acquista una profondità ulteriore, il sesso rima perfettamente con la morte, e attraverso l’unico dei suoi campioni non borghesi, il burattinaio dissoluto Mickey Sabbath, così vitale, disperato, impietoso, violento, Roth riesce a ingaggiare a un certo punto un dialogo con Shakespeare: il cimitero dove Sabbath si masturba sulla tomba dell’ex amante Drenka è lo stesso in cui Amleto vede il teschio di Yorick, un cimitero, un castello, la stanza di un hotel, la dimensione altra in cui l’arte, mostrando le colonne d’Ercole dell’uomo, lo scopre sotto una luce che in natura non esiste.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.

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