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Quello che può una statua. L’agire politico tra spazio pubblico e significati storici

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La notte tra il 12 e 13 giugno a Milano la statua dedicata ad Indro Montanelli è stata cosparsa di vernice rossa, mentre sulla base della scultura in bronzo è stata lasciata la scritta ‘’razzista stupratore’’. La statua, inaugurata nel 2006 durante la giunta dell’ex sindaco Gabriele Albertini (al tempo Forza Italia), è tutt’oggi situata in una zona centrale di Milano, Porta Venezia, all’interno dei giardini pubblici che dal 2002 sono intitolati al giornalista e fondatore de Il Giornale, quotidiano che ha avuto la prima sede proprio nei pressi dei giardini, nel Palazzo dell’informazione di piazza Cavour.

L’atto dello scorso venerdì sera è stato successivamente rivendicato in quanto azione politica dagli studenti e dalle studentesse del collettivo milanese LuMee Rete Studenti Milano in un lungo post su Facebook con cui hanno spiegato le motivazioni del gesto in relazione principalmente alle idee di lotta, di mondo e di pratica politica connaturate ai simboli e ai flussi che la storia ha assunto e continua ad assumere. Hanno infatti dichiarato, tra le varie cose, che ‘’In un momento globale così importante – che da ogni parte del mondo ci vede capaci di infrangere barriere e abbattere idoli di un mondo che non deve più esistere – crediamo che figure come quella di Indro Montanelli siano dannose per l’immaginario di tuttx. Un colonialista che ha fatto dello schiavismo una parte importante della sua attività politica non può e non deve essere celebrato in pubblica piazza.’’

Le principali critiche ed accuse nei confronti di Montanelli, protratte in modo più deciso nell’ultimo decennio, riferite alla sua persona e della sua immagine pubblica, sono legate all’aver comprato, sposato e stuprato una bambina eritrea di dodici anni, Destà – o Fatima, come chiamò lui stesso in un’intervista pubblicata solo nel 2010 per Correva l’anno (‘’Indro Montanelli. Storia di un grande provocatore’’) – nel 1936, durante la guerra colonialista dell’Italia in Etiopia, ex Abissinia.

Il giornalista infatti, dopo aver collaborato con varie testate in tutto il mondo durante la gioventù, decise di arruolarsi come volontario nel 1935 in un battaglione coloniale, prima di rimanere ferito in combattimento ed iniziarea prestare servizio come giornalista presso l’Ufficio Stampa e Propaganda; negli anni della guerra d’Etiopia, Montanelli scrisse una delle sue opere di maggior successo, ‘’XX Battaglione Eritreo’’, in cui nel raccontare l’esperienza di combattente sostenne: ‘’Questa guerra è per noi come una bella lunga vacanza dataci dal Gran Babbo – riferendosi a Mussolini – in premio di tredici anni di scuola. E, detto fra noi, era ora.’’

Non è però la prima volta che la statua di Milano viene imbrattata o scritta: già nel 2012 la statua venne cosparsa di vernice rossa e venne anche fatto trovare all’interno del cappello di bronzo un finto ordigno; nel 2018 la scritta ‘’giornalista’’ situata sul piedistallo è stata coperta con la scritta ‘’Stupratore di bambine’’ accompagnata da un cartellovicino alla scultura con scritto ‘’Giardini vittime del colonialismo’’; l’8 marzo dello scorso anno, durante il corteo trans femminista del movimento Non Una Di Meno, è stata nuovamente imbrattata dalle attiviste con della vernice rosa.

L’ultimo atto politico (non vandalismo) nei confronti della statua di Montanelli e del suo simbolo è stato proprio quello della settimana scorsa e la cui intenzionalità è stata mossa, anche, a partire dall’appello dell’associazione Sentinelli di Milano, che all’inizio del mese aveva chiesto tramite un appello su Facebookal sindaco di Milano Giuseppe Sala e all’intero Consiglio comunale la rimozione della statua affermando: ‘’Noi riteniamo che sia ora di dire basta a questa offesa alla città e ai suoi valori democratici e antirazzisti e richiamiamo l’intero consiglio a valutare l’ipotesi di rimozione della statua, per intitolare i Giardini Pubblici a qualcuno che sia più degno di rappresentare la storia e la memoria della nostra città…’’.

Più in generale, quest’ultimo gesto ha evidentemente seguito la scia delle attuali proteste negli Stati Uniti, nate dall’assassiniodi George Floyd da parte di agenti della polizia, lo scorso 25 maggio nella città di Minneapolis. Le proteste, che dal Minnesota si sono estese gradualmente a tutti gli stati americani e non solo, ad oggi appartengono ad una pratica politica che si riferisce globalmente al movimento di Black Lives Matter; questo movimento, che ha avuto un enorme portata mediatica e politica nell’ultimo mese circa, è nato dalle rivendicazioni degli afroamericani e delle afroamericane che in seguito all’omicidio di Floyd hanno dato vita a qualcosa che è molto più di un movimento antirazzista: le persone nere si sono mobilitate per combattere con la propria voce e i propri corpi il razzismo intrinseco di un sistema che riproduce le proprie disuguaglianze nelle direzioni di potere, che si manifesta spesso con la cosiddetta police brutality e con cui si sono costruiti sistemi socioculturali fondati sul suprematismo bianco – inteso capillarmente non solo nell’ambito di discriminazioni razziali ma anche di dinamiche relative ai concetti di whiteness o white savior complex – in relazione ad istanze che necessitano di pratiche intersezionali, inevitabilmente femministe, antisessiste e anticlassiste.

Non si può prescindere da classe e genere per parlare di razza e per riflettere sul discorso razzista perché vorrebbe dire eliminare a priori lo spazio di corpi che si muovono all’interno di strutture sociali, culturali ed istituzionali connesse e che dal passato al presente agiscono i propri significati in spazi che sfuggono ai processi assimilazionisti e all’impronta del privilegio bianco. La violenza agita da un oppresso non è mai uguale alla violenza agita da un oppressore, la violenza che subisce un nero non è mai uguale alla violenza che subisce un bianco e la violenza che subisce una donna non è mai uguale a tutto il resto.

L’iconografia delle statue che vengono buttate giù è attualmente valorizzata a livello planetario proprio a partire dalle proteste americane e in generale, da più tempo, da un’ostilità politica e storica nei confronti dei simboli della colonizzazione e dello schiavismo, nell’idea-movimento del ‘’all monuments must fall’’. Il colonizzatore e il confederato appartengono e vengono inseriti sistematicamente all’interno di linee di discendenza razziste e patriarcali, come sostenne nel 2017 la scrittrice e storica Karen Cox in un articolo intitolato ‘’Why Confederate monuments must fall’’; l’autrice in riferimento all’istituzione di centinaia di statue di questo tipo presenti sull’intero territorio americano sostenne che ‘’hanno riproposto i soldati confederati come eroi che combattevano non per l’istituzione della schiavitù, ma per La causa perduta, la mitologia della Confederazione come una grande civiltà patriarcale’’ (traduzione dal New York Times).

Negli ultimi giorni sono state abbattute infatti le statue di Cristoforo Colombo presenti a Richmond (Virgina) e Minneapolis, mentre altre statue sempre di Colombo sono state attaccate in vari modi (decapitate, imbrattate, ecc.) ad esempio a Boston o Miami. Anche in Europa sono state abbattute e imbrattate delle statue: lo scorso 8 giugno a Bristol, nel Regno Unito, è stata abbattuta la statua di Edward Colston, inglese mercante di schiavi africani, durante una manifestazione di protesta molto partecipata; negli stessi giorni a Londra è stata imbrattata la statua di Winston Churchill, coperta dalla scritta ‘’Era un razzista’’ e per questo motivo, in vista di nuove manifestazioni del movimento BLM, è stata successivamente coperta con un involucro, provvedimento che ha generato forti attriti anche tra il sindaco londinese Sadiq Khan e il primo ministro inglese Boris Johnson. Ad Anversa sono state le stesse autorità locali a rimuovere e portare in un museo locale la statua dell’ex re del Belgio Leopoldo II, esponente della sanguinosa impresa coloniale ed imperialista in Congo; in Belgio inoltre si sta proponendo tramite una partecipatissima petizione, accolta anche dalla maggioranza di governo, di rimuovere tutte le statue dell’ex re, chiedendo anche un gruppo di lavoro parlamentare‘’per decolonizzare gli spazi pubblici’’. Tutte queste statue e tutte queste azioni hanno in sé l’eredità storica e la coscienza politica di un passato che non ridefinisce la propria storia bensì i significati del presente.

La rilevanza di queste azioni politiche non si trova in un dibattito univoco che si propone in termini di statua sì o statua no, Montanelli sì o Montanelli no, come quello che si sta svolgendo tra le penne di alcuni personaggi pubblici italiani riguardo la statua di Milano; la discussione che si dovrebbe sottolineare è molto più importante e tratta un problema molto più ampio, proprio perché ha in sé questioni e nodi problematici che ragionano sul rapporto tra passato e presente, sul piano politico e storico: il discorso razzista in Italia, il rapporto tra colonialismo e postcolonialismo, i temi dell’elaborazione e della rimozione, l’idea di memoria e la gestione dello spazio pubblico, i simboli e la ritualizzazione.

In Italia è presente un razzismo legato alla mancata elaborazione pubblica del proprio passato coloniale. Questo razzismo si esprime nella continua costruzione di sistemi di potere che riproducono i significati del suprematismo bianco, nelle prospettive di razza, di genere e di classe; è un razzismo che si nutre dei privilegi che semina e dell’esclusione sistemica generata dai dispositivi politici degli ultimi venti anni (il berlusconismo, il populismo, la crisi dei partiti, la rappresentanza e le rappresentazioni, la precarietà, le logiche meritocratiche, la povertà, la mancanza di servizi, i Prima gli italiani! che sono sempre un prima-io-maschio-bianco): quando lo scorso 12 giugno Mohamed Ben Ali muore carbonizzato, come tanti braccianti prima di lui, a causa di un incendio divampato nella baraccopoli di Borgo Mezzanone che ospita, in condizioni pietose e con il riconoscimento neanche minimo di diritti, migliaia di braccianti sfruttati; quando le morti nel Mediterraneo continuano perché non c’è alcuna attenzione, che non sia reazionaria, alle politiche migratorie e ai diritti sociali; quando lo Ius soli è una battaglia di pochi e una richiesta che si protrae da anni; quando una delle manifestazioni più partecipate degli ultimi anni è stata quella di Macerata, in seguito all’attentato da parte di Luca Traini a sei persone nere; quando la maggioranza di governo non ha evidentemente alcuna intenzione di combattere davvero per la cancellazione dei Decreti Sicurezza, che impongono ad oggi condizioni legali e burocratiche di sottomissione etnica; quando il Corriere della Sera, uno dei maggiori giornali italiani per numeri e tiratura, sottotitola la pagina dedicata all’imbrattamento della statua nei giardini di Milano con ‘’L’attacco a Montanelli e i nostri valori messi a rischio’’ (da chi? Quali valori?); quando raccontare la verità su ciò che è stato Montanelli – per gli atti e per la storia uno stupratore e un fascista – e pretendere un riconoscimento pubblico della giustizia rispetto la storia relativa alla sua figura, viene considerato un oltraggio da parte di importanti rappresentanti delle istituzioni.

In Italia esiste un grande movimento antirazzista, trasversale, che si interroga molto, che attraversa le lotte e che si fa attraversare dalle istanze delle femministe, che però non corrisponde e non si identifica non solo con le destre ma neanche con il centrosinistra e le sue politiche. Beppe Sala, due giorni dopo l’azione alla statua di Montanelli, ha pubblicato un video su Facebook in cui tranquillamente e aprioristicamente sostiene che ‘’Montanelli è stato di più, è stato un grande giornalista, è stato un giornalista soprattutto che si è battuto per la libertà di stampa’’ e ancora ‘’Noi quando giudichiamo le nostre vite, possiamo dire che la nostra vita è senza macchie, senza cose che non rifaremmo?’’.

Non è l’unico a portare avanti una tesi simile: il gesto dei collettivi studenteschi è stato condannato anche da persone non propriamente di destra, omaggiando la memoria di Montanelli in quanto ‘’grande giornalista’’ e riproponendo la retorica disonesta del ‘’ha fatto anche cose buone’’. L’opera di Montanelli e la sua persona ci pone di fronte ad un giudizio inevitabilmente politico quando al termine della sua vita, nel 2000, racconta, peraltro a partire dalla domanda di una lettrice diciottenne, sulla sua rubrica La stanza di Montanelli per il Corriere, quella vicenda in Abissinia e il rapporto con Destà, la sposa dodicenne (secondo fonti precedenti anche dello stesso Montanelli, ma qui definita quattordicenne) comprata alla convenuta cifra di 350 lire: ‘’La ragazza si chiamava Destà e aveva 14 anni: particolare che in tempi recenti mi tirò addosso i furori di alcuni imbecilli ignari che nei Paesi tropicali a quattordici anni una donna è già donna, e passati i venti è una vecchia. Faticai molto a superare il suo odore, dovuto al sego di capra di cui erano intrisi i suoi capelli, e ancora di più a stabilire con lei un rapporto sessuale perché era fin dalla nascita infibulata: il che, oltre ad opporre ai miei desideri una barriera pressoché insormontabile (ci volle, per demolirla, il brutale intervento della madre), la rendeva del tutto insensibile’’.

L’articolo termina con un messaggio alla giovane lettrice: ‘’Spero di non averti scandalizzata. Se l’ho fatto, è colpa tua’’. Forse bisogna ripetere che questo articolo è del 2000, più di sessant’anni dopo la guerra dell’Italia in Etiopia e dopo l’esperienza del giovane Montanelli con la bambina. Siamo posti di fronte ad un giudizio politico anche quando leggiamo i suoi scritti, quando nel 1936 scrive sul mensile Civiltà Fascista che ‘’non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Almeno finché non si sia data loro una civiltà’’, oppure quando in opere come Il generale Della Rovere mente raccontando la propria presunta condanna a morte, la fuga dal carcere di San Vittore e l’approdo in Svizzera nel 1944-1945,falsando invece su tutta la linea la sua collaborazione con il poliziotto dell’Ovra Luca Ostèria, contro i partigiani prigionieri proprio a San Vittore e successivamente fucilati. Perché l’ostilità verso la sua statua, dunque il suo simbolo, viene ancora considerata oltraggiosa? Quali sono le idee che quella statua sottintende? Come si lega allo spazio del presente e del passato?

Quando si abbattono le statue non si sta e non si vuole abbattere la storia bensì si sta combattendo – e ridefinendo sociologicamente –la monumentalizzazione di quella storia, che a differenza della storia in sé ha, propone ed impone dei significati molto vivi. Forse mai come oggi è importante aprire una riflessione pubblica sul nostro passato coloniale, non solo perché è una questione che riguarda tutte e tutti ma anche perché rappresenta una base profonda del discorso razzista. Capire la storia, questa storia, vuol dire anche capire di cosa si sta parlando quando si parla di vittime e colpevoli, ovvero quando si vittimizza o monumentalizza. Anche quando in Italia pensiamo alle nere e ai neri delle proteste americane sempre come vittime si tende a sottrarre la valenza autentica delle loro azioni politiche nel flusso della storia in favore di un processo di appropriazione culturale che riproduce quei corpi nella dicotomia colonizzatore-colonizzato, come quando parliamo di migranti e non facciamo parlare loro.

La mancata elaborazione pubblica e politica dell’esperienza coloniale ed imperialista dell’Italia tra ‘800 e ‘900 ha consegnato al presente ciò che siamo, in tante piccole fette e processi di significazione che riflettono lo spazio dei corpi e delle intenzioni. Ridiscutere la questione della rimozione ci pone all’interno di dinamiche di responsabilizzazione nella considerazione più ancestrale della nostra esperienza occidentalocentrica. Tutto questo avviene, poi, in una continua riproduzione di ciò che non siamo stati, dall’idea del corpo sfruttato politicamente inanimato della donna all’idea di nazione, a quella di Stato. In Italia molte autrici e autori hanno raccontato benissimo l’esperienza coloniale aprendo un punto di critica, come L’Africa in casa o Per una nazione coloniale, entrambi di Valeria Deplano, oppure Sangue giusto di Francesca Melandri, Colonia per maschi di Giulietta Stefani, L’Italia postcoloniale a cura di Cristina Lombardi-Diop e Caterina Romeo, Non desiderare la terra d’altri di Federico Cresti, Roma negata di Igiaba Scego o testi più lontani e classici come Tempo di uccidere di Ennio Flaiano o, ancora, L’ottava vibrazione di Carlo Lucarelli, e molti altri ancora; queste opere di ricostruzione storiografica non hanno però evitato l’attuale assenza di una ridefinizione collettiva, e non solo pubblica, di quel passato, che si ripercuote sullo spazio sociale.

Quelle statue hanno ancora valore? Quel valore va ritrovato nel simbolismo che deriva dai personaggi rappresentati e, in questo caso, nel rapporto tra colonia e postcolonia. Quando la statua di Montanelli viene imbrattata è chiaro che l’agire politico di oggi ha un significato legato alla memoria del passato. L’eredità coloniale rimossa ha impedito l’elaborazione di un trauma collettivo, che invece è stato possibile ad esempio in seguito ai totalitarismi del Novecento. Il sociologo statunitense Jeffrey Alexander in Trauma: la rappresentazione sociale del dolore sostiene che ‘’è la costruzione sociale, come discorso pubblico dominante, che coincide con la formazione della memoria pubblica di quel trauma’’. Forse è proprio questo il cardine dell’attuale rapporto di una certa politica e coscienza collettiva con la questione migratoria e idea del Nordafrica: quella mancata elaborazione si ripercuote su altri corpi. Sono questi i significati del presente, oltre al continuo storytelling, nel lasciar parlare il movimento di corpi che sfuggono alle narrazioni. La rabbia di oggi, e le sue gestualità, ha sempre senso perché si oppone alle conservazioni, inondando inevitabilmente le dinamiche di sfruttamento e appropriazione diramate, ad oggi, da una certa genealogia storica. Sezionare ed avere chiari i processi della memoria – o i processi di risignificazione nel continuum storico – porta a sviluppare un nuovo rapporto con la storia e con il tema della rimozione, la quale ha come carattere implicito un’idea di alterità e di un alone repubblicano che impone una sorta di accordo tacito rispetto l’idea di civiltà, di civilizzatore e, dunque,di buon italiano. Quest’ultima è usata come un feticcio che propone ripetutamente lo stesso uomo bianco del passato tramite una liturgia vittimistica espressa nelle direzioni della civiltà, fardello di un popolo che non ha elaborato e ripensato non tanto le istanze quanto lo spirito paternalista di un’impresa imperiale che sembra manifestare visceralmente ed ovunque i propri sintomi, come una malattia congenita.

Proprio per questi motivi la retorica del ‘’politicamente corretto’’ viene usata nel dibattito pubblico come un espediente logico di esclusione politica del presente. Chi abbatte le statue è stato accusato in questi giorni di oscurantismo ma in realtà è proprio la ritualizzazione nello spazio pubblico a negare, non sempre ma molto spesso, i contenuti storici del presente e del passato. Non si tratta di vandalismo, ogni scritta deve essere politicamente legittimata perché ha senso nel sistema sociale in cui si muove e nel significato che esprime chi la compie, al di là quindi delle sterili criminalizzazioni, che quasi tutta (o tutta?) l’attuale classe dirigente sta compiendo, assolvendo il conflitto che ne deriva e ne deriverebbe in una critica postcolonialista. Chi erge le statue si trova già in una posizione di dominio in cui la riscrittura della storia porta con sé i significati delle immagini e dei simboli che trasporta: la statua di Montanelli è un simbolo espressione di idee che non sono entrate in conflitto con le istituzioni che l’hanno voluta e che la vogliono, in quanto presidio dello stesso retaggio politico e culturale. Le dinamiche di dominio proiettate nella contemporaneità saranno smantellate solo lasciando spazio alle dominate ed ai dominati, definiti nella storia e dal loro agire, non dalle nostre posizioni di privilegio. La statua di Montanelli è già il proprio stesso significato e risignificarla vuol dire interrogarsi, agire ma anche ascoltare e scegliere.

Nasce e vive a Roma. Studia sociologia all’Università La Sapienza. Nel 2014 vince la 1ª Sezione del concorso letterario “Scrittore in banco” nell’ambito della manifestazione “Festa del libro in Mediterraneo”. Collabora con Minima & Moralia. Nel 2019 diventa borsista a La Sapienza e si specializza nell’indirizzo socioculturale.
Commenti
4 Commenti a “Quello che può una statua. L’agire politico tra spazio pubblico e significati storici”
  1. Gianfrancesco Sapia scrive:

    Gentile Autrice, sono un sommesso lettore “non propriamente di destra”, e proprio in quanto tale avverto insopprimibile l’esigenza di “notare” – per come lo userebbe Dante, che spero per Lei non possa essere ridotto, e quindi “risignificato” e abbattuto, perché fazioso islamofobo fiorentino – il Suo disinvolto utilizzo di luminosissime gemme linguistiche, inevitabile corredo di una riflessione altrettanto abbacinante, quali: “pratiche intersezionali”, “mancata elaborazione pubblica del proprio passato coloniale”, “quando si abbattono le statue non si vuole abbattere la storia bensì combatterne – ridefinendola sociologicamente – la sua monumentalizzazione”, “processi di significazione nel continuum storico”, e via di questo passo, al ritmo, mi verrebbe maliziosamente da dire, di “omnia plena vacuis”. Pacatamente, per converso, Le suggerisco una rilettura, pur cursoria, anche solo delle Stanze del figlio di Fucecchio: un bagno di umiltà linguistica, di pensiero trasparente, di schiena dritta (metafora politicamente corretta o biecamente machista? attendo Suoi decisivi Lumi) biografica e intellettuale. Rispettosamente.

  2. Enza scrive:

    Montanelli , che fu uomo di luci e ombre, di fronte a ” sì gran foco” ( Palazzeschi ), avrebbe sorriso chiudendo con una delle sue frasi lapidarie e ironiche, come usava spesso fare nelle Stanze alla cui elegante prosa rinvia il sig. Gianfranco Sapia.
    Anche io mi permetto di suggerirne la lettura per il ” bello stile” e perchè sono un documento dell’Italia e degli italiani di qualche decennio fa. Con il vantaggio di conoscere meglio le sfaccettature del personaggio, al netto delle preclusioni o delle aperture.
    Sulla capacità di comunicare, uno stralcio di una Stanza del 2 giugno 2010.

    Se vuoi che i tuoi ascoltatori o lettori s’interessino a ciò che dici o scrivi, accorcia le distanze tra te e loro, butta nel cestino dei rifiuti i termini «alternativa», «valenza» e simili, e sostituiscili coi loro equivalenti di uso comune.
    Perché – e qui si viene al nocciolo del tuo discorso – il male più grave di cui soffre la nostra cultura è la sua incapacità di «comunicare». La nostra cultura parla per sé ritenendo diminutivo ogni sforzo di farsi capire e d’interessare coloro che leggono o ascoltano («giornalismo» lo chiamano, «divulgazione» eccetera). E a cosa mi serve una cultura che non comunica e rimane chiusa nei suoi circuiti?

  3. Marco scrive:

    Ho letto e ascoltato in questi ultimi giorni le opinioni piú disparate sulla questione della rimozione delle statue non politicamente corrette in giro per il globo terraqueo, Sarei tentato di dilungarmi anch’io in ad elencare tutte le incongruenze che si scorgono in tutti i discorsi di ambo le parti in causa, ma lo trovò vano come affrontare i mulini a vento di donchisciottiana memoria, quindi offro solo uno spunto di riflessione : l’iconoclastia statuaria mi ha Immediatamente ricordato il ministero della veritá di Orwel. Rimuovere la storia attraverso l’eliminazione del simbolo ( la statua ) in una società che vive solo nel presente dei social non permette la rielaborazione di ció che del passato ci appare sconveniente, sbagliato o inappropriato, ma c’è lo toglie solo da sotto gli occhi cosí da assolverci tutti, per farci pensa re “ noi non siamo cosí” – “ non siamo mai stati razzisti o colonialisti” – “ noi siamo i buoni “ . Facciamo i conti con il passato, lasciamo lì le statue, cambiamo solo le “ intestazioni”

  4. luca foresto scrive:

    “Viviamo nel linguaggio come nell’aria viziata. …Le parole non giocano, …non fanno l’amore, salvo che in sogno…LE PAROLE LAVORANO PER CONTO DELL’ORGANIZZAZIONE DOMINANTE DELLA VITA…ma ogni rivoluzione è nata dalla poesia, si è fatta innanzitutto con la forza della poesia. E’ un fenomeno che sfugge ai teorici della rivoluzione …ma è generalmente colto dai controrivoluzionari e ne hanno paura.”

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