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Quello che so di Bernardo Bertolucci

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La Cineteca Nazionale e la Cineteca di Bologna omaggiano Bernardo Bertolucci con le proiezioni nelle sale italiane di Novecento (a partire dal 16 aprile) e Ultimo tango a Parigi (più avanti, a maggio), in versione restaurata. Pubblichiamo la postfazione di Tiziana Lo Porto al libro Cinema la prima volta, una raccolta di interviste a Bertolucci uscita per minimum fax: ringraziamo autrice e editore.

«Qualche volta, in un vecchio film di Murnau o in un giovane film di Bertolucci, si vede qualche cosa che accade». Paolo Pozzesi a Catherine Jourdan nell’Amore di Jean-Luc Godard

La rosa bianca in fondo al giardino

Un passaggio d’uno scritto di Bernardo Bertolucci del 1984 cita una poesia del padre Attilio, dedicata alla madre. Dice: «Tu sei come la rosa bianca in fondo al giardino, le ultime api l’hanno visitata». A seguire Bernardo aggiunge: «Se io arrivavo in fondo al giardino, che era piccolissimo, trovavo la rosa bianca. È un esempio di come la poesia, per me, non è mai stata qualcosa di legato alla scuola, come capita un po’ a tutti. Aveva piuttosto a che fare con la mia casa, il mio paesaggio quotidiano». Di poesia e di paesaggi quotidiani sono fatte queste interviste, mosse più dall’idea di trasmettere che dalla preoccupazione di conservare. Interviste che forse sarebbero andate perdute, prigioniere di riviste a volte scomparse. Interviste liberate, sottratte alla dimenticanza, che non celebrano ma accompagnano l’opera di Bertolucci, seguendolo nel lavoro di una costante scoperta del cinema. Cinema la prima volta dice il titolo, evidenziando il sentimento e l’attenzione che si ha quando si scopre il mondo, o un mondo, uno dei possibili. Nel cinema e nella vita. «Te lo dico in modo ironico», risponde Bertolucci intervistato da Anne Wiazemsky dopo le riprese di Io ballo da sola. «Sono una reincarnazione! Come se morissi ogni volta e rinascessi. A ogni film. È per questo che i miei film sono così diversi l’uno dall’altro».

Non ha età e ha tutte le età insieme

Bernardo è nel soggiorno della sua casa di Roma, negli anni trasformato in sala cinematografica privata. È seduto sulla chaise longue che colloca ogni interlocutore, ricorrente o occasionale, nel punto di vista dello psicoanalista. Parla con un’amica. Sul tavolino basso ci sono le poesie di suo padre Attilio e altri libri. C’è anche il graphic novel The Diary of a Teenage Girl di Phoebe Gloeckner, nella nuova edizione che gli ho portato io l’estate scorsa, di ritorno dal Nuovo Messico. Da qualche altra parte deve avere la versione precedente del libro, regalo involontario d’una decina di anni fa, quando per me Bernardo Bertolucci era solo il regista di alcuni dei miei film preferiti. Quel libro – prestato da me a un’amica e finito a casa di Bernardo – ha dato inizio alla nostra amicizia. Nata da un caso, direbbe qualcuno. Ma il caso, ripete Bernardo, semplicemente non esiste. A ridurre Bernardo in una frase verrebbe fuori così: non ha età e ha tutte le età insieme. Come certi supereroi, che più li frequenti, leggendoli, o al cinema, o in tv, più ti accorgi che di generazionale non hanno niente. Un’ambizione per alcuni. Una natura, per altri.

leggere proust!

Nei mesi (poi diventati un paio d’anni) in cui ho scovato, letto e tradotto queste interviste, annotavo le cose più interessanti. Brevi frasi disordinate, come: «leggere proust!» Nomi di registi (Ozu, Renoir, Ophüls), titoli di serie tv (The Walking Dead, I Soprano, Breaking Bad, Jessica Jones), frammenti di poesie, soprattutto di Attilio, figura necessaria al cinema di Bernardo e Giuseppe. Impeccabile cronista in versi della vita feriale, Attilio Bertolucci raccontava gli affetti e la vita circostante: paesaggi di neve, more e violette, la moglie Ninetta, i bambini Bernardo e Giuseppe. Poetando trasformava la vita in conoscenza e in esperienza lirica. Nel libro Cosedadire, 46 Giuseppe ha descritto con esattezza quella insolita relazione padre-figli mediata dalla poesia: «Io credo che sia io che mio fratello, se ci siamo messi prima a scrivere poesie e poi a fare del cinema e del teatro, è stato per ritrovare una soggettività, una prima persona». Più tardi Attilio avrebbe ripreso Giuseppe (riacciuffato per i capelli, viene da dire) in una sequenza del suo romanzo in versi La Camera da letto. «C’è tutta una sequenza sul taglio dei riccioli di Giuseppe», mi ha fatto notare Bernardo qualche anno fa mentre lo interrogavo su Giuseppe e Attilio, «che sarà avvenuto intorno ai quattro o cinque anni. In sé era un piccolo evento, famoso tra di noi come sono certi episodi di famiglia, e mio padre nel suo romanzo in versi è riuscito a renderlo qualcosa di epico. Con il taglio dei riccioli in qualche modo Attilio si riappropria di Giuseppe e lo fa in tempi in cui forse Giuseppe non si aspettava più. Chi lo sa. Forse rispedendolo come in una capsula di un film di fantascienza in quel momento. A me fa venire in mente la Giovanna d’Arco di Bresson. Giuseppe bambino come la Giovanna d’Arco di Bresson che si lascia tagliare anche lei i capelli».

Qui e ora

Le interviste sono fatte di ritorni. Ritorni di temi, citazioni, sentimenti utili a mettere a fuoco le ragioni. Ritorni e porte aperte all’imprevisto, secondo la regola professata da Jean Renoir («Quando si gira, bisogna sempre lasciare una porta aperta, perché non si sa mai, qualcuno potrebbe entrare, senza che nessuno se l’aspetti, e il cinema è questo», dirà a Bernardo incontrandolo a Los Angeles). Ritorni come alternative alla ripetizione: «Ma non mi ripeto mai? Quando mi intervistano sullo stesso film, non dico sempre le stesse cose?», m’ha chiesto Bernardo mentre lavoravo al libro. «No», gli ho detto con onestà. L’unicità delle sue risposte è data da quel modo di stare al mondo e lavorare: sempre presente a se stesso e al momento in cui le cose accadono. Un «qui e ora» che è fedeltà a ciò che è effimero e in divenire. Non sempre la stabilità arriva dalla durata, raramente nasce dall’immobilità. Piuttosto viene insieme al costante movimento, che è il modo in cui Bertolucci fa e parla di cinema. «A me interessa la fedeltà al proprio ritmo cardiaco, all’intermittenza del cuore», dice nella conversazione con la regista e consorte Clare Peploe. «Quando mi chiedono che cosa vuol dire il film io rispondo sempre: niente, il film vuol dire il film e basta», dice in un’altra intervista del 1969. E ancora: «La cosa più importante è rimanere fedeli a se stessi».

Cinéphilia

Intervistato nel 1965 da Adriano Aprà e Maurizio Ponzi, alla domanda «Vai molto al cinema?» Bertolucci risponde: «Quasi tutti i giorni, ed è difficile che esca da un film prima di averlo visto tutto». «Non hai mai visto Il piacere?», mi dice Bernardo una sera a cena, quasi con rimprovero. In almeno un paio di interviste Bertolucci racconta della prima volta che ha visto Il piacere di Max Ophüls, su esortazione di Clare, in una sala di Parigi.

Talmente forte era l’emozione che aveva dovuto lasciare la sala dopo il primo dei tre episodi. Lo stesso era accaduto la seconda volta, con il secondo episodio, visto in un luogo e in un giorno differenti. Viene in mente un episodio simile accaduto al padre Attilio: 47 era il 1927, al tempo del primo liceo classico e dell’incontro con Ninetta Giovanardi, amore della vita e futura moglie. Più o meno un anno prima, grazie all’amico Pietro Bianchi, Attilio aveva scoperto il cinema ed era stato coup de foudre. Il cinema Edison di Parma annunciava l’arrivo di Aurora di Murnau. Attilio ne aveva letto, e con gli amici aspettava con trepidazione il giorno della proiezione. Ma il film, atteso da Bologna, non arrivò e la proiezione venne posticipata. Racconta Attilio: «I miei amici accendono una sigaretta e passano ad altro, io torno a casa e, sentendomi combattuto fra il caldo e il freddo, mi provo la febbre. Era poco sotto i trentotto. Quel rialzo della temperatura – forse classificabile come fenomeno di isteria – lo trovo, comunque, giustificabile in pieno». Bernardo fa eco al padre e a Ophüls, quando intervistato da Aprà dice: «Se vado al cinema è per cercare di provare più piacere possibile».

Incompleti necessariamente

Numero, lunghezza e qualità delle interviste rendono il libro necessariamente incompleto. Ma l’assenza non è mai solo difetto. Un paio di anni fa, parlando di fumetti, Bernardo mi ha fatto notare come i migliori siano quelli che hanno una narrazione interrotta, aperta a spazi che il lettore può riempire con l’immaginazione. Non dire mai troppo, non dire mai tutto – mi ripetevo rileggendo le interviste selezionate, riempiendo gli spazi aperti col ricordo delle immagini dei film citati. E del resto senza incompletezza non ci sarebbe stato il libro. A ribaltare la prospettiva, è vero che, in assenza di immagini, le parole sono l’unica memoria. Le interviste riempiono di parole il vuoto lasciato dalle immagini assenti, quelle dei film girati da Bertolucci adolescente, di cui oggi non resta traccia (La teleferica, La morte del maiale), quelle dei film scritti e immaginati ma alla fine, e per ragioni diverse, mai o forse ancora non realizzati (1934, La condizione umana, Red Harvest, Gesualdo tra gli altri). Ancora una volta, fu felice la mano del padre Attilio, che del perduto film in 8 millimetri del figlio Bernardo quattordicenne ha fatto versi e poesia, titolandola allo stesso modo, La teleferica, poetando sia il film sia il giovane, giovanissimo regista che lo gira e mentre lo gira. Del film non c’è traccia, dicevamo. La poesia rimane. Lungimiranti sono i versi. Che dicono: «Bernardo, che ha le gambe lunghe dei quattordici anni, la smania dello storyteller, insiste sul tempo reale».

Così Bernardo a quattordici, ventuno, settant’anni. Appunto: non ha età e ha tutte le età insieme.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
Un commento a “Quello che so di Bernardo Bertolucci”
  1. Giovanna Cuttica scrive:

    Cercando oggi sul web qualcosa di diverso, qualcosa di speciale su Bernardo Bertolucci, per celebrarlo, in questo giorno che non c’è più.
    Così, ‘a naso’ , mi sono imbatuta in questo pezzo, in questi flash, così vivi, così caldi di famiglia e….di poesia, così commossi e commoventi…
    Ringrazio l’Autrice per aver saputo regalarmi questa emozione.

    (Mi procurerò al più presto il libro di interviste che qui si nomina )

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