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Su una quercia che sapeva molte cose. “Al centro del mondo” di Alessio Torino

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È un tempo senza prospettive, immutabile come quello del mito, in cui la natura dell’individuo risulta inesorabilmente colpita da un destino di disgrazia e peccato quello che Alessio Torino compone con Al centro del mondo, uscito per Mondadori. Con una scrittura composita, la narrazione di una decadenza è inserita in uno scenario ampio ma osservata da chi si sente una parte anonima e insignificante di quel tutto. Grande tema esplorato tra gli altri anche dall’antropologo, scrittore e saggista Giulio Angioni, grande dimenticato del tardo Novecento letterario italiano, che con i suoi romanzi ha saputo raccontare con una sottile venatura malinconica la trasfigurazione del passato come esito di una corruzione inesorabile. Un equilibrio instabile tra vecchio e nuovo che delinea il fallimento epocale del far rivivere forzosamente il passato con un impudico rifacimento offerto al turista/cliente che finirà col divorarlo senza comprenderne l’origine.

Se quella raccapricciante miscela di ancestrale e moderno in Assandira (Sellerio) non poteva che risolversi con le fiamme, nella narrazione di Torino rivela il desiderio di sviluppare tale disegno di fallimento in relazione a un’indagine sul dolore.

Il suo protagonista Damiano Bacciardi vive in un piccolo borgo tra Urbino e Fossombrone, Villa la Croce. L’inquietudine perenne che lo sovrasta si lega al suicidio di un padre di cui rimane una quercia a rievocare un tormento oscuro. Delle cure fatte, solo le attenzioni della nonna Adele si rivelano utili a placare le sue crisi, quando la mente tende a capitolare.

Esisteva soltanto l’ombra che camminava con lui tenendogli compagnia. Damiano la seguiva con lo sguardo così a lungo da perdere l’equilibrio. Allora l’ombra finiva per terra con lui e ridevano insieme. Alla sua ombra piaceva molto ridere. Sembrava che ridesse anche quando si masturbava. La sua ombra avrebbe fatto qualsiasi cosa per lui.

L’incedere della prosa segue il vagabondare errante del protagonista con un espediente narrativo che permette di addentrarsi in uno spazio a metà tra reale e immaginifico – varcando costantemente il confine della follia – e di assegnare contorni mitici a un luogo costellato da leggende e storie oscure. Inevitabile l’accostamento all’opera di Federigo Tozzi Il podere e alla vicenda drammatica che ha inizio nel momento in cui il protagonista prende possesso di un terreno ereditato dal padre. La contrapposizione tra Remigio e gli altri è amplificata dalla generale convinzione che egli sia privo di capacità e di autorità. Quell’inettitudine diventa simbolo del sacrificio a una sorte atroce e rimanda alla raffigurazione di una deriva materiale e morale che diventa il cardine anche di Tre croci.

Nel leggere le narrazioni di Torino si ha la percezione di un’idea di romanzo come luogo in cui la soggettività dell’autore fissa una robusta relazione con una società che diventa il primario oggetto di indagine attraverso esperimenti della prosa che rispondono a vigorosi e impellenti tentativi di raffigurare una realtà problematica.

La narrazione si intreccia a filo doppio a luoghi che delineano una quiete apparente in quella emblematica collocazione al centro del mondo di un antico borgo in cui non rimangono che le rovine di un mondo rurale. La percezione di vivere in un luogo incontaminato da brutture e nefandezze si rivelerà un doloroso abbaglio. Centrali nella narrazione personaggi quali la nonna Adele, nel modo di insegnare la cura con sguardo innocente – “La nonna con le sue rughe nette, il fermaglio dello stesso argento dei capelli, i tratti ancora visibili di una bella giovinezza, aveva detto la preghiera, cambiato l’acqua, lasciato i narcisi freschi” – ; il nonno con la grazia lenta della vecchiaia e i silenzi di chi sceglie di abbandonare le parole, come faceva tra i partigiani della Brigata Garibaldi; lo zio Vince, che nella sua brutalità rimane aggrappato strenuamente a un’idea di famiglia che si rivela onnicomprensiva; la vicina Anna, che conserva ancora qualcosa di autentico e disperato anche nell’invadenza. E una figura che si staglia nel resto, Teo, una sorta di profeta che irrompe a destare la quiete del borgo per perseguire la propria rivoluzione silenziosa secondo una personale idea di giustizia.

Sono gli elementi i veri protagonisti del romanzo, la pietra che rievoca l’infanzia, la terra, l’immagine di un volto che si distrugge, la paura, il vento che passa oltre le preghiere e soffia anche tra i mattoni forati dello stalletto dei maiali, gli alberi che celano drammi indicibili, il cielo coi suoi pezzi di cometa pronti a cadere.

Alla radice di queste suggestioni l’elemento cardine dell’intero romanzo, la riflessione sul rapporto tra la vita e la morte reso nella raffigurazione del male, incarnato dal Demonio, e dal bene, nella costante invocazione a Maria. In una prospettiva simile, dove tale dicotomia muove l’agire dei personaggi e innesca nel lettore interrogativi sul significato della vendetta, sul peso del male, sul ruolo della fede, sul modo di concepire un’idea alternativa di giustizia, il ruolo assunto dal destino si connette a una condanna che pare non contemplare alcuna forma di salvezza.

Era una bella notte stellata di fine aprile, quando la primavera ormai ha imposto la sua malattia che è la vita.

Tra gli elementi ricorrenti rispetto alle precedenti narrazioni – come Tetano, Urbino-Nebraska e Tina, Minimum fax – , la scelta di individuare la prospettiva di adolescenti non per dare forma a un romanzo generazionale ma per calarsi nella prospettiva di chi avanza nella vita ancora privo degli strumenti necessari per affrontarne le asperità.

Adesso era un airone dal gozzo appuntito che non sa dove mettere le zampe – stai attento, la terra è piena di tagliole.

Il racconto della relazione con gli elementi, con una natura ostile, la narrazione del senso della scoperta legato all’acqua e il rimando allegorico a creature animali e vegetali dalle fattezze umane delineano l’elaborazione di una separazione che contempla in senso più ampio il tema della perdita. Al pari dell’aspetto formale, ad assegnare originalità alla narrazione di Alessio Torino anche la scelta tematica: il modo di raccontare un paese dalla prospettiva di un alienato dalla società, ritenuto dai più un matto, che vive portando dentro il dolore per la perdita del padre e l’abbandono della madre, e il peso del giudizio altrui, la derisione di chi non ne comprende i desideri e i sogni, il fallimento e i rimpianti.

Si sentì vuoto e inutile come gli spaventapasseri su cui zio Vince o Baldeschi si divertivano a sfogare il proprio estro creativo, mettendo un secchio al posto della testa o un gilet catarifrangente per giubbetto.

Gli inserimenti narrativi, gli innesti poetici e i riferimenti velati alla letteratura dei classici e alla poesia contemporanea compongono un tempo sospeso fatto di “giorni che si ammassano gli uni agli altri e si schiacciano lentamente”. Una dimensione che pare cristallizzata in un eterno passato con immersioni oniriche. Aspetti che portano ad associare l’opera di Alessio Torino alle immagini di un passato rurale in via di disgregazione narrate da William Faulker, alle radici della violenza esplorate da Cormac McCarthy, al senso di non appartenenza e di esclusione dalla realtà delle opere di Federigo Tozzi, al lucido pessimismo sulla sorte del mondo di Paolo Volponi.

Una prosa che intende superare aspetti e valori fattuali, scompaginare i tratti naturalistici rintracciabili nell’ambientazione e assegnare un rilievo esclusivo alle allegorie, alle metafore e alle immagini soggettive che compongono i grovigli psichici dei suoi protagonisti.

Ora fumavano le querce, i noci, i prati stessi, e persino il filo spinato. Abitiamo al centro del modo, diceva il nonno. Eppure erano solo campi recintati dal filo spinato. Filo appuntito e arrugginito per racchiudere alberi, sassi, querce isolate battute dal vento.

Il dolore senza redenzione rivela uno degli interrogativi cruciali vissuti dal protagonista che si interroga sull’utilità della conoscenza intesa come coscienza del dolore. Condizione ribadita nel confronto tra l’individuo e una natura che rappresenta l’ostilità e l’indifferenza degli elementi all’azione umana. L’inutilità dell’umano si lega al sentimento dominante dell’intera narrazione, l’odio, che attraverso le vicende dei personaggi si declina come mezzo di difesa per alimentare la ricerca di un senso da dare all’esistenza.

Il cuore gli martellava dentro lo sterno. Si sentiva il rumore del battito anche da fuori? Sembrava inevitabile, da quanto colpiva. Ma nessuno aveva dato segno di accorgersene. Era di nuovo il suo cuore, indipendente da lui, l’animale sordo e scorticato a cui restava solo la paura.

Con Al centro del mondo Alessio Torino consegna un romanzo intriso di immagini in una terra evocativa tra la magia e il sogno con una prosa in grado di tratteggiare la meraviglia e l’orrore attraverso una struttura che guarda alla fiaba e al mito, tra continui interrogativi sul senso dell’esistere, sulla coesistenza della morte nella vita, sulla necessità di rintracciare una propria personale via verso la giustizia, sul mistero della fine.

Con gli ultimi rimasugli di coscienza guardò la propria ombra, che non era più l’ombra di Damiano Bacciardi, ma quella di una quercia, giovane, vecchia, forte come l’albero che aveva sorretto suo padre, una quercia che sapeva molte cose ma che non le avrebbe mai potute raccontare.

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
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