Questa comunicazione non è affatto così semplice


La storia è nota ai più. Nel 1936, durante la il periodo della Grande Depressione americana, un fotografo e un giornalista-scrittore vengono inviati in Alabama per conto del Governo e di una testata giornalistica, al fine di conoscere e testimoniare la vita dei fittavoli coltivatori di cotone nelle zone del Sud degli Stati Uniti. Ma accade che il reportage si trasformi in una grande avventura morale, e che venga più volte rifiutato dagli stessi committenti, fino a vedere le stampe nel 1941 con il titolo Sia lode ora a uomini di fama, e fino a diventare un esperimento assolutamente unico nella storia del reportage giornalistico.
Questa introduzione, che James Agee scrive prima di iniziare il racconto, rappresenta una vera e propria obiezione di coscienza dello scrittore, che si frappone tra l’impresa editoriale, il libro, e l’argomento narrato, tra il mestiere di scrivere e la materia della narrazione.
Con questo estratto, difficile ma molto bello, la redazione di minima & moralia vi augura buone vacanze e vi comunica che tornerà a pieno regime alla fine d’agosto; nel frattempo non smettete di venire sul nostro sito perché, seppur con minore frequenza, continueremo ad aggiornarlo e a pubblicare articoli.

di James Agee e Walker Evans

«Ho detto di questo lavoro che stavamo facendo che è “curioso”. E meglio che specifichi.
Sembra a me curioso, per non dire osceno e affatto terrificante, se accade che un’associazione di esseri umani riuniti dal bisogno e dal caso, e a fini di profitto costituitisi in azienda, un organo di giornalismo, si metta a spiare nell’intimo le vite di un gruppo di esseri umani senza difesa e spaventosamente deprivati, una famiglia rurale indigente e ignorante, allo scopo di esibire la miseria, lo svantaggio e l’umiliazione di queste vite di fronte a un altro gruppo di esseri umani, nel nome della scienza, del “giornalismo onesto” (qualunque cosa significhi un tal paradosso), dell’umanità, del coraggio sociale, e per denaro, e per farsi una reputazione di paladini e di imparziali, reputazione che, con le dovute abili riserve, è scambiabile contro denaro in qualsiasi banca (e in politica, contro voti, raccomandazioni, abramolinconismo, etc. [1]); e che queste persone siano capaci di meditare un simile progetto senza il minimo dubbio circa la propria qualifica a fare un lavoro “onesto”, e con coscienza più che limpida, e nella certezza effettiva di quasi unanime approvazione pubblica.
Sembra curioso inoltre, che l’incarico di questo lavoro sia toccato a persone che hanno per il soggetto una forma di rispetto, e di responsabilità, così radicalmente diversa che, sin dall’inizio e inevitabilmente, hanno annoverato i propri datori di lavoro, incluso quel Governo al quale una delle due persone era vincolata, tra i propri più pericolosi nemici, e hanno agito come spie, custodi e bari [2] e non si sono fidati di altro giudizio, per quanto autorevole pretendesse di essere, salvo il proprio: per molti aspetti del compito che loro si poneva, non allenato, non informato. E perdipiù curioso che, pur consapevoli di quanto le circostanze fossero all’estremo corrotte e difficili, e dell’improbabilità di riuscire a compiere in forma il più possibile incontaminata quel che intendevano compiere, abbiano in primo luogo accettato il lavoro. E ben più curioso sembra che, con tutto il sospetto e il disprezzo in cui tenevano ogni persona e cosa che avesse a che fare con la situazione, salvo forse i fittavoli e se stessi, e le proprie intenzioni, e con tutta la loro consapevolezza della serietà e mistero del soggetto, e dell’umana responsabilità che si assumevano, costoro abbiano così poco messo in questione le proprie qualifiche per questo lavoro, o ne abbiano dubitato.
Tutto ciò, ripeto, sembra a me curioso, osceno, terrificante e insondabilmente misterioso.
E ciò vale per l’intero corso, in ogni suo dettaglio, dell’impresa di queste due persone intesa a scoprire, a difendere, l’oggetto della loro ricerca; e la natura del rapporto stabilito con coloro coi quali durante le fasi di ricerca erano giunte in contatto; e la sottigliezza, l’importanza e la quasi intangibilità delle intuizioni o rivelazioni o indizi indiretti che in circostanze diverse non avrebbero mai potuto concretizzarsi; ciò vale per il metodo di ricerca, in parte elaborato da loro stesse, in parte loro imposto; e vale per la strana qualità del rapporto che avevano con coloro dei quali così teneramente e severamente rispettavano la vita, essendosi sconsideratamente impegnate a indagarla e documentarla.

E vale ancora per l’intero corso e destino successivo dell’opera: le cause per cui non venne pubblicata, i dettagli della successiva accettazione in altra sede, della sua concezione; i problemi che si son venuti ponendo all’autore delle fotografie; e quelli che si pongono a me, mentre cerco di scriverne: la domanda, Chi sei tu che leggerai queste parole e studierai queste foto, e per quale causa, per qual caso e scopo, e con che diritto ritieni di esserne in grado, e che farai poi al riguardo; e la domanda, Perché mai facciamo questo libro, e lo rendiamo pubblico, e con che diritto e a quale scopo e a qual buon fine, se pur ve n’è uno: l’intera memoria del Sud: diecimila chilometri di parata ed esibizione fiorita di facciate cittadine e di occhi nelle strade dei paesi, e di alberghi, e di calura vibrante, e di vasto selvaggio aprirsi della tragica campagna, che indossa i fragili fiori intrappolati del suo giardino di facce; quel fugace germogliare e fiorire e svanire del raccolto umano che nutre; e il virulento, insolente, ingannevole, pietoso, infinitesimo e frenetico correre e investigare, su questa colossale mappa contadina, di due rabbiose, futili e incolmabili, rabberciate e complicate, giovani intelligenze al servizio di una rabbia e di un amore e di un’indiscernibile verità, e con l’atroce vanità della propria presunzione di purezza; e il persistere, ancor ora, e l’andar avanti, sollevati sull’alzar di questo giorno come navi su un’onda, di coloro su cui tra poche ore la notte ancora una volta si dispiegherà con le sue stelle, ed essi declinano con lo spegnersi del lume sino a essere statue sognanti, di costoro, di ciascuno di loro le cui vite abbiamo conosciuto, e che abbiamo amato con intento benevolo, e del cui vivere poco sappiamo ancora per un attimo, salvo che a poco a poco, con non molta possibilità di cambiamento per il meglio o per il molto peggio, muti, innocenti, indifesi e inclusi nel pulviscolo di quell’inestimabile sciame e torrente di polline e flusso di uniche, irreparabili, irripetibili esistenze, verranno condotti, ciascuno di loro, delicatamente, poco a poco, con ben poca pietà, verso il lavacro e il compianto, il vestito della domenica e la veste più graziosa, la cassa di pino e lo stretto abitacolo d’argilla, il cui tetto fragilmente decorato, finché la pioggia non l’avrà appiattito nell’oblio, reca la forma di una ferita rituale e di una nave rovesciata: curiosi, osceni, terrificanti, oltre ogni indagine del sogno irresolvibili, questi problemi che emanano fitti come luce da ogni argomento, minuzia, caso, intenzione, e si imprimono nel corpo dell’essere, della verità, della coscienza, della speranza, dell’odio, della bellezza, dell’indignazione, della colpa, del tradimento, dell’innocenza, del perdono, della vendetta, della responsabilità di tutela, di un innominabile fato, condizione, destinazione, Dio.

È quindi con un certo senso di paura che mi accosto a tali argomenti, e in grande confusione. E se mi pongo alla mente domande su come intraprendere questa comunicazione, e sono molte, devo permettere che anche la più piccola di queste si ponga, a rischio di annoiarvi, o di metterci troppo a iniziare, e di farlo con troppa goffaggine. Se vi annoio, vada. Se sono goffo, ciò può essere in parte indizio della difficoltà del mio argomento e della serietà con cui cerco di padroneggiarlo per quanto mi è possibile; con maggior certezza, può essere indizio della mia giovinezza, della mia mancanza di dominio della mia cosiddetta arte o mestiere, forse, della mia mancanza di talento. Tali questioni devono anch’esse proporsi per quanto possibile. E comunque si manifestino, non possono che essere in accordo con le condizioni date; io, del resto, non desidererei nascondere tali condizioni, anche se potessi, poiché mi interessa parlare con la maggior accuratezza e con la maggiore approssimazione alla verità che mi sono possibili. E certo che mi preoccupo se mi ci vorrà troppo a iniziare, e che mi angoscerò per la mia incapacità a creare una forma organica, con un suo equilibrio e rispondenza delle parti, una forma, per così dire, musicale. Ma devo ricordare a me stesso che ho cominciato con la prima parola che ho scritto e che i centri del mio argomento sono sfuggenti; inoltre, che io non sono migliore “artista” di quanto sia capace di esserlo in queste circostanze, o forse in qualsiasi altra; e ciò ancora una volta troverà la propria valutazione nei fatti così come sono, e contribuirà con una propria misura, qualunque essa sia, al disegno generale dell’impresa e della verità.
Potrei dire, in breve, ma non, sia ben chiaro, come scusa, di cui infatti subito mi disarmo e sbarazzo, ma per amore di una chiara definizione dei limiti, che io sono soltanto umano. Le opere per cui ho il più profondo rispetto sono caratterizzate da una solida qualità superumana, in parte perché rifiutano di definirsi e limitarsi e appoggiarsi a stampelle, o di riconoscersi umane. Ma per una persona della mia incertezza, che si dedichi a un compito del genere, tale altezza e maniera sono fuori portata, e potrebbero soltanto falsificare ciò che nel modo scelto può invece con qualche speranza avvicinarmi alla chiarezza e alla verità».

«Poiché nel mondo immediato è necessario discernere ogni cosa, per chi sia capace di discernere, e con essenzialità e semplicità, senza dissezione in scienza o digestione in arte, ma con coscienza totale, cercando di percepire la cosa per come si pone: per cui, ad esempio, l’aspetto di una strada in pieno sole può ruggire nel suo proprio intimo come una sinfonia, e forse come nessuna sinfonia può: e quel tutto di coscienza si sposta dall’immaginato, dal riesaminato, allo sforzo di non percepire altro che il crudele raggiare di ciò che è.
Ecco perché la macchina fotografica sembra a me, oltre alla coscienza senza aiuti o armi, lo strumento essenziale del nostro tempo; ed ecco perché provo così gran rabbia agli usi sbagliati che se ne fanno: usi che hanno diffuso una tale corruzione quasi universale della vista che ormai conosco non più di una dozzina di persone vive dei cui occhi mi possa fidare come dei miei».

«Mi fossi spiegato chiaramente, avreste ormai capito che grazie a questa visione non “artistica”, al tentativo di sospendere o distruggere l’immaginazione, si apre dinnanzi alla coscienza, e all’interno di essa, un universo luminoso, spazioso, incalcolabilmente ricco e meraviglioso nei dettagli, così rilassato e naturale per il nuotatore umano, e così pieno di gioia, quanto lo è per lui respirare: e che è possibile afferrare e comunicare questo universo non tanto coi mezzi dell’arte, ma nei termini aperti tramite i quali sto cercando di farlo.
In un romanzo, una casa o una persona ricevono interamente significato, esistenza, dallo scrittore. Qui, una casa o una persona ricevono da me soltanto il più limitato dei loro significati: il loro vero significato è assai più enorme. E che esistono, nell’attualità dell’essere, come voi o io, e come nessun personaggio dell’immaginazione potrebbe mai esistere. Il loro gran peso, mistero e dignità consistono in questo fatto. Quanto a me, posso dirvi di loro soltanto ciò che vedo, e soltanto con quell’accuratezza di cui entro i miei termini so io: e ciò a sua volta trova principale convalida non tanto in una qualche mia abilità, ma nel fatto che io stesso esisto, non come opera di finzione, ma come essere umano. Grazie al loro incommensurabile peso nell’esistenza attuale, e grazie al mio, ogni parola che dico di loro ha inevitabilmente un tipo di immediatezza, un tipo di significato, che non è affatto di necessità “superiore” a quello dell’immaginazione, ma di tipo così diverso che un’opera di immaginazione (per quanto intensamente possa trarre dalla “vita”) può al meglio e solo vagamente imitare nella sua minima parte».

«Questa comunicazione non è affatto così semplice. Mi sembra ora che elaborare tecniche a essa appropriate, in primo luogo, e in grado, in secondo luogo, di essere impiantate di netto in altre, potrebbe richiedere anni, e che al momento, forse non tenterò affatto di fare ciò, o lo tenterò solo in parte, e per quella parte in forma assai contorta e diluita. Mi rendo conto che, pur ponendo tanto impegno in spiegazioni come questa, mi espongo, gravemente, e forse irrimediabilmente, al rischio di oscurare ciò cui al meglio sarebbe assai difficile conferire un’appropriata chiarezza e intensità; e quel che pare a me più importante di tutto: ossia, che coloro di cui scriverò sono esseri umani, che vivono in questo mondo, innocenti di imbrogli come questi che accadono dietro le loro spalle; e che tra loro sarebbero andati ad abitare, per indagarli, spiarli, riverirli e amarli, altri esseri umani affatto e mostruosamente alieni, al servizio di altri ancora più alieni; e che ora a guardar dentro di loro saranno altri ancora, che si sono imbattuti nelle loro vite con la stessa casualità con cui ci capita in mano un libro, altri che erano mossi verso quella lettura da vari possibili riflessi di simpatia, curiosità, ozioso interesse, et cetera, e quasi certamente privi di una consapevolezza, e coscienza, che sia adeguata, sia pur alla lontana, all’enormità di ciò che van facendo.
Mi fosse solo possibile, non metterei affatto scrittura qui. Ci sarebbero solo fotografie; il resto sarebbero frammenti di tessuto, fibre di cotone, zolle di terra, trascrizioni di discorso, pezzi di legno e ferro, fiale di odori, piatti con su cibo e escrementi. I librai la riterrebbero una vera novità; i critici mugugnerebbero, sì, ma è poi arte?; e son sicuro che una maggior parte di voi lo userebbe come gioco da salotto.
Un pezzo di corpo strappato alla radice sarebbe forse più appropriato.
Per quello che è, invece, ricorrerò a quel poco di scrittura che so fare. Solo che sarà molto poca. Io non ne sono capace; e se lo fossi, ve ne terreste alla larga. Se vi avvicinaste, sopportereste a malapena di vivere.
A dire il vero, nulla di quel che potrei scrivere farebbe alcuna differenza. Al meglio, sarebbe soltanto un libro. E se fosse un libro d’innocua pericolosità, sarebbe “scientifico” o “politico” o “rivoluzionario”. Fosse davvero pericoloso, sarebbe “letteratura” o “religione” o “misticismo”, e sotto uno o l’altro di tali nomi potrebbe col tempo conquistarsi una castrante accettazione. Fosse a tal punto pericoloso da essere di una qualche remota utilità al genere umano, sarebbe soltanto “frivolo” o “patologico”, e ciò ne sarebbe la fine. Uomini più saggi e più capaci di quanto io mai saprò essere vi han deposto davanti i loro risultati, risultati così ricchi di rabbia, serenità, strage, lenimento, verità e amore che sembra incredibile che il mondo non ne sia stato distrutto ed esaudito sull’istante, ma voi siete un osso duro per loro: il debole in coraggio è forte in astuzia; e uno ad uno, avete assorbito e avete catturato e disonorato, e quel che avete tratto dai vostri liberatori è un distillato del più nocivo di tutti i veleni; si ascolta Beethoven al concerto, o giocando a bridge, o per rilassarsi; i Cézanne stanno appesi al muro, in riproduzione, entro cornici di legno naturale; Van Gogh è quello che si tagliò l’orecchio e i cui gialli da qualche tempo son molto alla moda nell’allestimento di vetrine; Swift amava gli individui ma odiava il genere umano; Kafka è solo una moda passeggera; Blake è nella Modern Library; Freud è nei Giganti della Modern Library; La terra di Dovenko non piace a quelli che esigono che segua l’estetica di Eisenstein; Joyce non lo legge più nessuno; Céline è un pazzo, incorso nella sentita disapprovazione di Alfred Kazin, recensore della pagina dei libri del “New York Herald Tribune” e perdipiù, è un fascista; spero non ci sia bisogno di nominare Gesù Cristo, che siete riusciti a trasformare in uno sporco Gentile.

Comunque sia, questo è un libro sui “fittavoli”, ed è scritto per coloro che s’inteneriscono in cuor loro alle risa e lacrime che comporta la povertà vista da una certa distanza, e soprattutto per coloro che se ne possono permettere il prezzo di copertina; nella speranza che il lettore sia edificato e possa sentirsi benevolmente disposto verso qualsiasi tentativo liberal ben ponderato di correggere la spiacevole situazione giù al Sud, e possa meglio godere e con minor senso di colpa il prossimo buon pranzo che si farà; e nella speranza, anche, che raccomandi questo libro ad amici che sian davvero sensibili a queste cose, cosicché il nostro editore possa almeno recuperare il denaro investito e (forse, ma col massimo d’azzardo) benevoli pensieri si volgano a noi, e un poco dei vostri soldi ricadano su noi due poveretti».

«Ma prima d’ogni altra cosa: nel nome di Dio, non concepitelo come Arte. Ogni furore in terra è stato assorbito a tempo debito, come arte, o come religione, o come testo canonico, sotto tal forma o altra. Il più mortale colpo inferto dal nemico dell’anima umana è rendere onore al furore. Swift, Blake, Beethoven, Cristo, Joyce, Kafka, ditemene uno che non sia stato in tal modo castrato. L’accettazione universale è l’inconfondibile sintomo che la salvezza è stata ancora una volta battuta, ed è quell’unico sicuro segno di fatale fraintendimento, ed è il bacio di Giuda.
Fosse davvero possibile che si riconosca questo processo per quel mortale pericolo che inevitabilmente ricorre. E un fatto scientifico. E una malattia. Può essere evitato. Si faccia un primo passo. Ed esercitate poi la percezione che ne avete su opere che vi dicono assai più di quanto vi dica la mia. Guardate quanto è per bene Beethoven; e con qual diritto un muro di museo, galleria o casa abbia la presunzione di indossare un Cézanne e con quale idiozia Blake o opere con il medesimo intento della mia siano pubblicate e vendute. Vi insegnerò un test. E scorretto. E poco veritiero. Dà carte truccate. E fuori linea con le intenzioni del compositore. Ma vada.
Prendete una radio o un giradischi capace del più estremo volume di suono possibile e sedetevi ad ascoltare un’esecuzione della Settima Sinfonia di Beethoven o della Sinfonia in do maggiore di Schubert. Ma non vi dico soltanto sedetevi e ascoltate. Quel che vi dico è: mettetelo al massimo possibile di suono. Poi, sedetevi sui pavimento, e schiacciate l’orecchio il più possibile dentro l’altoparlante e state lì, col respiro il più leggero possibile, e non mangiate non fumate non bevete. Concentrate tutto quel che potete sull’udito e sul corpo. Non sarà un piacevole ascolto. Se vi fa male, siatene felici. Fatevi il più vicino possibile, e siete dentro la musica; non solo dentro, la musica siete voi; il vostro corpo non ha più forma e sostanza, è della forma e sostanza della musica.
E quel che udite vi par grazioso? o bello? o giusto? o accettabile per la società ben educata o per qualsiasi altra? E oltre ogni valutazione feroce e pericoloso e micidiale per ogni equilibrio della vita umana così come la vita umana è; e nulla può eguagliare lo stupro che perpetra su tutta quella morte; nulla eccetto qualcosa, qualcosa nell’esistenza o nel sogno, percepito lontanissimo in qualche dove presso la sua vera dimensione».

«Beethoven ha detto una cosa temeraria e nobile come il meglio della sua opera. Lo dico a memoria, ha detto: “Chi capisce la mia musica, non saprà mai più cos’è l’infelicità”. E sarei un bugiardo e un vigliacco e uno del vostro mondo di sicurezze se avessi paura di dire le stesse parole riferendole alla mia miglior percezione, alla mia miglior intenzione. L’esecuzione, in cui sta ogni fato e terrore, è un altro problema».

[1] Soldi.

[2] Une chose permise ne peut pas étre pure. L’illégal me va.
Essai de Critique Indirecte.

Commenti
Un commento a “Questa comunicazione non è affatto così semplice”
  1. ada scrive:

    Molto difficile, è vero, e il traduttore, Luca Fontana, merita di essere citato anche per le dense “Riflessioni del traduttore” che aprono il volume.
    “Se dovessi descrivere a qualcuno questo libro prima ancora che lo conosca gli direi che somiglia – somiglia nell’insieme formale e nei tratti particolari – alla Terza Sinfonia di Mahler: un medesimo sforzo per costringere i più eterogenei materiali dell’esistenza, suoni di natura, suoni della vita organizzata, strazi dell’animo espressi in oggetti sonori miseri o volgari, fatiche del corpo, ready-made del sentimento considerati con pietosa tenerezza, il vero profondo che il falso può esprimere, quel nulla, quel male di cui tutto è intriso, entro una forma grandiosa che tutto redima, che tutto riscatti e consoli, e sospinga poi verso un paradiso che si sa che non esiste”.

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